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mercoledì 15 maggio 2019

Bjørn Riis - A Storm is Coming: l'energia dell'attesa prima della tempesta

(Recensione di A Storm is Coming di Bjørn Riis)


In quest'ultimo periodo della mia vita sto inseguendo più che mai quel vulcano artistico che mi esplode dentro. Ne ho bisogno perché è come l'acqua fresca nei giorni di caldo torrido, curiosamente in un maggio dove di caldo ce n'è stato ben poco. Questa attitudine che sto portando avanti mi piace, creo, compongo, scrivo, scatto, ascolto, discuto, mi emoziono e faccio emozionare. E' questa la mia vita, è questo quello che sono e che, qualche volta ho eclissato. Per quello nella musica che ascolto cerco quello che mi può restituire le stesse sensazioni.

A Storm is Coming

La musica di Bjørn Riis non è nuova per questo blog. Sia grazie al suo progetto, Airbag, che al suo precedente disco ho sempre avuto modo di parlare delle sue creazioni, molto prolifiche visto che oggi vi racconto della sua ultima fatica, intitolata A Storm is Coming. Questo nuovo lavoro viene a confermare tutte le idee che c'erano già sul suo essere e il modo di scrivere musica. Questo suo rock progressivo che ricorda sia quello che viene fatto dai Pink Floyd che dai lavori, più recenti, dei Porcupine Tree o da Steven Wilson. Vale a dire una musica estremamente emotiva, toccante, che non lascia mai indifferente l'ascoltatore. Forse, con rispetto al disco anteriore, Forever Comes to an End, questo nuovo lavoro è meno malinconico, ma questo non significa, minimamente, che non sia un lavoro che rimane impresso, che va ascoltato e riascoltato perché non risulta mai impositivo o prepotente ma trova sempre il giusto spazio. Un disco da ascoltare, per esempio, in macchina, quando la voglia di viaggiare in più modi si manifesta. 

A Storm is Coming

A Storm is Coming è un rifugio, è quella consapevolezza di sapere che, per un po', bisognerà stringersi forte e che quei momenti rimarranno impressi nei ricordi. Questo è il pregio, per nulla scontato, di Bjørn Riis. Le sue creazioni hanno la capacità di diventare un uno con quello che si vive. Ho visto gente piangere di emozione di fronte all'ascolto di qualche sua canzone. Il perché è dovuto al fatto che utilizza l'intimità sonora e un controllo dell'energia che è invidiabile. I suoi brani non sono mai urlati, ma non per quello sono lenti o poco dinamici. C'è spazio per chitarre distorte, per momenti più forti, per un suono che ti avvolge ma tutto fatto con un grande criterio, un po' alla Porcupine Tree (scusate se torno a fare questo paragone ma credo che sia veramente illuminante). Brani che si svolgono in modo naturale, anche se possono arrivare ad avere una lunghezza molto importante. Brani che raccontano storie, che creano un legame con chi ascolta, che possono sembrare provenire da un mondo molto diverso di quello che più di qualcuno vive ma allo stesso tempo che sembrano scritti proprio per ognuno di noi. E' come immaginare di raccontare cosa si prova vedendo per la prima volta il mare a chi non lo ha mai visto. 

A Storm is Coming

Pensiamo a quello che succede prima che arrivi una tempesta. Si sente un'energia particolare nell'aria. Tutto diventa elettrico, tutto è sospeso in attesa del primo fulmine, del primo tuono, dell'acqua che cadrà copiosa. La gente si rifugia il meglio possibile perché sa che trovarsi in mezzo alla tempesta è, sì, bello, ma anche devastante. Ecco, è quello il momento catturato in questo A Storm is Coming, quell'elettricità che c'è anche in altri momenti, in tutte le cose che viviamo nell'attimo prima di uno scoppio emotivo, di una grande gioia, nella fine di un'attesa. Bjørn Riis ha la capacità di trasformare in musica tutto ciò e di ricordarci, ancora una volta, la forza di quello che significa vivere.

Bjørn Riis

Prendo tre brani da questo lavoro.
You and Me. Credo che non sia affatto facile scrivere ballate che emozionino, che facciano capire che quando un brano del genere viene scritto correttamente riesce a toccare dei fili molto sottili. Questo brano è così. E' uno di quei brani da scrivere per chi li merita perché pochi regali possono essere come questo. Perché la vita cambia ma le emozioni dei ricordi rimangono sempre.
Stormwatch. Il brano più lungo del lavoro, quasi 15 minuti. Vi parlavo di quell'energia che si percepisce prima dell'arrivo di una tempesta. Questo brano lo racconta. Ci fa sentire quell'energia, quell'attesa, quello scoppio, quella voglia, mista alla paura, nel vedere arrivare quel fenomeno della naturalezza. Chi non rimane incantato guardando i fulmini in lontananza? Questo brano restituisce quell'emozione.
This House. Questo è un disco intimo, toccante, un disco che parla di ricordi, di momenti, di assenze e presenze. E questo brano ne è la perfetta dimostrazione. Non sono soltanto le parole, è anche il modo nel quale si sviluppa tutto, è il modo nel quale la musica disegna un'emozione. Tutto molto bello.


A Storm is Coming ribadisce la capacità di un artista come Bjørn Riis, capacità di toccare certe emozioni senza essere scontato o esagerato. Tutto fatto con tatto ed eleganza, con una grande capacità tecnica che viene messa in funzione dello scopo del brano, della storia da raccontare, del ricordo da far tornare in mente. Mica facile.

Voto 8/10
Bjørn Riis - A Storm is Coming
Karisma Records
Uscita 03.05.2019

mercoledì 13 marzo 2019

Lucy in Blue - In Flight: il retrogusto è tutto

(Recensione di In Flight dei Lucy in Blue)


C'è un aspetto magico nella musica, uno dei tanti. Provate a pensare alle proposte musicali che si possono trovare in giro. Troverete sicuramente delle proposte attuali, artisti che da poco sono in giro ma che riescono a prendere un grande protagonismo. Troverete anche tutta una serie di proposte che invece hanno il sapore del passato. Basta pensare che esistono molti gruppi che suonano musica medievale o, basta anche questo, qualsiasi opera di musica classica non contemporanea ci permette di sentire quello che è stato composto secoli fa. Perché questo fascino del passato? Perché la musica è memoria, la musica è uno dei migliori modi di fermare il tempo e di capire universalmente cosa abbiamo attraversato come specie.

In Flight

Se non è la prima volta che leggete qualche post di questo blog saprete perfettamente che il "filtro" che mi permette di capire quello che voglio recensire da quello che lascio passare si basa soprattutto nell'aspetto della novità. Per me novità non vuol dire inventarsi qualcosa di sana pianta ma regalare nuovi spunti a qualcosa che magari esiste già. Per quello anche se il genere che regna sovrano in questo secondo disco dei Lucy in Blue è il rock progressivo marcatamente anni 70 ho il piacere di parlare, e di scrivere, su In Flight. Qui entriamo in una tematica che è uscita antecedentemente recensendo altri lavori che, curiosamente o no, provenivano sempre dalla prolifica Norvegia. Questa tematica ha a che fare con la capacità di essere attuali seppur affidandosi a generi che hanno sconvolto il mondo diversi anni fa. Per quello, sin da subito, affermo che questo lavoro dà nuove letture e nuovi schemi al mondo del rock progressivo.

In Flight

Il perché In Flight ha qualcosa di nuovo da comunicare è dovuto alle scelte sonore che sebbene hanno come punto di partenza un genere di 50 anni fa d'altra parte riescono ad avere uno sguardo che possiamo tranquillamente definire come "moderno". In altre parole, questo disco dei Lucy in Blue difficilmente sarebbe nato negli anni 70, e non perché abbia aggiunte che sono venuti fuori solo successivamente nel tempo ma perché c'è un sotto testo che ci svela che si tratta di un disco degli anni 2000. Non è qualcosa facilmente definibile perché diventa quasi una semplice sensazione che si assomiglia al retrogusto che lascia un vino nel palato. Ecco, quel vino che si è bevuto ha un retrogusto che non sarebbe mai esistito cinque decadi fa. Per quello l'incontro di rock progressivo e rock psichedelico che s'intrecciano in questo album non è un omaggio ai tempi passati ma la scelta del migliore strumento per raccontare musicalmente quello che si è.

In Flight

L'aspetto interessante e che, forse, è solo una mia supposizione, i Lucy in Blue non abbiano fatto alcuna scelta consapevole per arrivare a questo risultato. Mi viene da pensare che hanno composto In Flight mettendo all'opera la musica che amano e che si sono ritrovati a suonare ma il mondo del 2000 è assai diverso da quello dei 70, per quello il risultato ha tutta una serie di "subarmoniche" che danno un colore diversissimo da quello di tanti lavori del passato.

Lucy in Blue

Prendo due brani che forse riescono a trasmettere meglio quello che intendo.
Il primo è Alight, Pt 2. Forse è il tocco, forse è l'intenzione ma questo brano è intrinseco della personalità della band. E' un brano che forse nessun'altra band riuscirebbe a suonare nello stesso modo. Un brano che ha tutti gli elementi che ci parlano del passato ma che diventano presente e realtà. Il biglietto da visita perfetto.
Il secondo è Matricide. In questo brano il gruppo dimostra cosa sa fare utilizzando la parte più acida e psichedelica. Senza però eccedere mai, calcolando tutto a dovere. Brano che funziona perfettamente.


In Flight ci dimostra che non c'è una data di scadenza per certi generi, che imparando a utilizzare a dovere gli elementi che lo compongono si può sempre suonare moderno e attuale. Tutto grazie alla personalità messa in gioco dai Lucy in Blue che permette di avere un'unicità che si allontana completamente da qualsiasi tentativo di clonazione di qualcosa preesistente.

Voto 8/10
Lucy in Blue - In Flight
Karisma Records
Uscita 12.04.2019


venerdì 31 agosto 2018

Krakow - minus: metamorfosi di perfezione

(Recensione di minus dei Krakow)


Il ritorno ha mille sfaccettature, il ritorno può essere luminoso, trionfale e motivante ma può anche essere un ripiego, un modo di tornare alla base dopo di aver cercato di scrivere un'altra storia. Il mio ritorno a questo blog ho voluto che fosse per motivi "luminosi", che qualcosa mi scuotesse in modo di voler buttare giù queste righe. Perché riconosco di essere lunatico, di essere uno che si innamora profondamente per poi allontanarsi. 
Il mio amore per la musica è intramontabile, l'emozione di un primo ascolto e le tracce nel tempo di quei dischi che sono più tuoi che di qualsiasi persona al mondo sono qualcosa che ormai mi appartiene così profondamente da non poter, e non volere, mai fare a meno. Ma avevo bisogno di un'impulso che mi facesse venire voglia di riscrivere sulle cose nuove che mi capita d'ascoltare. Ed eccomi qua, ancora una volta a tornare al porto più sicuro che io abbia mai conosciuto.

Un annetto fa ho avuto il piacere di conoscere la musica dei norvegesi Krakow grazie a un disco che è sempre un rischio, cioè Alive, primo album dal vivo della band. Disco rischioso, affermo, perché questi lavori mettono sempre a nudo le band, perché registrare un disco del genere significa fare i conti con l'onestà di mostrarsi come veramente si è, perché non è mai semplice riuscire a trasmettere in un album del genere quello che è stato un momento unico. Ed invece quell'album si è dimostrato un lavoro grandissimo, genuino ed emozionante. Per quello avevo della genuina curiosità nell'ascoltare quello che è il loro quarto LP di studio in 13 anni di carriera. Il disco s'intitola minus ed è veramente sorprendente.
Se fino ad adesso la band norvegese si era dimostrata un validissimo rappresentante di quello che è lo stoner metal e il post metal, in questo nuovo disco la direzione intrapresa va a tutte altre destinazioni senza dimenticare però il percorso compiuto fino ad adesso. La prima cosa che chiama l'attenzione è che questo nuovo disco abbandona un po' il profilo strumentale che caratterizzava la band per abbracciare una strada costruita con canzoni cantate. Un cambiamento che non si limita solo a questo. Questo nuovo disco è anche un lavoro che apre gli schemi musicali della band presenti fino ad adesso. 

minus


Quando si cambia è impossibile non misurarsi con la possibilità d'abbracciare il rischio, di essere catalogati come traditori di una certa linea musicale. Per quello ci vuole coraggio nel farlo. Ma non basta il coraggio, bisogna avere anche consapevolezza e maestria, quella che permette di essere convincenti e rassicuranti all'ora di proporre qualcosa di nuovo. minus è proprio così. E' un disco figlio della maturità, della qualità individuale che fa creare qualcosa di sicuro e di potente. Ma andando in concreto quello che viene "regalato" da Krakow è un lavoro dove la base stoner e post metal è sempre presente, imprescindibile e sicura. Quello che viene aggiunto è un'apertura che può tendere verso il progressive rock ma non soltanto. Sembra quasi che ci sia una componente che ci riporta agli anni 90, una certa acidità del suono che fa parte di gruppi ormai mitici come i Neurosis, ma non soltanto. Questo è un lavoro denso ma nello stesso momento molto pulito. Per quello vengono utilizzate tante voci pulite, a dimostrare che ci sono molti percorsi che possono portare ad una stessa meta. Ecco, quello scelto dalla band è un percorso che, alla luce dei loro lavori precedenti, può sembrare la meno logica, e di conseguenza quella più complessa, ma che viene compiuta alla perfezione. 

minus

Credo che riuscire ad affermare che un disco è completamente ben fatto, che restituisce in pieno l'idea che c'era dietro alla sua creazione non sia qualcosa che tutti possono affermare. E sarà molto interessante vedere le reazioni degli ascoltatori di fronte a minus ma nella mia umile opinione questo disco che un lavoro conciso, piacevolissimo, ricco di una coerenza quasi maniacale. E' difficile individuare dei punti bassi in questo lavoro perché i Krakow sembrano essere su una strada dritta, senza sorprese ma non per questo noiosa. Anzi, è la sicurezza quella che impatta l'ascoltatore facendogli capire di essere di fronte a un lavoro rotondo.

Krakow

Prendo due brani che spiegano ed illustrano meglio questa metamorfosi della band che si consacra come strada perfetta.
Il primo è From Fire from Stone. Brano che si nutre di quell'acidità di scuola Neurosis. Ma non è soltanto quello, è un brano essenziale, un brano che viene preso dalla natura, da tutto quello viene da lì, dalla forza che ci ossessioniamo di voler governare quando in realtà è lei che governa noi.
Il secondo è Tidlaus, forse il brano più epico del lavoro, quello che serve a ricordare che le evoluzioni non sono rivoluzioni e che il passato è fondamentale. L'epica per la band norvegese è interessante perché non ha bisogno di nutrirsi di sortilegi ma si costruisce semplicemente col peso effettivo di quello che veramente è epico. Una chiusura rotonda per un disco rotondo.



minus è un disco che mette sotto una nuova luce i Krakow. E' una scelta d'intenzioni che da un risultato perfetto. E' un modo di far capire che la strada che porta ad avere una personalità totale, sicuramente influenzata da una serie di gruppi ma alla fine assolutamente genuina, necessita di consapevolezza e di spontaneità. Questo è un passo in avanti nella carriera di un gruppo che indubbiamente continuerà a regalare grandi dischi.

Voto 9/10
Krakow - minus
Karisma Records
Uscita 31.08.2018

Sito Ufficiale Krakow
Pagina Facebook Krakow

martedì 24 ottobre 2017

Major Parkinson - Blackbox: dentro alla scatola nera tutto può succedere

(Recensione di Blackbox dei Major Parkinson)


Uno degli aspetti più affascinanti della natura, e che lascia spazio alla maggiore immaginazione, è quello degli ibridi. L'ibrido è quello che nasce dall'unione di due razze o specie diverse e come si sa bene non sempre fare questo genere di esperimento garantisce un risultato ottimale, ma quando è così c'è sempre da essere molto entusiasta. La musica è un costante susseguirsi di ibridi e per quello la musica è viva, fresca, sorprendente e pronta a regalarci di volta in volta dei dischi preziosi. 

Blackbox dei Major Parkinson è un ibrido perfetto, è la ridefinizione di una serie di idee orientate a regalarci un "prodotto" ricchissimo e completissimo. Per arrivare a questo punto si denota che dietro a questo album c'è parecchio lavoro, un lavoro fatto con cura maniacale, cercando di dare un senso anche ad ogni piccoli sfumatura. L'entrata ed uscita in gioco delle diverse sonorità che si susseguono sono un vero trionfo. Eh sì, come vedete questo disco mi è piaciuto parecchio. Il perché è dovuto all'originalità che lo costruisce ed al modo nel quale tutto viene messo insieme. Sembra di aver capito tutto quanto per essere sbattuto da una parte all'altra. Sembra di essere riusciti a capire la direzione che la band vuole prendere quando improvvisamente si svolta da un'altra parte. Questo è un disco progressivo ma non lo sembra, questo è un disco cinematografico ma non necessita d'immagini per esserlo, questo è un disco intelligente ma che non deve vantarsi con nessuno da questa intelligenza. Questo è dunque un disco che può essere preso da qualsiasi persona, a prescindere della musica che predilige, e rimanere catturato in questa scatola nera all'interno della quale succedono delle cose impensabili.

Blackbox

In molti tendono ad associare al nome dei Major Parkinson quello di Tom Waits, questo per via di due aspetti. Il primo è il timbro vocale del cantante della band, il secondo è per il carattere goliardico che prendono diverse canzoni. Ma fermarsi a questa comparazioni sarebbe molto limitante. Infatti per capire questo Blackbox bisognerebbe immaginarsi un Waits obbligato ad abbandonare l'aspetto più rock della sua musica per avvicinarsi all'elettronica intelligente con strutture progressive che delineano dei brani in costante evoluzione. Infatti per il modo, quasi sintetico, di lavorare con la componente musicale a me viene molto in mente quello che è stato fatto da un progetto molto interessante come quello di O.S.I. ma credo che i Major Parkinson  regalino qualcosa in più a tutto quello che fanno. Infatti la loro musica è piena di pathos, piena di contaminazioni, piena di citazioni musicali, piena di strizzatine d'occhio a quello che è la cultura odierna. Per quello la loro musica è così interessante, perché è intelligente, è sarcastica quando deve esserlo, è seria quando ci dev'essere serietà.

Major Parkinson

Se io dovessi paragonare Blackbox con qualcosa lo farei con'opera teatrale di pieno successo. Perché non basta avere una bella storia da raccontare. Quello che rende immortale un'opera del genere è anche lo spessore del lavoro di recitazione degli attori. Ecco, nel caso dei Major Parkinson abbiamo una storia solida, originale, interessante, mai banale, ricca di colpi di scena, ma oltre a tutto ciò abbiamo anche degli interpreti che riescono a calarsi completamente nei ruoli, come se l'attore sparisse completamente e lasciasse spazio pieno al personaggio. Questo disco è uno spettacolo che si vuole vedere e rivedere, una e mille volte perché è prezioso, ma occhio, perché se non si svelti e veloci si rischia di rimanere senza biglietti.

Major Parkinson

L'album intero merita un attento ascolto perché regala ed assicura stupore minuto dopo minuto e dunque diventa molto difficile essere selettivo e pescare solo pochi esempi. A malincuore lo faccio per indirizzarvi verso tre dei brani che possono essere la perfetta porta dentro a questa scatola nera.
Il primo è Night Hitcher. Brano oscuro e ricercato, brano che sorprende per la sua capacità di ricreare un ambiente così presente da viverlo. Si respira questo mondo fantastico, fanta/scientifico che ci parla di viaggi spaziali, di un futuro dell'umanità che sembra essere nelle stelle e non nel nostro proprio pianeta, ma per arrivarci dobbiamo viaggiare in mezza alla notte eterna. Ma quando il viaggio sembra lineare ecco che il brano cambia, che ci parla con grandezza di quello che significa questo viaggio.
Il secondo è Isabel - A Report to an Academy. Qua entriamo nel mondo recitato, nel modo di raccontare storie in modo teatrale. Tra l'altro il gioco di voci tra quella maschile e quella femminile dell'ospite del disco Linn Frøkedal diventa prezioso. Un modo di costruire una tensione palpabile nella storia. In questo brano vengono fuori tanti personaggi da abbracciare e portarsi nell'anima.
Ma vi parlavo anche del modo goliardico di concepire la musica da parte della band. Per quello un brano come Madeleine Crumbles diventa delizioso. Dalla sua citazione più o meno voluta a Stayin' Alive al modo di mettere insieme parti futuristiche con altre divertenti. Un brano che porta a dire: "ma cosa sto sentendo!" perché stupisce con una bellezza unica e divertente.


Non mi stancherò mai di affermare che la musica è un fonte inesauribile. E lo farò perché ci sono esempi come Blackbox dei Major Parkinson che mi regalano modo di dimostrare che è proprio così, che ci sono artisti in grado di costruire dischi intensi, intelligenti e profondi senza per quello essere pedanti o altezzosi. Questo è un disco che non annoia mai, che regala nuove letture ascolto dopo ascolto e che da nuove prospettive all'evoluzione preziosa della musica. Grazie.

Voto 9/10
Major Parkinson - Blackbox
Karisma Records
Uscita 27.10.2017

Sito Ufficiale Major Parkinson
Pagina Facebook Major Parkinson


domenica 22 ottobre 2017

Wobbler - From Silence to Somewhere: oh vita dolce!

(Recensione di From Silence to Somewhere dei Wobbler)


Credo che la differenza fondamentale che c'è tra fare qualcosa di nuovo usando vecchie sonorità e cadere in una anacronistica copia è che il primo caso è degno di applauso e di entusiasmo. Il secondo, invece, denota una fossilizzazione a livello di idee e di originalità. Per chi è un assiduo lettore di questo blog sa perfettamente che, in un modo o l'altro, la mia ricerca musicale è quella della novità, del lavoro inedito che fa capire che nella musica c'è tanto ancora da dire. E per fortuna di settimana in settimana m'imbatto in lavori che mantengono immutato il mio entusiasmo verso una delle cose più belle della nostra vita: la musica.

From Silence to Somewhere è il quarto album dei norvegesi Wobbler ed è un disco che a ogni ascolto regala un'intensità emotiva propria di grandi dischi. Il perché è dovuto ad una incredibile alchimia che riesce a mettere insieme l'utilizzo cospicuo di un linguaggio musicale passato, com'è il rock progressivo scuola anni 60/anni 70 e la capacità di regalare lo stesso un album che suona attualissimo e bellissimo. Perché è facile avere certe capacità musicali che ti portino a costruire fedelmente un disco di un certo genere, già difficile da suonare, ma non lo è affatto poter costruire un lavoro pregevolissimo ed originale. Ed è proprio quello che è riuscito a fare questo gruppo. Nelle quattro tracce che compongono questo lavoro abbiamo un racconto sonoro e linguistico che si dipinge da quella poetica che ha dato al rock progressivo un profilo intellettuale che per fortuna lo distanziava dalla noiosa capacità tecnica di suonare complesse strutture. Questo è un disco composto con maestria, con la voglia immensa di emozionare l'ascoltatore, di non lasciarlo mai tranquillo ma grazie alla tensione che si riesce a creare quello che viene fuori è un coinvolgimento totale, come se questo disco godesse nel catturarci e non ci liberassi fino a che l'ultima nota si spegnesse. Mica facile!

From Silence to Somewhere

Questo disco ha tanti richiami verso la musica di mostri sacri del rock progressivo, come i Gentle Giant, i primi King Crimson, i primi Genesis o gli italianissimi PFM e Banco del Mutuo Soccorso. Gruppi tutti che sono passati alla storia non tanto per la loro impeccabile capacità musica e strumentale ma per la costruzione accurata di brani preziosi, che ormai sono patrimonio dell'umanità. Ebbene, dal mio umile punto di vista pure questo disco merita questo sguardo. Lo merita perché è un disco che emoziona, è un disco dove risulta difficilissimo trovare delle lacune, è un disco che è suonato magistralmente da musicisti bravissimi. Non basta per convincervi? E allora metto in atto un asso che avevo nella manica. From Silence to Somewhere è un disco che poteva nascere soltanto nel 2017. Poco importa selle acque da dove bevono i Wobbler siano delle acque antiche. C'è un'alchimia che è assolutamente nuova, delle sfumature che danno a questo lavoro un profilo assolutamente odierno, con un insieme di suoni che coniuga alla perfezione passato e presente. Per quello anche se il punto di riferimento principale della band sono delle idee sonore di quasi 50 anni fa è impossibile non denotare tracce di tutto quello che è successo nella musica in questi ultimi anni. Tra l'altro anche il mondo è molto diverso da com'era allora e anche di questo c'è traccia in questo disco. Come se certe "timidezze" di lavori del passato non trovassero più spazio, diventando così un lavoro spinto ma mani esagerato.

From Silence to Somewhere

Mi sembra molto più difficile essere in grado di costruire qualcosa di profondamente valido affidandosi a formule consolidate. Questo perché per riuscire a non cadere nella via più semplice ed effettiva bisogna essere veramente propositivo bisogna essere intelligente e talentuoso. From Silence to Somewhere (titolo bellissimo tra l'altro) è proprio così. E' un disco pieno d'intelligenza, un disco ingannevole perché non usa soltanto un passato musicale ma ci regala anche un futuro propositivo ed un presente fatto di evoluzioni molto addentrate in ognuno di noi. I Wobbler hanno sfornato un disco immenso.

Wobbler

Essendo questo un lavoro di quattro tracce, delle quali una è un piccolo intermezzo musicale, non mi sembra assolutamente giusto analizzarne solo qualcuna, per quella faccio qualche annotazione sulle tre tracce cantate.
From Silence to Somewhere è epica. Intensa e vissuta, raccoglie alla perfezione l'eredità lasciata da quelle canzoni progressive che raccontavano tante storie.
Fermented Hours è sicuramente un omaggio molto sentito al progressive italiano, per quello ha una parte recitata proprio in questa lingua ed è ricco di quella capacità quasi drammaturgica di trasformare la musica in vere e proprie opere teatrali. Bellissima.
Foxlight inizia cattiva, come se fosse la canzone più "arrabbiata" di questo disco, ma piano piano che va avanti lascia lo spazio alla bellezza dei cambi, alla capacità di passare da una parte all'altra come se saltassimo continuamente felici di roccia in roccia.


Faccio sempre molta attenzione ad esprimere giudizi troppo positivi, perché qualche volta l'entusiasmo di un primo ascolto annuvola la mente non permettendo di avere uno sguardo completo di quello che si sta sentendo. Per quello mi curo molto nell'affermare che From Silence to Somewhere dei Wobbler è uno dei migliori dischi di questo 2017. E mi auguro che anche voi la pensiate così. 

Voto 9/10
Wobbler - From Silence to Somewhere
Karisma Records
Uscita 20.10.2017

domenica 1 ottobre 2017

Himmellegeme - Myth of Earth: elegante e progressiva nostalgia

(Recensione di Myth of Earth degli Himmellegeme)


Quanto è importante nella musica avere il riferimento di quello che è stato fatto da altri gruppi? Sicuramente è molto importante, perché aiuta a capire in che direzione muoversi e che cose devono essere fatte. Ma è anche una guida molto utile dentro a quello che può essere il processo di composizione all'ora di scegliere delle soluzioni che finiscano per creare un disco piuttosto di un altro. Naturalmente questo discorso potrebbe sembrare andare contro l'originalità, ma in fondo tutto è nato come un riflesso di qualcosa che esisteva già per poi diversificarsi.

Sempre quando ho a che fare con un disco di debutto cerco di guardare con uno sguardo diverso quello che sto analizzando. Ed è proprio quello che intendo fare con Myth of Earth, pregevole disco che ci presenta la band norvegese Himmellegeme. Uno degli aspetti che tendo sempre a considerare maggiormente quando sono di fronte al primo lavoro di un gruppo è la personalità che c'è dietro e l'eventuale maturità, maturità che non è l'opposto della freschezza ma la capacità di fare qualcosa in modo "naturale" e "spontaneo" anche quando si tratta di una proposta nuova. Andando nel profondo di questo disco c'è da dire che questo quintetto si muove dentro ad un mondo musicale molto interessante, che mette insieme una serie di elementi che in certi momenti hanno a che fare con un rock progressivo atmosferico, in altri invece si sente una importante traccia di psych rock e per completare il trio di elementi messi insieme vediamo una bella presenza di post rock. Tutto questo grazie a l'intenzione emotiva che c'è dietro ai brani della band. Infatti l'elemento che monopolizza questo lavoro è una nostalgia elegante, molto curata. Una nostalgia che ricorda molto quello che viene fatto da artisti come i Sigur Rós capaci di trasformare questa nostalgia in qualcosa di bellissimo. Quello che allontana la band norvegese da quella islandese è che il post rock non è l protagonista principale delle loro creazioni ma si contende il posto con altri mondi musicali che ho già descritto precedentemente.

Myth of Earth

Per spiegare il risultato che si ascolta in Myth of Earth credo che non sia sbagliato dire che gli Himmellegeme metano insieme due universi musicali con caratteristiche molto diverse come quello del nord europa, con appunto i Sigur Rós ed altri gruppi della fioritissima scena musicale progressiva norvegese, e quella statunitense che ha dato spazio ad artisti di un ambito alternative rock come Jeff Buckley. Cioè da una parte la predilezione per delle atmosfere sonore che traducono un po' quello che significa vivere in quelle parti, vale a dire un rock molto intimo e curato, e dall'altra un modo più veniale di fare musica, di vivere dentro al rock più sfrenato. Sono due mondi che potrebbero sembrare in netta opposizione ma la band è molto abile a capire cosa serve sia di uno che dall'altro per costruire questo loro primo disco. Ed è sicuramente questo un punto chiave per apprezzare dovutamente questo disco. Mi è difficile pensare a qualcuno che faccia le stesse cose di questo progetto. Qualcuno che sappia pescare quell'atmosfera così particolare che è quella che nasce nei paesi dell'aurora boreale e, allo stesso tempo, riesca a dare un tocco di quel rock di cantautore moderno che è l'eredità raccolta da anni ed anni di figure che hanno glorificato il senso primordiale del rock. Questo disco è molto misurato, non eccede mai, non diventa mai troppo scatenato ma non è neanche una discesa nella nostalgia più radicale. Passeggia senza problemi tra questi mondi, con voglia di dare una nuova voce autorevole.

Myth of Earth

Myth of Earth è un disco che si ascolta molto ma molto piacevolmente perché è obiettivamente bello. E' uno di quei dischi che tranquillizzano l'ascoltatore seppur abbiano una bella componente nostalgica. Potrebbe così sembrare che gli Himmellegeme abbiano costruito un disco piatto, capace di muoversi solo su un piano. Non è così, dentro a questo lavoro troviamo una serie di brani molto diversi tra di loro, ma mossi sempre da questa eleganza nel fare le cose, questo modo di essere sempre misurati senza per quello andare a pregiudicare la resa di ogni brano.

Himmellegeme

Ci sono tre brani che mi sono molto piaciuti e che permettono di capire quali sono le differenze che il gruppo riesce a mettere in gioco con tutte le proprie canzoni.
Il primo è Natteravn e apre questo disco. Diciamo che questo è il brano più post rock di questo lavoro e personalmente è quello che più mi è piaciuto. Il lavoro ritmico è essenziale per riuscir a fare crescere quello che c'è dietro a questo brano. Il lavoro di svuotare e riempire finisce per fare breccia nell'ascoltatore che si abbandona felice all'ascolto di questa bellissima canzone.
Il secondo è Kyss mine blodige hender. Questo invece è un esempio dove si può apprezzare maggiormente la presenza del rock progressivo e del modo di fare delle cose più spinte senza per quello cadere in eccessi. Basta sentire le distorsioni di chitarre o la ritmica portata dalla batteria per capire qual è la scelta della band, sempre molto elegante.
Chiudo con Fallvin, canzone che chiude il disco con i suoi dieci minuti e trentotto di durata. E' la mostra più epica della band, in un certo modo quella più monumentale, ma ancora una volta non andiamo a stravolgere nulla nella tabella di marcia predefinita. Anche adesso è chiaro come ci sia un copione e vada rispettato a tutti costi.



Ci sono delle volte dove un primo disco evidenza che ci sono molte vie percorribili alle quali si affaccia con una certa timidezza la band in questione. Questo fa presupporre che un secondo disco sceglierà quale strada  tenere più in considerazione. Questo non capita con gli Himmellegeme perché è immaginabile che un loro secondo disco continuerà abbastanza fedelmente a percorrere la strada di questo Myth of Earth. Questo denota una personalità forte e dunque la prima sfida importante della band è vinta. Difficile iniziare un percorso in miglior modo.

Voto 8/10
Himmellegeme - Myth of Earth
Karisma Records
Uscita 06.10.2017

sabato 13 maggio 2017

Bjørn Riis - Forever Comes to an End: la vostra prossima colonna sonore

(Recensione di Forever Comes to an End di Bjørn Riis)


La nostalgia è un fiore unico. E' un profumo intramontabile che stuzzica certe aree del nostro cervello portandoci davanti agli occhi le immagini di un passato. La nostalgia è la voglia di non essere dove si è. La nostalgia è il tempo che scorre così velocemente da sentirci persi, senza poter afferrarlo ed inchiodarlo. Per quello le canzoni nostalgiche sono spesso le più belle.

A quasi un anno dall'uscita dell'ultimo album della sua band, gli Airbag, il norvegese Bjørn Riis si ripresenta con quello che è il suo secondo lavoro da solista. L'album degli Airbag, intitolato Disconnected, è uno splendido lavoro che ho avuto il piacere di recensirvi qui, e molte cose sono in comune con questo Forever Comes to an End. Per esempio in entrambi questi lavori è palpabile una sensazione di abbandono, vissuto in modo molto particolare. Nel caso degli Airbag quest'abbandono era quello della società verso i singolo individui; invece per quanto riguarda Bjørn Riis quest'abbandono è emotivo e molto più interpersonale. Musicalmente ci sono tante similitudini tra i due dischi partendolo dal fatto che entrambi sono dei lavori di rock progressivo vissuti in una chiave moderna che porta alla mente nomi come Steven Wilson o gli Anathema. La differenza essenziale è costruita sulla dimensione diversa dei due dischi, questo Forever Comes to an End ha una dimensione molto più intima, sembra scritto più col cuore che con la mente. Ed è quella la sua grande qualità, che riesce a erigere dei ponti tra le note che escono ordinate e l'emotività di chi le riceve. Tutta la tecnica, tutta la complessità di un genere come il rock progressivo vengono messi a disposizione della voglia di raccontare qualcosa a cuore aperto. Per quello questo è uno di quei dischi che vengono alla mente quando si vivono certe situazioni particolari e si ha voglia di trovare uno specchio nella musica. Forever Comes to an End è pieno di quella nostalgia padroneggiata così magistralmente dal signor Steven Wilson. Quella nostalgia che non cade nel depressivo, ne nell'autolesionista ma che che è tremendamente poetica, perché le cose belle arrivano per non andarsene più.


Forever Comes to an End

Anche se vi ho già dato molte indicazioni di quello che musicalmente si trova in questo Forever Comes to an End ci sono altre cose da indicare. Per esempio il fatto che oltre alle tracce musicali dei gruppi o progetti già indicati ci siano anche altri elementi interessanti. Per esempio il tocco chitarristico alla David Gilmour con lunghi assoli molto sentiti dove la cosa importante non è il virtuosismo ma la costruzione di frasi che completano il quadro delle canzoni. C'è anche una certa cattiveria, soprattutto nella prima traccia, che riporta alla mente certi gruppi metal, ma è una cattiveria che si traduce in bellissimi riff di chitarra. Il resto è questo rock progressivo moderno, emotivo, elegante e nostalgico. Tanto importanti quanto le parti cantate sono tutti i passaggi strumentali, che costruiscono la struttura sulla quale viene messa in scena quest'opera di sentimenti. 

Forever Comes to an End

Si capisce già che Bjørn Riis è un musicista con un legame profondissimo verso la musica. Potrei azzardare a dire che è uno che riesce a comunicare meglio con le sue composizione piuttosto che con la parola. Forever Comes to an End è un disco che ha la qualità di poter diventare colonna sonora di parte della nostra vita. Anzi, se così sarà potete ritenervi fortunati perché avere delle canzoni come queste come soundtrack  vuol dire che avete una sensibilità particolare, vuol dire che siete quel genere di persone che si emoziona di fronte ad un tramonto invece di farlo avendo in mano l'ultimo smartphone uscito sul mercato. Vuol dire che siete quel genere di persone da tenersi strette e da non dimenticare mai.

 Bjørn Riis

Tre i brani che sicuramente mi hanno lasciato qualcosa in più.
Il primo è la title track che apre questo disco. E' il brano più "arrabbiato" senza però perdere la grande dose di nostalgia che intreccia tutto il lavoro. E' un brano d'acidità, dove la nostalgia è più dissacrante, come un'ubriacatura solitaria a nottata inoltrata. 
Il secondo è The Waves. Qua la nostalgia prende altra sostanza ed altri colori. Questo è un viaggio che porta ad una spiaggia desolata in una giornata d'inverno. Perché viene quasi spontaneo il voler trovare conforto nella natura quando viviamo qualcosa di tremendamente forte. Per quello il tempo è lento, la tastiera ci guida attraverso tristi armonie che ricordano gli Anathema di A Fine Day to Exit. Bellissima.
La terza è Where Are you Now. Possiamo dire che siamo in linea col brano precedente. Infatti il lavoro delle tastiere è fondamentale per colorare di nostalgia introversa questo lavoro. Anche in questo caso si canta all'utopia di tornar a vivere qualcosa che purtroppo, per un motivo o l'altro, non ci sarà mai più. 


C'è tanta bellezza nella musica triste. Forever Comes to an End è una nuova conferma. I brani composti da Bjørn Riis scorrono preziosi come un fiume vitale. Sono delle tracce di vita, di quella parte che è sempre difficile affrontare ma che ha come giusto sbocco proprio questo. E' così che bisogna condire quei momenti. La musica, ancora una volta, diventa un dono.

Voto 9/10
Bjørn Riis - Forever Comes to an End
Karisma Records
Uscita 19.05.2017


mercoledì 7 dicembre 2016

Shaman Elephant - Crystals: nuovi orizzonti psichelici

(Recensione di Crystals dei Shaman Elephant)


Per qualche strano motivo, nella musica, nascono dei movimenti legati a certe città. Movimenti dove viene sviluppato un discorso musicale particolare e che non ha legami con la storia o con le caratteristiche culturali del posto. Come se, per qualche motivazione misteriosa, una serie di musicisti scegliesse di portare avanti un discorso musicale specifico.

Non ho in mano le informazioni necessarie per affermare se a Bergen, in Norvegia, ci sia un vero e proprio movimento di gruppi che, partendo dal passato, stano sviluppando un genere, o sottogenere, che mescola elementi musicali del passato (soprattutto anni 70) con delle sonorità più moderne. Ma dopo aver ascoltato e parlato con gli ottimi Seven Impale, aver sentito altri esempi musicali che hanno la propria culla lì, adesso mi imbatto in un'altra interessantissima e giovane realtà: quella dei Shaman Elephant.
La cosa interessante è che, di questi gruppi di Bergen incontrati in questo mio percorso, c'è sia un filo comune, che è quello dello sguardo rivolto verso il passato, che una serie di caratteristiche che rendono queste band uniche e piene di grande personalità. Nel caso dei Shaman Elephant, e grazie al loro LP di debutto, intitolato Crystals, la loro particolare interpretazione musicale parte dal hard rock anni 70, soprattutto nel versante psichedelico, toccando certi lidi progressivi, per esempio nella durata dei brani che spesso regalano delle opere di più di otto minuti, per inglobare il tutto in un suono fresco ed attuale di ottima fattura.

Crystals


Infatti Crystals è un disco molto ben suonato che esalta sia le caratteristiche personali di ogni componente della band che una personalità di gruppo. Sorprende, infatti, che questa sia una band "giovane" perché nelle tracce che costituiscono questo loro primo LP si sente una grande coerenza e comunicazione d'insieme. Grazie a ciò le sei tracce del disco passeggiano senza problemi tra l'hard rock, il rock psichedelico, il rock progressivo strizzando, volentieri, l'occhio al jazz. Detto questo potrebbe sembrare che i Shaman Elephant siano rimasti inchiodati ad un passato musicale che, ormai, dev'essere superato. Invece non è così. La loro capacità di mettere insieme questi elementi viene messa in gioco con la volontà di creare qualcosa di moderno e attuale. Loro usano delle sonorità, soprattutto per quanto riguarda il riparto di tastiere, che rimandano indietro nel tempo, e si avvalgono di una certa estetica del passato ma il risultato che poi ne viene fuori è moderno. E' bello sfogliare le loro canzoni per scoprire tracce di questi ultimi quarant'anni di musica. 
C'è da sottolineare l'eccellente livello strumentale di ogni componente della band. La chitarra ha quel virtuosismo sporco e sentito alla Hendrix, il basso richiama il suono celebre di grandi maestri come John Paul Jones, le tastiere ingrandiscono lo spettro musicale dando un tocco jazzistico e psichedelico e la batteria funge da collante tra tutti questi elementi. La voce da quel tocco di personalizzazione grazie ad un timbro dinamico impregnato di hard rock, ricorrendo, quando necessario, a delle armonizzazioni molto ben riuscite.

Crystals è un viaggio lisergico alla portata di tutti quanti. E la cosa interessante è che non si limita ad omaggiare o imitare i capi saldi del passato ma aggiunge una serie di elementi moderni a questa concezione, portando il genere a toccare nuove spiagge. E' un lavoro originale, che non stanca perché è costruito con elementi molto diversi che presentano un bel ventaglio di strutture e di giochi strumentali. E' un lavoro che gioca con la costruzione di avventure psichedeliche che trovano concretezza nella forza dei riff, spesso e volentieri suonati all'unisono.

Shaman Elephant


Tre le canzoni che vi lascio come suggerimento perché vi ronzino in testa.
La prima è la title track. Trascinante, mette subito le carte in tavola. Ci presenta un disco pieno di giochi tra spazialità e concretezza. Fa evadere la mente per poi rimetterla su binari ben predefiniti.
La secondo è Tusco, unico brano strumentale del disco. E' grazie a questa traccia che si può apprezzare facilmente il profilo jazzistico della band. Ma così come la loro musica è ricca di contaminazione anche questo aspetto lo è. Infatti il loro è un jazz alla Mahavishnu Orchestra.
Per finire vi segnalo la traccia di chiusura, Stoned Conceptions. E' il brano più lungo del disco, oltre dodici minuti, nei quali l'intercalarsi tra parti asciutte e altre molto energiche crea un'odissea sonora che avvicina questo brano a celebri canzoni epiche regalando il tocco più prog di tutto il disco.


Con Crystals i Shaman Elephant si presentano al grande pubblico in modo eccelso. E' un disco pieno di energia ed entusiasmo che ci dimostra, ancora una volta, che in Norvegia succedono cose grandi. Questo è un disco che cattura gli amanti dell'hard rock nella sua accezione più grande e che non sfigura mai, anzi, regala nuovi orizzonti. Molto bello.

Voto 8,5/10
Shaman Elephant - Crystals
Karisma Records
Uscita 09.12.2016