domenica 21 ottobre 2018

Wang Wen - Invisible City: come si colora qualcosa d'invisibile?

(Recensione di Invisible City dei Wang Wen)


La nostra Terra è un essere vivo e noi umani, generazione dopo generazione, siamo delle specie di cellule che alimentano o distruggono. Per quello è indubbio che in qualsiasi nazione, in qualsiasi città, in qualsiasi paese, la cosa fondamentale sia quella di prendersene cura delle generazioni giovani. Perché sono loro quelli che tramandarono i corretti insegnamenti, saranno loro a tenere in salute il pianeta o a distruggerlo sempre di più. E, alla loro volta, ripeteranno l'insegnamenti ai giovani del futuro. L'educazione è tutto, è la frontiera tra un fallimento e un trionfo, tra la perseveranza della memoria e la superficialità dell'amnesia. 

Tutto mondo è paese. Così si suol dire e a quanto sembra è veramente così. Possiamo avere differenza culturali ma certi aspetti rimangono sempre immutati. Per quello l'ascolto di Invisible City, dei cinesi Wang Wen, dei quali mi occupai qualche tempo fa col loro disco precedente, Sweet Home, Go!, ha la magia di diventare trasversale e di unificare le realtà concrete di tanti paesi. Non importa che la Cina sia il gigante della terra, non importa che la loro economia fiorisca e cresca sempre di più. Certi problemi sono comuni a loro come possono esserlo a un piccolo paese sperduto nel centro dell'Europa o di una città ormai decadente del Sud-america. 
Da dove viene fuori questa affermazione? Dal fatto che come la band stessa dichiara, questo nuovo lavoro risponde alla triste realtà della loro città nativa, Dalian, città del nord della Cina che anche contando con più di sei milioni di abitanti vede come intere generazioni di giovani vadano via a cercare migliori prospettive economiche. In questo modo la città popolosa si trasforma in una città fantasma. Ma come dimostrano i brani contenuti in questo lavoro questo è un disco di speranza, un disco che pretende dare nuovo colore alla città in modo che sia apprezzata da tutti.

Invisible City

I Wang Wen hanno una grande capacità, ed è quella di essere assolutamente globali. Sicuramente aiuta molto il fatto che la loro scelta musicale sia quella del post rock, cioè creazioni strumentali che non lasciano alcuno spazio alla presenza vocale. Chi ascolterà, o ha già ascoltato Invisible City, sarà d'accordo che quello che si ascolta in questo disco potrebbe provenire da qualsiasi angolo del mondo. Ed è qui che voglio soffermarmi un po', perché dal mio punto di vista non è assolutamente semplice o scontato che sia così. In queste note, intrecciate meravigliosamente, non c'è uno sforzo "patriotico" ma bensì l'individuazione di quello che è la parte midollare, cioè il fatto che una città è viva e visibile grazie alla nuova linfa delle generazioni giovani. Perché le città sono creature viventi, sono essere che mutano, che cambiano pelle, che migliorano o peggiorano, che accolgono o rigettano, che affascinano o inorridiscono. Per quello abbiamo centinaia di esempi di città che hanno saputo reinventarsi regalando un nuovo fascino nascosto. Per quello questo disco è un disco di speranza, un invito a osare, a convincersi che quella città può essere la tua propria casa.

Invisible City ci pone una domanda fondamentale: come si colora qualcosa d'invisibile? La riposta dei Wang Wen è bellissima: con la musica. E quali sono i colori che riempiono l'aria? Quelli globali, quelli dell'appartenenza locale ma anche quella degli angoli più remoti del mondo. Per quello questo disco è per tutti, per quello è bello, per quello ascoltarlo fa bene, perché ci sono molte più città invisibili da quanto crediamo.

Wang Wen

Come faccio ogni tanto non credo che sia corretto limitarsi all'ascolto di poche tracce ma questo lavoro merita di essere inglobato nella sua totalità, ma prendo quello che per me rappresenta i momenti salenti.
Lost in Train Station. Brano volutamente confusionario che prende come riferimento una stazione di treni, che può essere caotica, crudele, malfamata, stressante. La via di fuga ma anche di un ritorno non sempre desiderato. L'emozione di un addio, le lacrime di una madre che vede partire il proprio figlio. Per quello perdersi in quella condizione diventa un'esperienza ancora più forte e devastante.
Silenced Dalian. Non c'è alcun dubbio sul fatto che questo disco abbia come musa la città di Dalian ma molto probabilmente è in questo brano che quest'amore diventa ancora più diretto. E non c'è nulla di peggio di vedere che il tuo proprio amore non è più quello che era e adesso vaga silenzioso ricordando tempi migliori. Per quello questo brano è nostalgico per poi diventare rumoroso, perché s'impone di riempire gli spazi vuoti. L'iniziativa è un bocciolo se è giusta ed indubbiamente Dalian si riempirà di fiori.


Invisible City è una dichiarazione d'amore verso la propria città. Ma è anche una proposta, una nuova via, un invito a far circolare nuovo sangue per rendere migliore quello che esiste adesso. Quello che Wang Wen cercano non è soltanto comunicare, solo con la musica, la loro realtà, ma anche essere una pietra miliare per creare una nuova corrente, e chi lo sa, forse tra qualche anno sentiremmo parlare di Dalian in un modo luminoso.

Voto 9/10
Wang Wen - Invisible City
Pelagic Records
Uscita 28.09.2018

giovedì 18 ottobre 2018

Beyond Creation - Algorythm: decifrare l'algoritmo della comprensione

(Recensione di Algorythm dei Beyond Creation)


Per chi entra nel mondo della musica non è una sorpresa vedere quanta matematica ce ne sia all'interno. Sequenze, algoritmi, serie numeriche, formule e tanto altro. C'è chi riesce ad avere un'approccio "scientifico" verso la musica, mettendo volutamente in gioco quelle caratteristiche, e chi, invece, cerca di fare tutto istintivamente. C'è chi riesce a dominare senza problemi gli schemi complessi e chi preferisce farsene da parte. 
Sia come sia credo che la cosa essenziale stia nel riuscire a non rendere protagonista la matematica e che, dunque, all'ascoltatore arrivi solo la parte "musicale". Perché più importante della scienza nella musica c'è l'arte.

Algorythm

La carriera dei canadesi Beyond Creation ha sempre vissuto una strada in discesa. Seppur ci siano "soltanto" tre full lenght all'attivo il loro nome è molto rispettato e ben accolto. Indubbiamente questo è dovuto alla capacità musicale di costruire dei brani di grande complessità ma che arrivano abbastanza facilmente. Oggi mi occupo di Algorythm, la loro terza fatica. La prima cose che viene fuori ascoltando questo disco è la piacevolissima sensazione di sentire tutti gli strumenti separatamente, e suonati con grandissima capacità, e stare di fronte ad un'insieme. Ascoltando la loro musica mi è impossibile non pensare, almeno parzialmente, alla musica dei grandissimi Cynic, grazie, soprattutto, al basso fretless, alla costante evoluzione nello sviluppo dei brani e nelle contaminazioni sonore che mettono in evidenza la voglia di essere costruttori di novità. Il paragone fatto ha una validità parziale, in quanto il risultato finale dimostra che ogni band ha una metà diversa, e che ci arriva senza problemi. Nel caso dei canadesi questa meta è quella di portare una riflessione profonda sulla vita, qualcosa d'esistenzialista, sull'antropologismo e sulla storia.

Algorythm

Come succede molto spesso quando un gruppo ha le idee chiare un disco diventa un flusso potente che va in quell'unica direzione. Nel caso dei Beyond Creation quel flusso è complesso e profondo. Per quello non sembra un caso la scelta del titolo dell'album: Algorythm. Il disco sembra essere un algoritmo da decifrare, una specie di sfida tra band e ascoltatore. Per quello non c'è nulla di semplice o scontato. Principi comuni a un genere como il progressive tech death metal ma che rischiano, a volte, a rimanere solo concentrati sulla bravura dei musicisti risultando più un'esibizione delle proprie capacità che un vero e proprio insieme corale. E anche se il death metal risulta essere l'ancora della nave non ci sono privazioni in quanto ad aperture musicali. Per quello c'è spazio a un'utilizzo di assoli, sia di chitarra che di basso, che ricordano il metal anni 90, per quello ci sono degli intermezzi strumentali jazzistici e per quello ci sono momenti di calma, come se la costruzione di paesaggi sonori diventasse un obbligo, un modo di ricondurre molto più facilmente l'ascoltatore al mondo che si vuole raccontare. Tutto ciò è possibile grazie all'anima progressive che riscrive le regole del gioco volta per volta, lasciando ai musicisti una chiara possibilità d'intraprendere le strade preferite senza curarsi di come e quando. Questo bisogna ringraziarlo perché è lì che si nutre l'idea d'esposizione di un algoritmo da decifrare, e per quello è fondamentale regalare al disco diversi ascolti concentrati. 

Algorythm

Algorythm ha il fascino di quei giochi numerici dove bisogna individuare la formula che permetta di sapere come è venuta fuori proprio quella serie. I Beyond Creation si spingono anche oltre, perché non basta individuare un'unica formula per tutto l'album, bisogna anche sottoporre ad attento sguardo ciascuna delle canzoni che lo costruiscono, come se ci fosse una serie sopra ad ogni singola serie. Comprendere è una sfida.

Beyond Creation

Prendo due brano (o algoritmi?).
Il primo è The Inversion. Chitarre in stile Cynic, basso fretless cavalcante, batteria serratissima e martellante, così ci riceve per poi dare spazio alla parte più death. Andando avanti c'è spazio per gli assoli dimostrando che questa è una band che non ha paura a guardarsi indietro. E forse la parte principale, e più interessante, è quella che viene dopo dove il tempo sembra calare, dove le chitarre si rallentano, dove la voce si sussurra. Questo è dipingere con la musica.
Il secondo è Binomial Structures e lo scelgo perché permette di vedere l'altra anima della band, quella che viene fuori quando s'intraprende la strada strumentale. Questo brano potrebbe essere un brano progressive perché non c'è praticamente traccia della parte death. Tutto s'intreccia, tutto dialoga, tutti gli strumenti hanno il giusto spazio senza per quello diventare una "palestra" musicale. Funziona, cattura e ci fa capire il senso di costruzione musicale che la band insegue e le fonte dalle quali ha bevuto.



Algorythm è un disco che parla molto direttamente di quello che è il percorso musicale dei Beyond Creation. E' un modo di capire quello che amano, quello che è stato il loro alimento musicale e quello che mettono insieme con passione e con una grandissima capacità musicale. E' un scanner che fa venire fuori un risultato affascinante e non sempre facile da interpretare.

Voto 8,5/10
Beyond Creation - Algorythm
Season of Mist
Uscita 12.10.2018

mercoledì 17 ottobre 2018

Anteprima esclusiva: Zombies Ate My Girlfriend - Immolation

E' con grande piacere che vi presento, in anteprima esclusiva per l'Italia, il primo singolo del prossimo LP dei sudafricani Zombies Ate My Girlfriend. Il disco, intitolato Shun the Reptile, uscirà il prossimo 2 Novembre, edito dalla Burning Tone Records.


Zombie Ate My Girlfriend

Il brano in questione s'intitola Immolation e ci da un'immagine oscura ma molto reale della vita di tutti i giorni in Sudafrica. Il chitarrista della band, Adriano Rodrigues, commenta: "Viviamo in un posto molto violento. Ci sono certe cose che accadono regolarmente che farebbero rizzare i capelli ai cittadini del primo mondo. Neonati buttati nella spazzatura, bambini affogando in grandi latrine. Voglio dire, letteralmente affogando in una tomba di feci. Fai una passeggiata di notte in tanti posti solo se vuoi essere rapinato, rapito o assassinato. Dirottamenti, invasioni di case, nelle città, nelle periferie, nelle zone rurali e nelle metropoli. Nessuno è a salvo qui. E' un costante flusso dei più orrendi atti che si possa immagine contro i tuoi cari, donne, uomini e bambini. Siamo veramente il paese del "tienimi la mia birra" della grottesca morale."
Aggiunge: "Credo che è a questo che viene il: "i miei occhi ne sono pieni". Ormai siamo bombardati ogni giorni con il report degli atti più vili immaginabili, morte e rapimenti. Ho l'impressione d'iniziare a vivere una specie di morbido trauma. E' qua arriva Immolation, che parla di tutto ciò e della gente che paga questo prezzo con la vita."


Immolation

I Zombies Ate My Girlfriend nascono nel 2012 e sono una delle maggiori band metal del Sudafrica. Hanno condiviso il palco con grandi band e nel 2016 hanno vinto il Waken Metal Battle, nel famosissimo festival Waken Open Air in Germania, essendo la prima band sudafricana ad aver raggiunto questo traguardo. Il nuovo disco, Shun the Reptile, sarà presentato in novembre in Sudafrica e nel 2019 è in programma un tour in Germania.

E adesso, senza ulteriore indugio, eccovi l'esplosiva Immolation:




domenica 14 ottobre 2018

Flares - Allegorhythms: musica come riflesso

(Recensione di Allegorhythms dei Flares)


Lo riconosco, sono un uomo con diverse manie. Mi piace applicare una sorta di controllo sulla mia vita e sulle cose che mi piacciono. Mi piace trovare un senso logico a tutte le cose con le quali ho da fare per così iniziare a capirle. Creo che il caos sia la forma più ordinata di disordine e che la mancanza di logica sia in sé stessa la cosa più logica. Per quello uso anche quest'approccio nella musica. Per quello non mi fermo mai al primo brano di un qualsiasi lavoro, perché ho l'imperante bisogno di capire la logica di quello che ascolto. Viva le manie!

Oggi ho il piacere di parlarvi di un gruppo che mi era sconosciuto fino a poco fa anche se vanta una carriera che va oltre al decennio. Parlo dei tedeschi Flares e di quello che a tutti gli effetti è il loro secondo LP, intitolato Allegorhythms. Lavoro presentato come disco post rock con sfumature prog ma che in realtà è molto altro. Infatti aver a che fare con questo lavoro mi è piaciuto enormemente perché è un disco che rompe gli stampi che di solito cercano di richiudere al meglio un genere musicale. Questo è un disco a tratti psichedelico, a tratti acido, a tratti brillante, a tratti urbano, a tratti assolutamente umano. E' un lavoro che scivola suscitando l'interesse dell'ascoltatore perché ha in sé la capacità di essere dinamico, moderno e assolutamente non scontato. Tutto quanto con delle scelte sonore ben definite che dimostrano che c'è una grande coesione all'interno della band, dove dieci anni sicuramente aiutano a tracciare una strada comune.

Allegorhythms

Allegorhythms viene inglobato come un disco post rock perché indubbiamente ha tante caratteristiche di quel genere ma sarebbe profondamente riduttivo, come dicevo prima, dare quest'unica definizione a quello che ci offrono i Flares. Forse è vero che c'è anche una grande presenza di prog rock ma come il contenitore finisce per essere così vasto potremmo parlare "semplicemente" di strumental rock. Per quello l'esercizio più valido non è tanto quello di cercare di tradurre in genere quello che si ascolta in questo lavoro quanto provare a spiegare quali sono le motivazioni che costruiscono questo lavoro e come trovano una traduzione nella parte musicale. La prima cosa fa dire in quel senso è che questo LP suona molto urbano, a tratti quasi futuristico, quasi fantascientifico. I brani si sviluppano con scelte sonore acidificate, come se ci fosse un filtro che trasformasse tutto quello che viene suonato per dare una sensazione alterata all'ascoltatore. Per quello anche i brani che vedono la presenza vocale non sono puliti e cristallini ma sembra che essa sia uno strumento in più, protagonista allo stesso modo di tutti gli altri. La seconda motivazione che viene fuori è che questo disco fa parte di quell'insieme di band che fanno capire che il post rock non è solo cercare di tradurre in musica la bellezza del mondo o le emozioni, ma che un disco può essere molto più urbano, complesso e ricercato. Questo non è un lavoro di bellissime melodie da canticchiare mentre si sale in ascensore, questo è un lavoro cupo come il Blade Runner originale.

Musica come riflesso e non come utopia. Forse questa è la migliore definizione di Allegorhythms, un disco che non ha bisogno di esagerazioni ma che è tangibile, un disco che traduce il bene e il male del nostro oggi ma che non cerca di fare altre. I Flares non fanno sognare ad occhi aperti, non protestano, non offrono soluzioni ma riescono con la loro musica a farci capire cosa stiamo vivendo, cos'è questo mondo nel 2018, con i suoi contrasti, con l'urgenza di essere dei personaggi virtuali che si mangiano il vero essere reale.

Flares

Prendo due tracce di questo lavoro.
La prima è Amusement  Rides. Si presenta subito con degli arpeggi chitarristici complessi che chiamano in causa i King Crimson di Discpline per poi prendere la strada del post rock. La voce diventa uno strumento in più che va a raccontarci un presente di luci ed ombre-
La seconda è il brano di chiusura: Ikarus. Forse la scelta del titolo si rivela molto fedele all'intenzione mitologica di questo brano. E' il più lungo dell'intero lavoro e ci regala una serie di momenti molto variegati che cambiano anche lo stato d'animo della canzone. E' un brano misterioso, poi bello, poi nuovamente misterioso, poi acido, poi grintoso e così via. Perché come tutte le migliore storie non deve mai essere statico. 


Allegorhythms è un disco di rara abilità. E' un lavoro scritto molto bene dimostrando la personalità musicale dei Flares, il loro modo di essere portatori di presente, sapendo giocare correttamente con la musica per regalarci un lavoro fotografia del nostro 2018. E' onesto e diretto ma per arrivare ad esserlo è complesso e ben studiato. Mica semplice.

Voto 8,5/10
Flares - Allegorhythms
Barhill Records
Uscita 12.10.2018

mercoledì 10 ottobre 2018

Set and Setting: Tabula Rasa: ripartire da cento

(Recensione di Tabula Rasa dei Set and Setting)


Forse uno dei concetti ricorrenti di questo blog è quello di scovare dischi e band che cerchino di dare una nuova luce a quello che potrebbe sembrare già esistente. Gruppi che regalino qualcosa di nuovo in un mondo dove spesso sembra tutto inventato, suonato e risuonato. Ed è difficilissimo, perché c'è sempre il conto di quello che si è masticato musicalmente, di quello che ogni musicista ama e integra nella sua propria musica a limitare questa libera creatività. Tra l'altro non è neanche possibile, anche se più di qualcuno l'ha fatto, lasciare via libera alla libertà compositiva, perché si cade in una sorta di caos musicale. Tutto questo rende affascinante la possibilità che ho di ascoltare continuamente musica nuova ed è quello che m'impulsa a non mollare mai.

Tabula Rasa

In mezzo a tutte le felici e nuove scoperte, per me, oggi tocca parlarvi di un gruppo che, anche se ci presenta già il suo quarto LP, fino a poco tempo mi era sconosciuto. Il gruppo in questione si chiama Set and Setting e fino ad adesso è riuscito a dare dei grandissimi salti in poco tempo. Sicuramente per via dell'entusiasmo creativo che si sente con chiarezza e per il pregevolissimo risultato dei loro lavori. L'ultimo in questione ha per titolo Tabula Rasa ed è interessante questionarsi se il fatto di aver dato tale titolo a questo disco sia un modo di ripartire, di mettere da parte quello che è stato fatto fino ad adesso e di dare un nuovo impulso alla propria musica. Nel loro caso questa scelta diventa abbastanza particolare, perché trattandosi di una band strumentale da una parte sembra più facile percorrere nuove vie ma d'altra non avere la presenza di una voce o di parole potrebbero limitare il tutto. Ma esplorando questo disco scopriremmo che questo lavoro in realtà è espansivo dando tanti sfumature equidistanti. 

Tabula Rasa

Qualcuno ha definito i Set and Setting come il risultato di una ipotetica collaborazione tra i Russian Circles e i primi Pink Floyd. Ascoltando Tabula Rasa quest'impressione non mi sembra quella più efficace perché la bilancia tende a cadere dalla parte della prima band senza avere tantissime luci per accostarlo ai mostri sacri del rock psichedelico e progressivo. Ma l'elemento che gioca assolutamente a favore dei Set and Setting è il fatto che questo disco sembra aver dei confini molto molto ampi, limitati solo, per modo di dire, al fatto che siamo di fronte a un lavoro strumentale. Sarà per quello che come definizione si tende a parlare di strumental rock, termine tanto ampio quando dispersivo. Cercherò, dunque, di scavare un po' di più. Indubbiamente la musica che si sviluppa nelle nove tracce di questo lavoro ha come riferimento principale quello del post rock, portandoci così alla mente band come i prima citati Russian Circles ma anche i Pelican o, e questa è un'apertura molto interessante, gli spleepmakewaves. Tutti gruppi che hanno la capacità di dipingere grazie alla propria musica. Quello che risulta particolarmente interessante, nel disco del quale mi sto occupando adesso, è che non si disdegna assolutamente il fare ricorso a una serie di sonorità che potrebbero sembrare più distanti di quello che normalmente fa la band. Per quello ci sono delle parti assolutamente grintose dove si sente chiaramente una radice di post metal, andando poi a creare delle atmosfere che all'occorrenza passano dal cupo al luminoso, con l'ausilio di parti che potrebbero sembrare più drone ed altre appartenenti all'ambient. In altre parole l'intento sembra quello di, tenendo sempre in mente l'appartenenza e la personalità del gruppo, andare a pescare in tutti i confini possibili la possibilità di fare crescere la propria proposta.

Tabula Rasa

Per quello Tabula Rasa non sembra affatto essere un nuovo inizio o, piuttosto, invece di azzerare tutto si propone di esaudire al meglio, e quanto più approfonditamente possibile, quello che viene raccontato utilizzando soltanto degli strumenti. La gioventù dei Set and Setting sembra essere usata come un modo spregiudicato di aggiungere quante più cose possibili per costruire al meglio il proprio mondo sonoro. Scommessa coraggiosa ma che viene assolutamente ripagata regalando un disco solido e mai monotono.

Set and Setting

Prendo due brani che permettono abbastanza chiaramente di capire come si sviluppa il mondo sonoro di questo disco.
Il primo è Revision Through... brano che sembra volutamente essere collegato a quello successivo del disco, cosa che si ripeterà anche con altre coppie di brani. Questa prima parte è pesante, schiacciasassi, facendo capire come la band non si fa problemi a spaziare nella scelta strumentale per riuscire a creare il giusto ambiente. Ma la cosa fondamentale, che deve rimanere impressa, è che tutte le scelte vengono fatte con un'unica linea sonora. Infatti il suono scelto non è mai metal rimanendo sempre molto pulito, anche quando la grinta è al massimo.
Il secondo è Elucidation. Qui andiamo nell'altro estremo. Brano bellissimo, quasi minimale, dove tutto è piacevole, incantevole. Ci sono brani che profumano di natura, di fiore, di erba bagnata: questo è uno di loro. L'utilizzo della tromba è assolutamente azzeccato, regalando una dimensione onirica molto interessante.


Tabula Rasa è un bel compendio di brani costruiti seguendo una logica molto chiara. I Set and Setting costruiscono delle storie, o dipingono le stesse, portando l'ascoltatore a vivere dall'interno tutto quanto. Passando da un estremo all'altro con naturalezza, con la fragilità di essere riusciti a costruire un disco completo, maturo e imponente.

Voto 8/10
Set and Setting - Tabula Rasa
Pelagic Records
Uscita 12.10.2018 

domenica 7 ottobre 2018

A Forest of Stars - Grave Mounds and Grave Mistakes: si apre il sipario

(Recensione di Grave Mounds and Grave Mistakes dei A Forest of Stars)


Un processo molto interessante è quello di tramutare dal proprio contesto storico un'epoca, un periodo, un modo di vivere e comportarsi e tradurlo con le realtà culturali e musicali che sono state sviluppate parecchi anni dopo. E' un esercizio utile perché, da una parte, avvicina l'ascoltatore a una realtà che potrebbe sembrarle assolutamente lontana e, d'altra, dimostra che i grandi momenti nella storia hanno un'eredità importante, che si evolve così come si evolve il tempo. 

Grave Mounds and Grave Mistakes

Quante volte ognuno ha detto che le sarebbe piaciuto vivere, o vedere il mondo, in una certa epoca del passato? Il viaggio nel tempo è sempre stato un elemento che affascina, che si nutre di mistero e di svariate teorie. L'evoluzione è un'imposizione e non sempre, individualmente, abbiamo la possibilità di accettare o rifiutare un cambiamento. Per quello A Forest of Stars nasce come un collettivo che si basa nella vita vittoriana dell'Inghilterra d'inizi del secolo scorso. Ma bisogna prestare molta attenzione, perché come ci dimostra il loro ultimo lavoro, Grave Mounds and Grave Mistakes, questo basarsi su quell'epoca è una scelta stilistica, lirica, poetica ma non musicale, o, piuttosto, la musica che nasce dal lavoro di questo collettivo è, a tutti gli effetti, musica nata nel nostro presente guardando molto significativamente un futuro d'avanguardia. Come mescolare passato e presente con sentori di futuro? Le vie sono tante, e senz'altro molto interessanti; nel caso della band potrei dire che si tratta di una reinterpretazione, volutamente esagerata, di quello che è significato quell'epoca particolare in quella porzione geografica specifica. Insomma, una specie di teatro intenso che non propone in alcun modo di riportare in vita qualcosa di morto e sotterrato ma di prendere la sua essenza e la sua estetica per comunicare, per creare arte.

Grave Mounds and Grave Mistakes

Per tutto ciò l'errore imperdonabile che un lettore di questa recensione non deve proprio effettuare è quello di aspettarsi di essere di fronte a un lavoro romantico e cupo perché Grave Mounds and Grave Mistakes è molto di più e molto più complesso. Bisogna partire dalla scelta musicale portata in atto dai A Forest of Stars, scelta che porta la loro strada su una via che percorre l'avantgarde metal con chiare tinte black metal e psych metal, vale a dire elementi che da una parte potrebbero sembrare assolutamente distanti da quello che è l'epoca vittoriana, ma d'altra, se si pensa bene, diventa una proiezione utilissima e molto interessante. Questo perché elementi come l'avanguardia del pensiero e il cupo dei sentimenti, verso la sfuggente vita, trovano riflesso in questa scelta musicale. Aggiungiamoci l'aspetto psichedelico legato alle sostanze psicotiche che si consumavano como modo di evadere e il quadro viene fuori abbastanza completo. Ma quello che ci può interessare maggiormente è capire come si mettono insieme questi elementi, come si decantano dentro di quello che sono le otto tracce di questo disco. A questo punto diventa fondamentale il ruolo dell'avantgarde metal che ci regala strutture mobili e flessibili di brani che non seguono logiche prestabilite ma si sviluppano seguendo l'andare della sceneggiatura dettata dal racconto verbale che si traduce nelle parole del disco. In un certo modo il concetto principale da tenere sempre presente è quello dell'esagerazione. Tutto è una recita.

Grave Mounds and Grave Mistakes

Una recita che esalta il mistero e la volontà dell'uomo di conoscere e, possibilmente, dominare l'ignoto. Grave Mounds and Grave Mistakes sembra essere un'opera teatrale profondamente poetica che abbraccia la possibilità di toccare con mano quello che non conosciamo. A Forest of Stars mette in scena quest'opera che non lascia nessuno indifferente, ed è un'opera curatissima, dove tutto deve avere un senso, dove anche la più minima scelta risponde a qualcosa di più profondo, dando anche molto spazio all'interpretazione personale, alla voglia di declamare l'effetto di quello che si è appena visto e sentito.

A Forest of Stars

Prendo tre brani di questo lavoro.
Il primo è Precipice Pirouette, brano che può perfettamente sintetizzare quest'intero lavoro grazie alla sua mutabilità, al modo nel quale si sviluppa senza mai essere sottoscritto ad un unico destino. Diventa multi sensoriale perché questo è uno dei desideri di questo lavoro, di riuscir a catapultare l'ascoltare in un mondo inesistente, che si basa, in parte, in elementi del passato.
Il secondo è Tombward Bound. Anche se principalmente la direzione seguita è la stessa del brano precedente in questa canzone i toni cambiano leggermente, cercando un approccio più poetico, più tranquillo, più psichedelico. Ma ancora una volta siamo trasportarti in questo mondo fantastico che sembra far parte dalla più profonda letteratura vittoriana.
Il terzo è Taken by the Sea. Forse è il brano "diverso" di questo lavoro. Non soltanto perché la voce viene affidata alla componente femminile del gruppo ma anche per la struttura, molto più "convenzionale", e alle parole. Questo è un brano d'addio, un brano di separazione, di nostalgia, di dolore. Per quello diventa molto più semplice e diretto.



Grave Mounds and Grave Mistakes è uno di quei dischi che definiscono perfettamente quello che è l'arte. Una costruzione concreta che si nutre d'idee, di suggestioni, di storie, di voglia di regalare qualcosa di nuovo. L'intento dei A Forest of Stars trova una concretezza che si riflette sul fatto che nessun ascoltatore può rimane indifferente di fronte a questo lavoro. Per quello l'arte è fondamentale, perché ci fa capire che essere vivi e portare la mente nelle più svariate direzioni.

Voto 8,5/10
A Forest of Stars - Grave Mounds and Grave Mistakes
Lupus Lounge
Uscita 28.09.2018

martedì 2 ottobre 2018

Crippled Black Phoenix - Great Escape: levitare e fuggire dall'omologazione

(Recensione di Great Escape dei Crippled Black Phoenix)


Una strada sterrata che giunge alla cima di un promontorio dove resiste ancora un po' di neve. Un cavallo che sembra levitare abbandonando la terra che lo teneva saldamente collegato al mondo. C'è dello stupore, c'è un senso di libertà, di uno scopo, che sembrava impossibile, raggiunto; ma c'è anche un senso di paura, di affrontare uno ignoto mai vissuto, di essere non idoneo a questa nuova realtà. 
Queste immagini non sono soltanto la copertina di un disco fantastico ma sono una metafora di quello che tesoreggia lo stesso. Scappare non è un atto semplice, perché oltre al coraggio serve una grandissima consapevolezza di abbracciare un'esperienza assolutamente nuova che cambia radicalmente la vita.

Great Escape è un nuovo capitolo dentro alla proficua vita compositiva di Justin Greaves e di quella che può essere definita come la sua creatura più personale, cioè i Crippled Black Phoenix. Come sempre succede un nuovo capitolo merita di avere una giustificazione palpabile, un motivo per il quale sia i musicisti hanno voglia di mettere giù del nuovo materiale e gli ascoltatori hanno "l'urgenza" di divorarlo, di capirlo, di farlo proprio. Quest'urgenza è onnipresente in questo disco. Questo lavoro rappresenta una fuga che può essere vissuta in mille modi diversi e, di conseguenza, può avere un riflesso su ognuno. Nessuno viene tagliato fuori, questo non è un disco di nicchia, ma, nello stesso tempo, diventa un lavoro prezioso da sapere cogliere, da saper ascoltare, da saper lasciarsi guidare nella profondità dei propri suoni, dei propri paesaggi. Perché soltanto così quella levitazione, quella voglia di evadere, diventeranno realtà. E' presto per dire se siamo di fronte a un capolavoro ma tutte le prime impressioni vanno in quella direzione. Questo è uno di quei dischi da tenere sempre pronto perché è una di quelle opere che ti salvano la vita.

Great Escape

Quando si è di fronte a un'esperienza di questo genere è difficile, e inutile, contestualizzare. Ma visto che chi arriva a leggere queste linee cerca un equilibrio tra informazione ed emozione cerco di dare qualche, fredda, caratteristica di Great Escape. Ancora una volta bisogna fare i conti con l'idea di essere di fronte a un lavoro dove i Crippled Black Phoenix inseguono può certi sentimenti, certe emozioni, un certo modo di evadere da una realtà non sempre facile, e dunque le scelte musicali sono sottomesse a quelle indicazioni dell'anima. Per quello tutto si basa su un contrasto fondamentale, quello tra tristezza, depressione e senso di abbandono e tra la speranza, il nuovo inizio, la fuga. Per quello tutto quanto può sembrare molto cupo per poi esplodere nella speranza, come se il duro inverno fosse, finalmente, finito e la vita congelata tornasse a fare il suo percorso. Questa transizione musicalmente si nutre d'intrecci, di mescolanze tutto tranne che scontate. Per quello se a tratti questo disco sembra un lavoro di dark rock, un attimo dopo l'abbraccio di sonorità più "luminose" lascia tutto da parte. Credo che indubbiamente quello che non sfuggirà a nessuno è il fatto che la costruzione di profonde trame sono quelle che danno lo schema corretto da seguire. Infatti in questo disco ci sono chiare tracce di psych doom, di accenni, volutamente mai approfonditi, di post rock, con generose contaminazioni synth o dark folk. Insomma, una creatura che non è affatto, e dal mio punto di vista inutile, facile definire. Per quello questa band suona come questa band e basta. Possiamo divertirci, sempre che sia un divertimento, a trovare paragoni qua e là ma non colmeremo mai l'intero quadro sonoro. Per quello è meglio premere play, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare.

Great Escape è toccante perché ricerca quella bellezza che il mondo, sempre più spesso, ci spinge a dimenticare. Potrebbe sembrare il canto di un cigno ma il desiderio è che non lo sia affatto perché esempi musicali, e di vita, come questo devono sempre esistere. I Crippled Black Phoenix urlano il loro senso di inadeguatezza di fronte a un mondo che è sempre più omogeneo facendo pensare che siamo tutti alternativi, interessanti, trionfatori nati, quando in realtà c'è il vuoto colorato e basta. Dopo avere ascoltato questo disco bisogna fare un grande respiro, guardarsi allo specchio e ringraziare di essere diverso dalla massa. Per quello quest'album diventa un manuale per chi vuole fuggire e cambiare veramente la propria vita. Qualcosa d'impagabile. 

Crippled Black Phoenix

Prendo due brani che sicuramente sintetizzano abbastanza fedelmente l'intento, assolutamente compiuto, dietro questo lavoro.
Il primo è To You I Give. Struggente nello andare a capire qual è la ricerca fondamentale e primitiva di ognuno di noi, quella di avere qualcuno con chi crescere, vivere e attraversare il percorso chiamato vita. E' una canzone di speranza perché ricorda quali sono le cose importanti da non dimenticare mai. Un inno da ascoltare in modo rigenerante. 
Il secondo è Times, They Are A'Raging. Brano che non soltanto gioca col titolo del classico di Bob Dylan ma permette di fare un paragone tra due epoche storiche dove tanto è cambiato. La rivoluzione non deve basarsi più nell'amore ma nella rabbia di essere stati indottrinati e rincoglioniti fino al punto attuale. Ma occhio, questo non è un brano anarchico, è un brano di un intelligenza sottile che fa capire perché dev'essere così.


Great Escape può essere vissuto a tanti livelli diversi. Può essere una piccola rivoluzione interna, può essere la voglia di cambiare tutto il mondo, può essere il sollevarsi da un momento buio, può essere il cambiamento definitivo che ti fa vivere un'intera vita luminosa. Ma non importa l'entità di quest'impatto, quello che importa è che Crippled Black Phoenix sono riusciti a dare vita a un disco meraviglioso che è qualcosa di più di semplice musica.

Voto 9,5/10
Crippled Black Phoenix - Great Escape
Season of Mist
Uscita 14.09.2018

lunedì 1 ottobre 2018

Madder Mortem - Marrow: l'entità definita e presente

(Recensione di Marrow dei Madder Mortem)



Quanto profondo è il nostro essere? Ci si arriva mai a capirlo completamente e nella sua essenza o c'è una parte che rimarrà sempre ignota, anche a noi stessi? Quante cose ci sono dentro di noi stessi che non riusciamo a tirare mai fuori? 
Musicalmente tutte queste domande hanno un riflesso nel percorso di ogni band. Perché fare parte di un progetto non è mai semplice, è un compendio di equilibri fragili, d'inquietudine mutabili che si nutrono di esperienza ed evoluzione; di scelte che non sono sempre condivise da tutti quanti. L'onestà musicale piena forse non esiste mai, tranne nel caso dei cantautori o dei progetti musicali individuali, e avvicinarsi è un privilegio di pochi.

Marrow

Dopo un silenzio durato parecchi anni nel 2016 i norvegesi Madder Mortem ci hanno sorpreso con un graditissimo ritorno intitolato Red in Tooth and Claw (recensione che trovate qui). Un album energico, in un certo modo cattivo, ma certamente il riflesso dell'evoluzione di una band che aveva tutte le carte in gioco per continuare a raccontarci una serie di storie meravigliose con la propria musica. Il ritorno è stato molto ben colto e dopo una lunga serie di concerti affiancando uno dei progetti musicali più interessanti del panorama attuale, cioè quello degli svedesi Soen, ecco che la band norvegese ci regala un album prezioso che certifica l'accerto di essere tornati. L'opera in questione si chiama Marrow, midollo, e,in un certo modo, denuda l'essenzialità del gruppo, mettendo sotto lo sguardo di tutti i 360 gradi del loro mondo musicale. Una scelta assolutamente coraggiosa e degna d'applauso che da risultati molto positivi.

Marrow

Marrow ha, anzi tutto, una caratteristica fondamentale che edifica tutto quello che viene poggiato sopra. Questa caratteristica è la sicurezza. Siamo di fronte a un disco che non si perde intraprendendo delle strade disconnesse. Tutto sembra essere parte di percorso studiato, verificato e percorso un'infinità di volte. Ma non per questo diventa monotono, routinario, scontato. Questa "gitta" musicale permette ai Madder Mortem di farci vedere quante più caratteristiche possibili del loro universo musicale, che vanta ben sette LP, spaziando senza mai uscire da quello che sono, quello che è il loro midollo. Il punto centrale, intorno al quale ruota tutto il resto, è il progressive metal ma le strade che confluiscono in questo punto hanno tutta una serie di sfumature che le portano a offrirci dei brani di una bellezza emotiva unica, e che meritano di essere annoverati come esempi pratici di come si devono costruire una serie di ballate rock o metal, ma ci portano anche a soluzioni per nulla scontate e che abbracciano così, un'altra parte essenziale della storia della band, cioè quella dell'avantgarde metal. Nella descrizione dell'album, fornita dalla lungimirante casa discografica Dark Essence Records, si parla del loro lavoro più doom fino ad oggi. Posso essere d'accordo in parte con questa definizione, perché se bene molto spesso ci siano effettivamente delle sonorità che vanno in quella direzione il tempo e le atmosfere sonore ricreato non sono propriamente di quella linea. 
Il messaggio principale è che i norvegesi sono in grado di passare da uno stato emotivo, tradotto naturalmente in musica, a un altro molto distante con una grande maestria.

Marrow

Marrow si trasforma a tutti gli effetti nella fotografia più fedele dei Madder Mortem. Sembra che non si lasci nulla al caso, che non ci sia alcuna voglia di nascondere nulla, che non ci siano bisogno di approfondire solo un aspetto di quello che fa la band ma che quello che arriva alle nostre orecchie sia l'essenza stessa del percorso musicale intrapreso. I contrasti ci sono, e sono drastici, la bellezza c'è, e si cella negli angoli meno scontati. Tutto funziona con una semplicità che più che mai non è semplice, perché contrasta la complessità che c'è dietro al mondo musicale di questo disco.

Madder Mortem

Prendo tre brani da approfondire maggiormente come riflesso di quello che ho cercato di spiegarvi precedentemente. 
Il primo è Until you Return, forse il punto più alto del disco. Siamo di fronte a una ballata struggente, di una bellezza sconvolgente. Un brano costruito con delle atmosfere sonore che potrebbero sembrare quasi dal post rock, per poi esplodere con una grinta che fa capire che non siamo assolutamente in linea con un brano smielato e scontato. E' epico, emozionante, onirico.
Il secondo è Far from Home. Di nuovo siamo di fronte a un brano che potrebbe sembrare parte della parte più tranquilla della band. Ma anche qui nulla è scontato, tutto procede su una strada che non ha paura di addentrarsi in mondi rarefatti, perché nulla è scontato, perché qualsiasi emozione può prendere direzioni che sono da esplorare. E' un invito.
La terza è Waiting to Fall, brano di chiusura del disco, anche se per dovere di cronaca c'è un'ultima traccia che s'intreccia con quella di apertura di questo lavoro. Questo brano permette di capire al meglio l'anima progressiva della band e anche il nulla pregiudizio nell'abbracciare tutta una serie di elementi iniziali che all'inizio non si accosterebbero al loro genere. E' un brano che effettivamente ci trasmette questa resistenza interna, questa opposizione a una caduta, questa ribellione dell'anima, fatta di urla liberatorie.


Marrow è un esercizio di onestà assolutamente non semplice. E' il modo nel quale i Madder Mortem ci raccontano quello che sono come band, quello che hanno percorso, quello che hanno visto, quello che hanno ascoltato, quello che poi è il riflesso di quello che sono come entità. Perché, alla fine, le band importanti diventano a tutti gli effetti delle entità che siano sempre presenti nelle nostre vite.

Voto 9/10
Madder Mortem - Marrow
Dark Essence Records
Uscita 21.09.2018 

lunedì 3 settembre 2018

Khôrada - Salt: quello che è essenziale diventa complesso

(Recensione di Salt dei Khôrada)


Tutte le relazioni nella vita sono processi separati, sono storie inedite che piano piano si scrivono essendo molto difficile sapere l'epilogo. La musica è piena di relazioni, come quella dei fans nei confronti di un determinato disco, come quella dei musicisti in confronto alla musica che fanno, alla possibilità di insistere su una stessa strada o decidere di cambiare. Ma c'è un'altra relazione principale, cioè quella che si verifica dentro a un gruppo stesso, alla possibilità di scrivere insieme tutto un percorso o di modificarlo strada facendo, magari cambiando componenti o altro. In certi casi l'unica via possibile è quella della fine. Quella di decidere che non è più possibile andare avanti. Forse è quella più difficile, ma, in un certo modo, è quella più rispettabile.


Salt

Khôrada nascono dalle ceneri. Nascono come l'intreccio delle esperienze musicali essenziali che mettono insieme musicisti che si celavano dietro a due progetti fondamentali per l'avantgarde metal. Parlo degli Agalloch e degli Giant Squid. Due gruppi che hanno regalato un modo diverso di capire l'avanguardia musicale creando dei linguaggi propri e inimitabili. Salt è la loro prima creatura ed è un grandissimo piacere andare a girare le pagine di questo nuovo capitolo musicale. Lo è perché tutto sembra presagire che si tratta di qualcosa di interessante, di complesso e di assolutamente originale. Come cercherò di raccontarvi in queste linee vedrete che effettivamente tutte le premesse sono corrette e giuste. La band è una costruttrice di trame musicali nuove ma occhio, le band di appartenenza, o del passato musicale di questi musicisti sono molto presenti, come se questo lavoro fosse a tutti gli effetti la normale evoluzione che doveva, per forza avvenire. 


Salt

Salt è, senza alcuna ombra di dubbio, un disco che nasce nell'avanguardia musicale di quel oceano chiamato metal. Ma se il metal è un oceano l'avantgarde è un mare bello grande e le acque sono molto diverse mutando dove si naviga o nuota. Nel caso dei Khôrada questo modo di vivere la propria musica si basa in un impulso: quello di non dover rendere conto a nulla e nessuno. Mi spiego meglio, l'idea che viene fuori ascoltando questo disco è che si tratta di un lavoro nato buttando giù delle idee che non tenevano assolutamente in conto quello che può essere un determinato percorso della musica in genere e di quello che è l'avanguardia nel metal. Naturalmente sarebbe da ingenui non aspettarsi di ritrovare tracce di quello che è il passato musicale dei componenti della band e per quello viene da pensare che questa nuova creatura sia, in un certo modo, la logica evoluzione di un discorso che viene da lontano.


Salt

Salt è, in un certo modo, un disco apocalittico. La chiave di lettura per capire al meglio tutto questo lavoro sta nella contrapposizione tra le strutture musicali complesse e ricercate dei Khôrada e l'essenzialità dei loro messaggi. Quando tutto viene distrutto, quando la polvere domina tutto quanto, quando è ora di rinascere allora certe cose diventano preziose, come l'acqua, come l'affetto materno, come il sopravvivere un giorno in più. La musica di questo disco descrive quali sono i percorsi mentali che portano a visualizzare tutto questo: per quello il semplice diventa complesso, per quello ci si ricorda che cosa significa essere umani.


Khôrada

Pesco due brani da questo lavoro, anche se sono in obbligo, come fatto in altre occasioni, di indicare che ogni traccia merita di essere ascoltata attentamente, di essere approfondita con uno sguardo molto più globale.
La mia prima scelta ricade su Augustus. E' il punto più toccante del disco, quello diverso, quello intimo. Per quello bastano 110 secondi, perché le parole sono tutto, perché questo è il giusto omaggio alla promessa che non si è avverata, al mondo che cambia, che è crudele e spietato molto spesso ma che lascia sempre un insegnamento, per essere migliori, per andare avanti.
La seconda canzone è Ossify e in un certo modo è un brano che può sintetizzare in modo importante quello che possiamo ascoltare in questo lavoro. E' un brano critico, un brano che riesce a profetizzare il motivo della morte della nostra epoca. E bisogna viverlo così, bisogna vederlo come i segnali del futuro che devono essere ascoltati, in modo di cambiare direzione. Musicalmente è grandioso, diventa quasi allegro come se le parole cantate fossero un poema epico, un poema che esalta la nostra stupidaggine. Un'altra volta è il conflitto a dettare tempi, tensioni e grandiosità. 



Il sale è stato prezioso per poi diventare una delle cose più economiche che ci siano. Non credo sia un caso se il debutto dei Khôrada si chiami proprio Salt. E' un modo di richiamare quello che siamo stati e quello che, se non cambiamo, torneremo ad essere. E' un modo di dire basta, di far capire che senza rendercene conto ci stiamo autodistruggendo, mettendo a rischio il nostro mondo, ignorando che siamo noi a dover stare alle regole del mondo e non viceversa. Questo disco è un monito fatto in modo magistrale. 

Voto 9/10
Khôrada - Salt
Prophecy Productions
Uscita  20.07.2018

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