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giovedì 17 gennaio 2019

Inferitvm - The Grimoires: il mistero dell'ignoto

(Recensione di The Grimoires degli Inferitvm)


Ultimamente sto portando d'avanti un discorso abbastanza divertente su Instagram. Sto vedendo quale nazione, secondo i miei followers, ha le migliori band metal. Per farlo sto seguendo uno schema simile a quello di un mondiale di calcio, cioè sto mettendo a confronto 64 nazioni accoppiandole e andando avanti a eliminazione. Ancora sono alla prima tappa ma è molto interessante vedere come, anche dietro al suggerimento dei miei propri follower, escano fuori delle realtà musicali che non conoscevo minimamente. Perché alla fine la musica non ha alcun confine.

Sicuramente se si pensa alle isole Baleares la prima immagine che viene in mente è quella del divertimento sfrenato di Ibiza, collegato molto spesso alla musica elettronica. Ma per fortuna, come dovrebbe capitare ovunque, c'è spazio per tanta altra musica. La dimostrazioni ci viene offerta dagli Inferitvm, capaci di costruire senza alcun problema un secondo interessante disco, intitolato The Grimoires. Un disco che potrebbe perfettamente essere nato nei paesi nordici o in latitudini che si allontanano molto dalla Spagna. E utilizzo volutamente questo stereotipo perché voglio che si rifletta su come associamo certi generi a certe regioni del mondo. Cosa che in un ambito folkloristico viene perfetto ma che, antropologicamente, ancora non è successo portando la musica a altri livelli. Per quello lascio sospesa la domanda: è giusto considerare certi generi musicali, per esempio il black metal, come fedele rappresentazione di un paese e della sua storia? Sarebbe interessante trovare le risposte.

The Grimoires

Ma concentriamoci su The Grimoires. Quello che ci viene offerto in questo secondo disco degli Inferitvm è un disco energico, figlio di un black metal di scuola nordica che non diventa mai estremo. Abbiamo un compendio di brani e di note, spesso dissonanti, che scivolano creando un'atmosfera particolare. Musica che ci parla del passato remoto, di civiltà che ormai sono soltanto un vago ricordo o un racconto sospeso che ha attraversato i secoli dei secoli. Insomma, il mistero che è sempre presente su tutto quello che ancora non ha una spiegazione esaustiva. La nostra evoluzione come specie non è mai stata lineare e tanti insegnamenti del passato si sono persi definitivamente. Tutto ciò è presente in questo disco, che si nutre di quel mistero, del gioco di cercare d'indovinare come sono andate le cose. Per quello tutto quello che serve è che musicalmente la direzione sia molto chiara per procedere dritto. 

Insomma, The Grimoires si occupa di tutto quello che da una parte sembra oscuro e superato e dal'altra è ancora frutto di dibattiti e confronti di tesi diverse. Tutto quello viene messo in musica, ciascuna nota suonata dagli Inferitvm sembra chiaramente indirizzata nella loro intenzione musicale e artistica. E anche se magari questa è una tematica comune a tanti gruppi non è stancante e non è assolutamente ripetitiva.

Inferitvm

Prendo un paio di brani da questo lavoro.
Il primo è Goetia of Shadows. Molto interessante la melodia di tastiera dell'intro, figlia di una grande nostalgia messa a gioco del brano. Successivamente il brano ci mostra la faccia più chiara dell'intenzione black metal della band ma mettendo insieme una serie di elementi che possono anche sembrare contrastanti. Un bel risultato finale.
La seconda è De Occulta Philosophia. Parlavo di tutti gli aspetti antichi, che ci riportano a vecchie civiltà presenti in questo disco. Questo brano ne è fedele dimostrazione. Sonorità che ci riportano all'antico Egitto e tutto il mistero delle arte oscure, mai svelato completamente. Il brano gira perfettamente, funziona come dovrebbe, portando l'ascoltatore dentro al cuore stesso del mistero.


The Grimoires è dunque figlio di un modo molto interessante di sintetizzare le esigenze artistiche e la voglia di raccontare certe storie. Poco importa da dove provengono gli Inferitvm, il risultato della loro musica diventa universale, perché la loro intenzione non può, ne deve, essere collegata al punto d'appartenenza geografico. E nello stesso modo questo disco sarò apprezzato da chi ama queste tematiche e questo genere musicale.

Voto 7,5/10
Inferitvm - The Grimoires
Inverse Records
Uscita 25.01.2019

venerdì 4 gennaio 2019

Wolfhorde - Hounds of Perdition: dentro alla fantasia

(Recensione di Hounds of Perdition dei Wolfhorde)


La magia della musica sta nel fatto che qualsiasi cosa possa essere raccontata in tanti modi diversi. Alla fine ci sono delle tematiche che sono comuni a tanti gruppi ma il trattamento che ognuno dà è la particolarità che fa scattare quella molla che permette di unire musicista e ascoltatore. Non credo che sia possibile dire che un modo sia migliore dell'altro o che ci sia un linguaggio semplice col quale raccontare le cose ed altri complessi. Ogni ascoltatore deve sapere cosa cerca e, una volta che lo trova, buttarsi di capofitto su quello.

Hounds of Perdition è il secondo album dei finlandesi Wolfhorde. Un disco che si districa tra il sinfonico e il folkloristico, dando così un tocco narrativo a quello che la band cerca di trasmettere col proprio lavoro. E questa scelta diventa molto interessante, perché nel metal ci sono tantissime vie da percorrere, qualcuna che forse fa vivere le cose in prima persona, altre dove invece la narrazione diventa fondamentale per assistere a un racconto, o a una proiezione cinematografica di un film di fantasia.Nel caso di questa band indubbiamente la scelta è la seconda. Questo è dunque un disco ricco d'immagini che generalmente cattivano chi ha una fervida immaginazione e ama perdersi dentro a certe storie nate dalla fantasia. L'aspetto che ho appena descritto è la grande forza di questo disco, perché è un lavoro che mantiene sempre le distanze, non è un urlo, non è una protesta, non è una canzone d'amore, è un relato da condividere e nel quale lasciarsi perdere.

Hounds of Perdition

Dicevo prima che Hounds of Perdition mette insieme due mondi, il sinfonico e il folkloristico. Naturalmente la congiunzione di questi due aspetti insieme al metal da nascita all'universo sonoro nel quale si muove la musica dei Wolfhorde. Un universo che viaggia a velocità sostenuta tra il folk metal, il groove metal e certi aspetti del symphonic metal. L'idea interessante, però, è che tutti questi elementi trovano un bell'equilibrio. Non ci sono aspetti che pesano più degli altri. Tutto rivolto all'idea principale, quella di raccontare al meglio le storie che motivano la stesura di questi brani. Brani fantasiosi e sicuramente oscuri, ma trattati in modo tale che l'oscurità sia misurata e mai eccessiva. Anzi, con un tocco molto gradito di tradizione, come se fossero racconti tramandati di generazione in generazione che ora trovano questa forma musicale. 

Bisogna dunque parlare con molta chiarezza. Chi ama le storie fantastiche, l'immaginario del nord europa e certi ambienti che provengono proprio da lì sicuramente troveranno in questo Hounds of Perdition un disco da ascoltare molto volentieri. Chi invece ama le cose più sentite e viscerale è meglio che non perda il proprio tempo dietro a questo nuovo lavoro dei Wolfhorde.

Wolfhorde

Prendo due brani di questo, curiosamente quelli di apertura e chiusura del disco e, inoltre, i più estesi.
Il primo è Chimera. Miglior apertura di questa per lasciare chiara la direzione che prende quest'opera? Difficile. Veniamo subito travolti da cori sinfonici, da dialoghi tra chitarra e tastiera per poi scivolare dentro a un brano molto sviluppato che passa senza problemi da un punto a un altro. 
Il secondo è l'omonimo Hounds of Perdition. Forse più energico e folkloristico del primo. E' uno di quei brani che ha tutta l'aria imponente dei brani epici che chiudono i dischi in modo magnanime. Difficile non lasciarsi trasportare dalle note che si susseguono per quasi 12 minuti. Intenso.


Tirando le somme Hounds of Perdition è un lavoro che ha uno scopo molto chiaro, cioè quello di arrivare al cuore di chi ama l'universo fatto di racconti epici, di storie interessanti, di musica che non ha alcun timore di perdersi tra gli adorni sinfonici. Il risultato ottenuto mette in bella luce questa seconda opera dei Wolfhorde.

Voto 7,5/10
Wolfhorde - Hounds of Perdition
Inverse Records
Uscita 11.01.2019

domenica 30 dicembre 2018

Fearrage - Songs from the Sorrow: l'evoluzione del disaggio

(Recensione di Songs from the Sorrow di Fearrage)


Una delle ambizioni maggiori, inseguite da sempre dall'uomo, è quella d'indovinare il futuro. Sin dall'antichità si venerava le figure che erano in grado di comunicare cosa sarebbe avvenuto nel futuro. Ormai questi personaggi non esistono quasi più ma in tutti i campi si apprezza chi riesce a formulare delle ipotesi che poi si rilevano la verità. Io non sono un indovino ne vorrei esserlo e non so cosa ci aspetta nel mondo della musica, infatti trovo molto più affascinante vedere che direzione prende tutto spontaneamente. Posso, invece, vedere qual è il percorso che la musica, soprattutto quella che mi piace, ha preso negli ultimi 30 anni, e mi sembra veramente interessante vedere che molte cose sono rimaste più o meno simili o riscattano uno spirito antico che sembra non essere mai mutato.

Andando oltre a l'osservazione che ho appena fatto credo che se certe cose sono rimaste immutate è per via del modernismo che hanno sempre presentato, come se fossero riflesso di un mondo che non è cambiato e che risponde, in gran parte, agli stessi concetti di qualche anno fa. Per quello ascoltando Songs from the Sorrow dei finlandesi Fearrage viene fuori l'impressione di ascoltare una serie di canzoni che perfettamente potevano essere state scritte vent'anni fa ma che allora come adesso suonano attuale e fedeli al riflesso del mondo che viviamo. E' impossibile, dunque, sottrarsi a una riflessione un poco più profonda sul perché di questo risultato. Indubbiamente nessuno riesce a scrivere musica senza avere almeno la minima influenza di quello che vive tutti i giorni, del suo intorno, dell'andamento del mondo, di come cambia tutto. E anche se magari sono passati molti anni credo che la vita del mondo dal 2000 in poi abbia molte similitudini e molti aspetti che sono rimasti sempre uguali. C'è sempre una costante tensione, un timore che si trasmuta in terrore che sostanzialmente diverso a quello che c'era prima. Non sono più guerre mondiali che impattano tutti ma è la paura di vivere uno nuovo genere di guerra, una guerra che tocca qualsiasi individuo, nessuno escluso. Per quello guardiamo con sospetto tutto e tutti, per quello ci chiudiamo nella nostra vita sociale buttando online la nostra esigenza di rapporti umani imprescindibili.

Songs from the Sorrow

Arrivati a questo punto più di qualcuno potrebbe dire che non ho minimamente parlato di Songs from the Sorrow ma invece è così. Sebbene non ho ancora descritto informazioni che possono essere utili, come il fatto che questo è il secondo EP degli Fearrage, o come il fatto che la proposta portata dalla band sia un interessante insieme di melodic death metal con sfumature di thrash metal con qualche aspetto groove metal, credo che ho descritto quello che è l'anima di questo lavoro. Il dolore inteso come disaggio, come l'urgenza di sfogare, utilizzando la musica, di dire quello che si vede e si sente. E anche se al mondo sono cambiate certe cose molte cose che sono alla base di quel disaggio continuano a essere le stesse in questi ultimi 20 anni. E' come se l'umanità non potesse mai fare a meno dei suoi demoni, che non vengono mai eliminati ma mutano continuamente. Per quello nascono nuove modalità criminali, nuove droghe, nuove malattie psichiche. Per quello l'urlo di questa band è un urlo che può essere condiviso da parecchie persone. E per quello questo è un EP che funziona bene oggi come avrebbe funzionato bene ad inizio secolo.

La lotta principale diventa quella tra quello che suona vecchio e quello che tutt'ora è assolutamente attuale. Songs from the Sorrow è un lavoro che appartiene alla seconda categoria. Non importa che le scelte sonore non siano modernissime, non importa che non ci siano aggiunte sonore rivoluzionarie, la proposta dei Fearrage è spontanea e assolutamente gradita perché diventa un riflesso di quello che viviamo, di quello che ci limita nella nostra idea di come raggiungere un certo tipo di felicità.

Fearrage

Trattandosi di un EP di solo quattro canzoni approfondisco solo una di esse.
Ho scelto il brano d'apertura, The Day When Sun Fell Down. Musicalmente i riff di chitarra svelano immediatamente la natura della band, quell'influenza marcata del melodic death metal. Il brano si sviluppa dritto, con una logica simile a quella di tanti capi saldi di questo genere. Funziona, è trascinante, invoglia l'ascoltatore a sapere cosa ci sarà dopo. E' un'evoluzione naturale che s'inonda, che cresce, che tocca vette epiche, come se narrativamente si trattasse di un racconto che viene divorato dagli occhi curiosi di chi legge.


Songs from the Sorrow potrebbe essere visto come un termometro del mondo (non solo questo EP ma l'essenza che si racchiude dentro e che è anche presente in altri lavori). Se queste quattro canzoni proposte dai Fearrage continueranno a essere un fedele riflesso del mondo vorrà dire che nulla è cambiato, se invece improvvisamente sembrerà vecchio vorrà dire che finalmente il mondo ha dato un passo in avanti. Voi quale alternativa vedete come possibile?

Voto 7,5/10
Fearrage - Songs from the Sorrow
Inverse Records
Uscita 28.12.2018

giovedì 13 dicembre 2018

Splendidula - Post Mortem: in cerca di un senso

(Recensione di Post Mortem degli Splendidula)


Ci nutriamo di mistero. Ci nutriamo di punti interrogativi che sono fondamentali a non farci crollare in un mare di pazzia, anche se qualche volta sono proprio questi punti interrogativi e la loro nulla risposta quella a trascinare le menti in un limbo. Abbiamo bisogna di punti interrogativi perché ciascuno deve trovare una risposta alla vita, al senso della vita. Chi fa musica, per me, da un senso alla propria vita perché crea, perché mette l'arte al servizio di tutti, perché utilizza altri linguaggi da quelli convenzionali per raccontare molto di più di quello che ci sarebbe da raccontare.

Post Mortem è il secondo disco dei belgi Splendidula, gruppo che ci regala una insieme di generi che trovano un'interpretazione molto personale. A tratti possono richiamare alla mente certe band e un attimo dopo tutto cambia. Quando mi ritrovo con dischi del genere il pensiero che mi salta subito alla mente è che si tratta di un progetto molto partecipativo, dove ogni componente della band dice la propria e il risultato finale risulta essere un giusto compromesso tra quello che tutti vogliono. Naturalmente in questo caso si tratta di un'ipotesi che non trova conferma. Ma un altro aspetto che credo vada in questa direzione è il fatto che la band conta con uno studio proprio permettendo, dunque, di spendere tante ore nel processo creativo cercando il risultato ottimale. In questa costruzione collettiva si sente con grande chiarezza il percorso dei musicisti della band, dandoci spazio a capire che gli ultimi trent'anni di metal hanno lasciato un'importante traccia in ciascuno di loro.

Post Mortem

E' giusto approfondire le influenze musicali dietro a Post Mortem che, come dicevo prima, sono molto ampie. La prima cosa da segnalare è che se dobbiamo per forza inglobare questo disco in un singolo genere musicale quello che fanno gli Splendidula appartiene al doom metal. Partendo da questo punto andiamo poi, però, a toccare tutta una serie di altri generi, come lo sludge metal, certi elementi post punk ed altri post metal. Tutto quanto nutrito dal contrasto vocale di una voce femminile pulita e l'harsh maschile che trova strategici momenti dove infilarsi. Ma andando avanti in quest'avventura del mio blog molto spesso è venuto fuori che uno stesso genere può dare nascita a risultati molto diversi. E' quello che capita col doom di questa band. Quello che ci arriva è la parte più psichedelica del doom, senza per quello cadere nel proto doom. Infatti qui c'è una delle chiavi per capire al meglio questo disco, si tratta di un lavoro che ha un'anima remota, che potrebbe perfettamente essere nato nei primi anni 90 ma che aggiunge a tutto quanto un tocco di modernità dovuto a tutto quello che è stato creato dopo e che la band sicuramente ha ascoltato e valorizzato.

Post Mortem diventa così un disco che s'immerge dentro a un immaginario concreto, prendendoci il senso estetico, poetico e narrativo. Una sorta d'omaggio che gli Splendidula offrono alla musica, a quella con la quale sono cresciuti e a quella che amano di più. In aggiunta ci offrono la loro personale interpretazione regalando qualcosa al futuro, dando un senso al loro modo di fare musica.

Splendidula

Prendo due brani di questo lavoro.
Il primo è Too Close To Me. L'intro potrebbe perfettamente appartenere a un brano new wave o post punk con la solidità della linea ritmica basso/batteria. Subito dopo invece lascia chiaro che siamo di fronte a un lavoro doom. Intenso, vissuto, traspirato. Riff di chitarra potenti, voce quasi stregata, assoli dal passato. Intensità.
Il secondo è Aturienoto, il punto più interessante e particolare del disco. Non soltanto per la scelta di mescolare una serie di lingue nel canto ma anche nel fatto che diventa un brano teatrale, una specie di recita trascinante.


Per quello che può valere la mia opinione il percorso degli Splendidula ancora offrirà molte altre cose e sicuramente ci permetterà di vedere un risultato che abbia una maggiore personalità di questo Post Mortem. Gli indizi ci sono e la qualità pure, è solo cosa di tempo, perché come al solito bisogna far riposare le cose e poi cogliere quello che offrono. 

Voto 7,5/10
Splendidula - Post Mortem
Inverse Records
Uscita 14.12.2018


martedì 11 dicembre 2018

Forest of Shadows - Among the Dormant Watchers: un sussurro lungo dieci anni

(Recensione di Among the Dormant Watchers dei Forest of Shadows)


Qualche volta mi viene da chiedermi se la passione per la musica, nel senso di suonarla, finisca mai o meno. Viene fuori l'impressione che non sia così perché diversi progetti ci sorprendono con uscite molto distante senza mai perdere completamente il piacere e la vocazione di fare qualcosa di nuovo. Come se ci fosse un diavoletto sempre pronto a emergere, aspettando il momento giusto. Questo vale anche per dire che non c'è mai un'età per la musica e che alla distanza degli anni, con una nuova consapevolezza, è possibile dare nascita a grandi dischi.

Among the Dormant Watchers è il ritorno dopo dieci anni degli svedesi Forest of Shadows, proprietari di una storia particolare, perché i loro vent'anni di esistenza hanno sempre regalato delle pause significative, consentendo solo l'uscita di tre LP, l'ultimo proprio di questi giorni. Quello che rimane abbastanza chiaro ascoltando questo disco è che il percorso di attesa di questa novità ha arricchito significativamente il bagaglio musicale che è possibile apprezzare in queste tracce. L'evoluzione del metal non è qualcosa che lasci immune questo progetto, anzi, ci sono elementi che si mescolano piacevolmente dando nascita a un disco concreto e molto interessante.Ma allo stesso tempo bisogna segnalare che si nota l'impronta tipica della musica che ci aveva già presentato in passato questo progetto. Un sound che si rifà al doom metal nordico di fine anni 90 e primi 2000. Diventa molto interessante capire come quel tipo di sonorità riesca a crescere e mettersi in combina con altri versanti del metal moderno.

Among the Dormant Watchers

Approfondendo quest'aspetto c'è da dire che Among the Dormant Watchers è un disco senz'altro doom ma che guarda senza problemi verso il post metal, il folk metal, il melodic death metal e qualche altra sfumatura. Il risultato è che la musica di Forest of Shadows diventa un ponte tra un genere che ha avuto gloria quindici anni fa e quello che sono le realtà più concrete e celebrate del metal attuale. Tutto quanto andando ad abbracciare l'intenzione musicale del doom. Storie gelide che parlano del lato più cupo della nostra personalità, trovando spesso un riflesso nella natura, invernale e notturna. Per quello lo sviluppo delle tracce di questo disco diventa un percorso molto articolato, chiamando anche in causa un aspetto progressivo. Ci sono tutta una serie di elementi che si mescolano generando un costante cambiamento. In questo senso il lavoro delle tastiere arricchisce tanto questo disco, così come i contrasti tra parti acustiche e quelle elettriche. Questi apporti regalano al lavoro un'aria fiabesca, la sensazione di stare assistendo a un racconto senza tempo, del quale noi siamo adesso i portatori.

Among the Dormant Watchers diventa così un suono nella notte che sveglierà soltanto poche persone. Persone che saranno curiose di sapere di più, di capire da dove provengono questi suoni, di decifrarne il significato, di visualizzare il mondo che viene raccontato attraverso questi brani. Forest of Shadows diventa così più una definizione che un artista, più la volontà di farci immergere dentro a un mondo particolare che una semplice manifestazione musicale.

Forest of Shadows

Prendo due brani da guardare più profondamente.
Il primo è Dogs of Chernobyl. Brano molto articolato che si nutre di una continua successione di momenti sonori. Acustico ed elettrico messi in antagonismo, tutto con la forza trascinante di un tappetto di tastiera che ci ricorda gli Opeth di Ghost Reveries. Un racconto fantascientifico che arriva diretto.
Il secondo è We, the Shameless e qua vengo svelate altre particolarità di questo lavoro, toccando punti più intimi. Questo è l'unico brano dove parte della voce è pulita. Perché sembra essere fondamentale che si generi una relazione diversa con l'ascoltatore. E' un racconto da te a te. Un modo di parlare di quello che si sente trovando comprensione ed esperienze analoghe.

Chissà quanto tempo passerà prima di ascoltare un altro disco targato Forest of Shadows ma se c'è qualcosa che rimane molto chiara ascoltando Among the Dormant Watchers è che, quando arriverà quel momento, ci sarà stata, indubbiamente, una nuova evoluzione musica che arricchirà ulteriormente il percorso musicale di questo progetto senza mai abbandonare il suo nord. 

Voto 8/10
Forest of Shadows - Among the Dormant Watchers
Inverse Records
Uscita 07.12.2018 

martedì 13 marzo 2018

Wyrmwoods - Earth Made Flesh: il pioniere nell'ignoto

(Recensione di Earth Made Flesh di Wyrmwoods)


Quali sono i confini della musica? Esistono veramente? Che cosa può essere considerata "musicale" e che cosa non può esserlo? Rispondere a queste domande è veramente limitante oltre che a difficilissimo. Generalmente si suole fare la differenza tra quello che è la musica e quello che è il rumore ma nel corso degli anni parecchi musicisti ci hanno dimostrato che è possibile fare musica con i rumori. E' indubbio che nel corso degli anni il concetto di musica ha intrapreso un'espansione non indifferente e continuamente vengono fuori nuovi generi e nuovi modi di fare musica, e capita anche che dei musicisti regalino nuove interpretazioni e nuovi modi di comunicare reinterpretando la musica con elementi nuovi. Per chi segue questo blog sicuramente è chiaro che ogni volta che vengo a conoscenza di "sperimenti" del genere il mio entusiasmo non può che essere grande.

E' per quello che avendo avuto il piacere di ascoltare Earth Made Flesh sono rimasto tremendamente entusiasta della proposta di Wyrmwoods, one man band finlandese che sorprende con questo disco debutto. Come succede in questi casi non può che stupirmi il fatto che questo progetto non abbia ancora avuto una finestra più ampia dalla quale riuscire a far conoscere a meglio la sua proposta. Forse è proprio per via del fatto che si tratti del progetto personale di questo musicista, chiamato Nuurag- Vaarn, che la musica dei questo disco diventa imprevedibile e sorprendente. Questo è un lavoro dove l'originalità fa da patrona, dove ogni piccola sfumature non risponde a idee preconcette e dove l'intreccio di generi che vengono messi insieme finisce per dare nascita a un sorprendente mondo. Tutto questo sforzo musicale sembra andare incontro ad un'idea principale, cioè quella di costruire degli universi sonori assolutamente lontani dalla nostra realtà. Questo non è musica di tutti i giorni, questa è musica di istanti unici, di viaggi infra dimensionali o astrali.

Earth Made Flesh

Earth Made Flesh viene erroneamente, secondo il mio punto di vista, definito come un disco black metal. E' indubbio che questo genere sia molto presente ma non è assolutamente l'elemento predominante. Per me siamo di fronte a un disco di avantgarde metal o di advanced metal, cioè un lavoro che non rispetta alcuna imposizione, che avanza in direzioni insondabili con una sicurezza unica. Wyrmwoods non utilizza soltanto una serie di strumenti poco consoni per il genere suonato ma costruisce questo disco con rumori, con momenti nei quali sembra di essere di fronte ad un disco drone, altri dove sembra di essere di fronte ad un lavoro free jazz ed altri ancora dove l'idea principale fa pensare di ascoltare una serie di tracce di dark ambient. Più importante di questa presenza così variegata di idee musicali è il come vengono messe insieme, il come questi mattoni finisco per erigere la monumentale oscurità di questo LP. Nulla è semplice, nulla scontato ma tutto diventa coerente, tutto diventa parte di un'architettura stilistica assolutamente personale e ricca. 

Earth Made Flesh ha quelle idee che sono tanto rare quanto preziose. Vale a dire la premessa che tutto quello che viene fatto deve seguire una strada definita, una strada costruita dentro a dei mondi dove in pochi vogliono avventurarsi. Wyrmwoods è a tutti gli effetti un pioniere perché, anche se questo sentiero è stato già intrapreso da altri, non ha alcun scrupolo nel buttarsi nell'ignoto. Quello che ci restituisce è un disco di grandissima stazza che non assomiglia a nulla.

Wyrmwoods

Prendo due brani da questo lavoro ma tutti valgono un ascolto approfondito. Sono i due brani che mi hanno lasciato qualcosa in più.
Il primo è The Greater Festival of Masks. Se ci lasciassimo ingannare dalle prime note ci sembrerebbe du essere di fronte a un brano medievale che poi si evolve prendendo sembianze black metal, ma come ci insegna questo lavoro non bisogna mai lasciarsi guidare da pochi elementi. Le persistenti linee strumentali che si sviluppano sono preziose, ipnotiche, quasi psichedeliche. C'è la necessità di avvolgere l'ascoltatore, di farlo entrare in uno stato di trans per penetrare più imponentemente nella sua mente. Brano riuscitissimo.
Il secondo è The One as Caos an Egg. Brano di chiusura di questo disco, si dipinge di epica, e questa altezza non viene soltanto tradotta nell'aspetto temporale, essendo il brano più lungo dell'intero lavoro, ma anche nel modo nel quale è stato concepito. E' uno sviluppo orizzontale, una strada che bisogna seguire senza mai guardarsi indietro.


Purtroppo esempi musicali come Earth Made Flesh sono ancora pochi. Forse perché per riuscire a concepire dischi del genere bisogna avere un tipo di mentalità molto chiara e definita. La costruzione fatta da Wyrmwoods in questo lavoro è una costruzione assolutamente personale, dove il bagaglio musicale acquisito viene messo a servizio di quello che si vuole raccontare. Disco assolutamente interessante che invita a perdersi nelle sue note.

Voto 9/10
Wyrmwoods - Earth Made Flesh
Inverse Records
 Uscita 15.01.2018

mercoledì 1 novembre 2017

Párodos - Catharsis: un seme nuovo

(Recensione di Catharsis dei Párodos)


In certi mondi musicali, quelli più underground, rigge un bel senso di collaborazione. Non c'è quella voglia selvaggia di farsi concorrenza a tutti i costi e gli artisti più affermati sono pronti a dare una mano e scommettere sulle realtà emergenti. Questo non può che giovare alla crescita di mondi musicali che hanno ancora molto da raccontare. Magari fosse così in tutti i generi.

Catharsis

Catharsis è il primo disco dei nostrani Párodos, band salernitana che ha come scopo quello di mettere insieme una serie di idee musicali che rispondono ai loro propri interessi e gusti. Per quello leggendo l'elenco di gruppi che sono stati un'influenza certa possiamo notare dei nomi veramente interessanti e variopinti. Come capita spesso un conto è nominare una serie di influenze ed un altro è ottenere un determinato risultato musicale. Infatti in questo disco c'è qualche sfumature più o meno presente di ogni band nominata come guida. Quello che alla fine interessa più di qualsiasi altra cosa è il processo che porta a trasformare questi impulsi in un risultato proprio, in una personalità riconoscibile e veramente autonoma. Questo primo disco, dal mio punto di vista, ci restituisce un seme interessante, un contenitore di idee che devono crescere e svilupparsi maggiormente per rendere la band un punto di riferimento. E sicuramente questo è stato notato da artisti importanti come i Novembre, i Fleshgod Apocalypse o i Buffalo Grizz al punto che qualcuno dei loro musicisti danno un contributo in questo disco. Una scelta interessante perché diventa una scommessa, una possibilità di dare spazio ad una band nuova che deve aprirsi strada.

Catharsis

Ma parliamo della parte musicale dei Párodos e di quello che propongono. Come detto prima questo Catharsis vuole costruirsi con una serie di influenze molto ampie che spaziano tra l'avantgarde metal, il blackgaze e il progressive metal. Ascoltandogli in un certo modo mi viene in mente quello che è stato proposto da una band ungherese di breve vita, gli Without Face, questo perché il modo di mettere tutto insieme suggerisce proprio la filosofia che si celava dietro a quel progetto. I punti cardini di questa proposto sono la ricerca di una grande originalità che si basa nel mettere insieme tutta una serie di idee musicali che potrebbero sembrare non per forza in linea ma che invece trovano un giusto equilbrio per non dare mai l'idea di essere di fronte a qualche forzatura. Non solo, quello che ci viene proposto in questo disco ha anche un filo conduttore che è l'ambiente fantascientifico che alimenta tutti i brani presenti in questo disco. Questo disco è un contenitore di storie fantastiche come se si assistesse alla lettura di un libro favoloso. In quel senso la teatralità della musica acquista un valore ancora maggiore. Ma questa caratteristica sembra essere chiaramente dovuta al fatto che la tastiera ha un ruolo fondamentale in questo progetto e non sarebbe strano pensare che molte canzoni sono proprio nate da quello strumento. Questo si traduce in una sonorità sinfonica e pomposa assolutamente in linea con l'epicità di quello che si racconta. Due altri elementi arricchiscono ulteriormente quest'idea. Il primo è il gioco tra diversi registri vocali, tra lo scream e la voce pulita, tra le linee uniche e le armonizzazioni vocali. Si giostra così la capacità di restituire all'ascoltatore delle sensazioni molto diverse. L'altro aspetto importante ha a che fare con la scelta di aggiungere molto oculatamente delle parti recitate, cantate o urlate in italiano, operazione che da più drammaticità all'intero lavoro.

Catharsis

La mia sensazione è che i Párodos abbiano un grandissimo entusiasmo e credano fermamente a quello che fanno. Queste sensazioni vengono restituite in ogni traccia di questo Catharsis. Ma la sensazione che mi viene fuori è anche che potremmo ascoltare dei lavori molto più trascinanti ed interessanti. Perché? Perché credo che il linguaggio musicale della band deva ancora definirsi maggiormente. Credo che, come consiglio in tanti casi, si deva esagerare molto di più nelle proprie convinzioni per essere così una voce non solo autorevole ma anche unica. Sta di fatto che come primo passo questo lavoro è molto pregevole.

Párodos

Due brani che racchiudono l'essenza di quello che è questo disco sono:
Space Omega, perché permette di vedere qual è la voglia della band di mescolare le carte, di regalare delle idee dove confluiscono un sacco di sensazioni sonore. Per quello si salta da una parta all'altra con grande naturalità, per quello c'è una grande compattezza sonora, per quello diventa molto chiaro da dove viene e dove vuole andare la band. Più di sette minuti di canzoni scivolano via con tranquillità. 
Evocazione, perché entra in gioco l'appartenenza territoriale e perché vengono messi alla luce degli elementi che potrebbero essere un ottimo spunto per lavori futuri. Per esempio gli interventi vocali femminili, gli intrecci di parti da un sapore esotico, una narrazione viscerale, una profonda esplosione sonora. Dal mio punto di vista è il brano migliore di questo lavoro.


Credo che l'intenzione d'innovare è già un punto di partenza essenziale. I Párodos c'è l'hanno. Ma non si fermano soltanto a quell'intenzione, mettono in atto  la realizzazione di un qualcosa di nuovo, di un'idea che diventa realtà. La creatura chiamata Catharsis è molto interessante ma ancora un po' acerba. Il futuro fa bene sperare.

Voto 7,5/10
Párodos - Catharsis
Inverse Records
Uscita 27.10.2017 

Sito Ufficiale Párodos 
Pagina Facebook Párodos


domenica 24 settembre 2017

Godhead Machinery - Ouroboros: l'uomo è il maggior nemico dell'uomo

(Recensione di Ouroboros dei Godhead Machinery)


E' opinione più o meno condivisa che quello che motiva di più a creare qualcosa d'artistico sia la voglia di sfogo o d'esternare sensazioni negative. C'è chi sostiene che quando si è felici non c'è bisogno di "perdere" tempo creando qualsiasi cosa perché bisogna vivere e godersi la felicità e basta. Naturalmente questa non è una regola fissa, visto che generi come il pop hanno maggiore fonte d'ispirazione nella gioia, per quello generalmente i brani sono molto più leggeri.

Il primo disco degli svedesi Godhead Machinery è un lavoro che trova ispirazione in tematiche che possono tranquillamente essere segnalate tra i mali maggiori del nostro mondo. Per quello è significativo il titolo di questo disco, chiamato Ouroboros, perché sembra voler simbolizzare il paradosso dell'uomo, capace di essere il governante del mondo ma allo stesso tempo essere fonte della propria distruzione. In questo caso l'accento viene messo alle divisioni create dalle religioni, alla piaga sociale che è la corruzione e il modo nel quale queste due tematiche finiscono per "mangiarsi" il mondo, volendo stabilire un controllo assoluto o cercando di arricchire quanto più possibile una piccola élite. Per farlo la band svedese si affida ad un black metal molto tecnico con diverse aperture, disegnando un panorama apocalittico ma molto fedele di quello che è la nostra realtà.

Ouroboros

Forse difficilmente un disco può cambiare le sorte del mondo, ed è impossibile pensare che questo Ouroboros riesca ad essere la luce di svolta dei nostri problemi ma è importante che la musica sia un trasporto d'idee, di sensazioni, di ribellione. Per quello lo sforzo di gruppi come Godhead Machinery è molto valido. In questo lavoro convivono molti elementi che danno un colore particolare a quello che viene cantato e suonato dalla band. Non si tratta solo dalle tematiche dei brani ma anche da come musicalmente vengono accompagnati. Per quello diventa molto interessanti che non ci sia una fossilizzazione dentro alla musica del gruppo. Infatti la grinta ed energia di certi brani trovano dei momenti di maggiore di riflessione con interventi mirati che fanno diventare tutto quanto molto più maestoso. Credo che sono queste sottigliezze quelle che danno molto gusto a questo disco e lo fanno diventare un'opera validissima di una nuova band. Non sempre tutto quello che viene suonato è tecnico o appartenente al mondo del black metal, per quello si tende ad inglobare il lavoro del gruppo dentro alla definizione di extreme metal, un'altra classificazione molto soggettiva che dice tutto e niente.

Devo fare una piccola confessione, ci ho messo un po' di tempo a capire ed apprezzare correttamente due mondi musicali come il black metal o il extreme metal. Forse mi lasciavo portare per i pregiudizi che vedevano quei generi come tante urla e poca sostanza, come se fossero forzatamente blasfemi e nichilisti. Invece addentrandomi in queste sonorità ho scoperto degli orizzonti vastissimi che regalano un modo assolutamente diverso di lavorare con la musica, dove la bellezza è molto più nascosta, ma quando viene scoperta è ancora più importante. In certi momenti questo Ouroboros mi ha rinnovato questa sensazione, dandomi modo di essere trasportato dentro al mondo musicale dei Godhead Machinery e trovarmi molto bene dentro. Non credo che sia una cosa facile da farsi per nessun gruppo dunque tanto di capello a questa band.

Godhead Machinery

I due brani che più mi hanno toccato sono:
The Plague. Forse una delle tracce che permette al meglio di capire qual è l'intenzione sonora della band e come riescono a mettere insieme tutto quello che musicalmente gira intorno al loro modo di fare musica. Per quello troviamo momenti di vero black metal che tendono a tratti verso qualcosa più sinfonica, grazie al lavoro delle tastiere, ed invece, in altri momenti, si avvicina a qualcosa di molto più tecnico. Viene fuori un brano molto rotondo ed interessante.
Praise the Flesh. E' la canzone che chiude questo disco ed è il brano che diventa in un certo modo più "mid tempo". Non ha la necessità di essere devastante come gli altri ma diventa più introspettivo e dal mio punto di vista operazioni come queste finiscono per costruire canzoni ancora più significative. Infatti questo è, per me, il miglior brano di questo disco. Un brano che ricorda un po' quello che fa Ihsahn, pronto a regalarci momenti sinfonici, altri tecnici, certi aspetti del passato musicale del metal ma una grande, grandissima carica emotiva che funziona molto bene.


Fino a quando l'uomo continuerà ad essere il suo primo nemico? Mi sembra impossibile rispondere a questa domanda perché sembra che parte della nostra propria natura sia quella dell'autodistruzione. Siamo mossi dalla cecità del potere, del sentirci superiori senza misurare quello che significa andare su quella strada. Ouroboros è un disco che dimostra che la musica può aprire gli occhi, che bisogna scuotere le anime addormentate del nostro triste tempo. Buonissimo debutto dei Godhead Machinery.

Voto 8/10
Godhead Machinery - Ouroboros
Inverse Records
Uscita 29.09.2017

domenica 17 settembre 2017

Skein - Deadweight: tanta voglia d'arrivare lontano

(Recensione di Deadweight degli Skein)


Ultimamente cerco di riflettere molto su diverse sfumature della musica ed oggi voglio parlare del concetto di modernità. Essenzialmente, che cos'è la modernità? Come succede con tante domande potremmo cercare risposte in tanti ambiti e non soltanto quello musicale, ma visto che mi occupo di quest'arte credo che è più logico cercare una risposta in quella linea. La modernità sicuramente indica un'evoluzione ed una novità, la modernità traduce quello che è la strada del mondo in un discorso artistico. La modernità è anche un qualcosa che anticipa i tempi, che fa presumere come saranno le cose in futuro e, naturalmente, ad un certo punto quello che era moderno diventa antico.

Nel metal si tende ad inglobare nel concetto, non molto bene definito, di modern metal tutti i generi che hanno delle caratteristiche nuove, molto spesso figlie del crossover con generi ce prima sembravano non poter ritrovare alcuno spazio dentro di questo mondo musicale ma che, col tempo, sono stati accettati. La band della quale vi parlo quest'oggi rientra perfettamente in questa qualificazione. Si tratta del gruppo finlandese Skein che sta per pubblicare il loro secondo full-lenght intitolato Deadweight. Nel caso di questo disco gli elementi che danno una parvenza "moderna" alla loro proposta sono la convivenza di tra direzioni essenziali: per una parte, com'è logico, abbiamo il metal, d'altra il rock alternativo e per completare il quadro c'è una forte parte dark. Anni fa pensare che il metal potesse avvicinarsi a suoni "alternativi" era qualcosa d'impensabile ed è stato sicuramente ad una band monumentale come i Tool che le carte sul tavolo sono state rimescolate. Infatti in questo disco ci sono momenti che richiamano parecchio la strada musicale della band di Maynard James Keenan. La differenza con la loro musica è che gli Skein sono più immersi dentro al metal e alla potenza che c'è dentro a quel genere, diventando così molto più concreti e meno spaziali.

Deadweight

Ma Deadweight regala anche altre novità con rispetto alla band prima nominata. In questo disco convivono due voci, una pulita ed una distorta, che dialogano apertamente dosando l'impiego di ciascuna in base all'intenzione del messaggio da recapitare in ogni momento. E credo che non sia sbagliato partire proprio dall'idea che il lavoro vocale orienta la direzione musicale dei brani. Per quello quando abbiamo delle parti tranquille si sente molto un lavoro "alternativo", invece quando entra la voce distorta è il metal che esplode. Le vie degli Skein sono interessanti perché quando si diventa più "metal" ci sono tante tracce di generi come post metal o una convivenza di generi che fanno pensare al, ormai superato, nu metal o a tutto quello che è venuto dopo. La cosa curiosa è che geograficamente questo genere di lavori proviene generalmente dagli USA e qui invece è un gruppo finlandese a portare avanti il discorso. Questo mi permette di dire che le idee che ci sono dietro a questo disco sono molto interessanti, ed in certi casi funzionano molto bene. C'è la voglia di partire da certi punti saldi per poi abbracciare tante altre direzioni, e la cosa funziona. Ma personalmente denoto certe mancanze nel lavoro vocale, soprattutto per quanto riguarda quella pulita, molto piacevole in certi brani ma un po' smarrita in altri, ed è un vero peccato perché se non fosse così, e se ci fosse un insistere su certe direzioni questo potrebbe essere uno dei dischi più interessanti di quest'anno.

Quando si nasce all'ombra di gruppi molto importanti è molto semplice non riuscir ad uscire mai alla luce. Deadweight è un disco che si affaccia sotto i raggi del sole e che riesce anche a brillare parecchio, ma subito dopo sembra rintanarsi nell'oscurità, come se non avesse tutti gli argomenti per presentarsi prepotentemente agli occhi del grande pubblico. Gli Skein hanno delle cose molto, molto interessanti, ma non sempre lo dimostrano. Potrei parlare di un disco meraviglioso che invece, purtroppo, rimane un po' a metà strada.

Skein

Pesco i due brani migliori di questo disco, due canzoni che fanno capire dove potrebbe arrivare la band.
Il primo è Seduction e anche se è innegabile l'influenza dei Tool o degli Soen quello che viene fuori è un brano bellissimo, intenso e trascinante. Questo è l'unico brano che ha solo voce pulita e funziona perfettamente. Questo grazie anche i ruoli molto diversificati di ciascun strumento, puntuali ed effettivi nel loro lavoro. Se tutto il disco fosse all'altezza di questo brano sarebbe uno dei migliori lavori del 2017.
Il secondo è Bound. Se prima eravamo dentro a quello che possiamo considerare come alternative metal in questo caso si aggiunge la parte dark e quella post. Mentre prima si aveva a che fare con un brano molto lineare questo qua è pieno di contrasti, di cambi di parti che ci portano da un immaginario sonoro ad un altro. Quando entra la parte distorta sembra quasi di essere di fronte ad una canzone dei Cult of Luna. Forse questo è il brano ce dal mio punto di vista potrebbe segnare la direzione che la band dovrebbe prendere, perché gli argomenti sono molto interessanti.


Un consiglio che do sempre in ambito musicale è che bisogna esagerare, che quando si prende una strada bisogna andare quanto più in fondo possibile. Ed è proprio il consiglio che darei agli Skein, perché l'impressione che ho ascoltando questo disco è che in certi momenti siano riusciti a centrare il bersaglio, e in quei momenti quello che ci arriva come ascoltatori è un bellissimo disco, ma in altri smarriscono la strada. Deadweight è una promessa che viene compiuta solo parzialmente.

Voto 7/10
Skein - Deadweight
Inverse Records
Uscita 22.09.2017