giovedì 14 febbraio 2019

Saor - Forgotten Paths: i luoghi segreti dell'anima e della propria terra

(Recensione di Forgotten Paths di Saor)


Sono un amante delle radici. Apprezzo molto chi cerca di preservare quello che viene culturalmente dalla propria identità nazionale o regionale. Ma apprezzo ancora di più chi, partendo da quel punto, ha la capacità di costruire delle vere e proprie evoluzioni. La cultura è espansione, è tolleranza, è apertura, è crescita. Le radici hanno bisogno di nuovi nutrienti, la terra deve arricchirsi, altrimenti non crescerà più nulla.

Saor è un musicista che ha ben poco da dover dimostrare. Il suo modo di concepire un genere dove la propria identità culturale si mescola col metal è sublime e i suoi tre primi dischi sono massicci e solidi. Forgotten Paths, però, è riuscito ad alzare l'asticella regalandoci quello che, personalmente, ritengo il punto più alto della sua carriera. Il perché di ciò si può trovare nella capacità di evolversi, di non voler rimanere inchiodato in una formula che, in tutti casi, funzionava perfettamente. Non è un rischio, è un atto che denota saggezza, maturità e indubbie dotti creative. Quale modo migliore di far arrivare il proprio messaggio che quello di ampliare la platea di "usuari"? E' di dovere fare una precisazione su quello che ho appena scritto, perché sarebbe molto facile pensare che il progetto musicale in questione si sia "popolarizzato" e cerchi delle escamotage semplici che rendano tutto molto più effettivo, ed invece non è così. Questo disco ha il coraggio di accostare nuovi sotto generi del metal a quelli già presenti dando così nascita a nuove combinazioni, un rischio che potrebbe allontanare i puristi ma che restituisce al mondo un artista di capacità sorprendenti.

Forgotten Paths

Forgotten Paths è un disco che richiama storie dimenticate, tradizioni che ormai è anche difficile documentare e forse quello è il messaggio principale che merita una lettura accurata e applicabile a tanti aspetti della vita. Il passato spesso ci indica che tante cose sono state già fatte, che c'erano elementi che erano assolutamente accettati e ben visti. Ma spesso le lotte di potere radono al suolo tutto, senza mai fomentare quello che c'era di positivo. Perché faccio questa premessa storico filosofica? Perché l'ascolto di questo capolavoro di Saor mi fa pensare che dall'insieme di elementi nasce sempre un nuovo contributo al mondo intero. Come se percorrere quei sentieri dimenticati non solo svelassi la bellezza del passato ma s'insinuasse pure come linea di pensiero e come volontà creativa. Quest'artista scozzese è da considerare come uno dei padri di quello che viene denominato il caledonian metal ma in questo disco questo genere subisce dei mutamenti e delle aperture veramente interessanti. Non è più un atmospheric black metal con aggiunte di folk metal scozzese. No, qui c'è tanto altro. Forse l'elemento principale che viene ad aggiungersi, e in questo senso non stupisce affatto la presenza di Neige degli Alcest, è il blackgaze. E' chiave questa aggiunta perché porta la musica da un carattere di omaggio storico pieno d'orgoglio a un piano intimo, molto più sentimentale. Noi è più un semplice racconto, è la confessione di un uomo che ama la propria terra e che vede in essa l'estensione di quello che è. 

Forgotten Paths è un disco d'amore, perché l'amore non è sinonimo di frasi sdolcinate e melodie pop. L'amore è la vita, è il motore, è la definizione di ognuno, è l'eredità che lasceremmo. Con questo nuovo disco Saor dà un passo gigantesco. Non è più un cantastorie che eleva l'orgoglio nazionale ma diventa il testimone di quello che vive, di quello che lo appassiona, di quello che è la strada che ha deciso di percorrere. Questo è un disco che trasuda onestà e che si serve di tutto quello che fino ad oggi ha fatto comunicare meglio e di più.

Saor

Così come succede più di qualche volta limitarmi a consigliare solo qualche brano di questo lavoro sarebbe un peccato. Sono quattro lunghe tracce che devono essere vissute per intere. Per quello cerco di definire grossolanamente ognuna.
Forgotten Paths già permette di capire l'evoluzione musicale dietro a questo lavoro. L'intreccio di diverse parti, gli arrangiamenti puntuali che regalano unicità e la presenza del blackgaze fanno capire che questo è un disco che fa innamorare l'ascoltatore.
Monadh continua su quella strada. L'intro è preziosa, è un paesaggio che fa sognare, è un luogo da dove non si vorrebbe mai andare via. Sviluppandosi il brano ci porta a capire che quella stessa sensazione è stata provata da tanti altri uomini nel passato e che l'amore per un posto non è egoistico ma è un privilegio condiviso. Bellissimo, intenso.
Bròn è ancora più intenso nella sua capacità evocativa, nel suo modo di regalare più contrasti dentro alla profondità sentimentale del disco. Per quello la presenza di uno voce femminile crea contrasti di rara bellezza.
Exile è, come indica il titolo, un'uscita. Brano strumentale che fa capire che la bellezza dei luoghi sacri e dimenticati, sia fisici che interni ad ognuno, dev'essere curata. Bisogna allontanarsi dalle cose per capire il loro vero valore, bisogna svelare i segreti solo a chi merita di conviverci. E' l'ora di andare via, di chiudere la porta da questo mondo fantastico.


Forgotten Paths mette insieme due piani che potrebbero sembrare divisi e lontani, quello della bellezza della propria terra e quello degli angoli più belli e vulnerabili di ciascuno di noi. Questo è il passo fondamentale che Saor è riuscito a compiere con questo disco. Si nota che tutto quello che c'è in questo disco è interno, è un discorso a cuore aperto che arriva a tutti, è la nudità dell'artista che prende tutto il coraggio nel compiere un gesto del genere.

Voto 9/10
Saor - Forgotten Paths
Avantgarde Music
Uscita 15.02.2019

mercoledì 13 febbraio 2019

Diabolical - Eclipse: l'alba di un'era oscura

(Recensione di Eclipse dei Diabolical)


La mente umana è molto complessa ma è anche tanto fragile. Qualche volta basta la presenza di qualcuno abile e carismatico per plagiarci, per farci credere in storie e filosofie che non solo sono vere ma hanno anche uno sfondo negativo. Gran parte del gioco del potere si basa su questa dinamica, riuscire a convincere quanta più gente possibile che la propria posizione sia l'unica valida, l'unica buona. Per quello da sempre sono orgoglioso nel poter affermare che sono stato educato a impormi il dubbio su ogni cosa, a mai dare per buono un concetto soltanto perché qualcuno mi ha detto che è così. Non bisogna mai piegarsi e sempre cercare di capire le cose da soli, facendo magari centinaia di domande.

Eclipse è il nuovo disco degli svedesi Diabolical e si presenta come un lavoro ambizioso, sia musicalmente che a livello lirico. E' un disco che parla di potere, di un nuovo inizio in un mondo governato da le forze che possono essere definite come "oscure". Tutto in un ambito fantascientifico che potrebbe riportarci ad opere come Il Signore degli Anelli. Per quello anche a livello musicale le scelte seguite tendono a dare quest'aria, dove tutto diventa etereo e volutamente grandiloquente. Questa non è un'opera facilmente concepita, non è il frutto di poche ore passate in sala prove buttando giù qualche idea coerente. E', invece, un lavoro curato meticolosamente, riflettuto e studiato in modo che tutto abbia la dovuta coerenza che faccia combaciare musica, parole e soprattutto l'impatto che arriva all'ascoltatore. Il risultato è garantito, può piacere o non piacere la storia e il genere musicale ma nessuno può mettere in dubbio che questa è un'opera molto ben riuscita. 

Eclipse

La musica che troviamo in Eclipse può essere definita come un blackened death metal cioè l'anima del death metal arricchita con degli elementi che sono, in un certo modo, parte dell'universo del black metal. Ma credo che la ricchezza che ci viene proposta dai Diabolical vada anche oltre a questa definizione. La loro musica non si richiude a nessun elemento che possa arricchirla, per quello oltre ai generi nominati prima possiamo sentire dei passaggi di death metal progressivo alla Opeth o sinfonici come quello che viene fatto dai Septicflesh. Per quanto riguarda quest'ultima parte è fondamentale la presenza di un coro lirico che aggiunge senza distogliere la vera natura della band. E' un di più che diventa molto gradito, che fa bene, che aiuto a spandere l'idea che c'è dietro a questo disco. Non è l'unico elemento che va in quella direzione. C'è anche una importante aggiunta dovuta ai gioco vocali, all'alternanza tra voci pulite e distorte. Ma occhio, diventa tutto teatrale ma mai esagerato o scontato. Un abile scrittore sa che per "cucinare" un bel libro serve equilibrio e una coerenza che dia quel tocco desiderato alla ricetta. In questo lavoro succede lo stesso. Il tronco e la base portante è quel blackened death metal e tutto quello che viene aggiunto serve per accrescere il risultato finale. Tornando al paragone gastronomico del quale mi sono servito molto spesso non basta avere un ingrediente prelibato, se non lo si sa cucinare o abbinare il risultato diventa deludente.

Perché ci emozionano le grande opere della fantascienza? Non tanto per il loro epico svolgimento quanto per tutto quello che racchiudono dietro, tutti i messaggi e le emozioni che risultano più facili da spiegare usando metafore, immagini e paragoni. Si diventa vincitori insieme ai protagonista, si soffre quando loro soffrono e così via. Eclipse è così. Non è un disco che parla di emozioni, di sentimenti o di qualcosa del genere ma la magia dei Diabolical sta nel portare l'ascoltatore a vivere dentro al mondo che viene cantato e suonato.

Diabolical

Prendo due brani da questo lavoro.
Il primo è We Are Diabolical, brano d'apertura di questo lavoro. Sin da subito viene messo in chiaro che questo è un lavoro di una costruzione musicale quasi architettonica. Ogni sovrapposizione vocale, ogni arrangiamento rispondono a una volontà. Questo brano non è mai statico o monotono, si evolve in modi anche impensabili lasciando molto chiaro che c'è una grande ambizione dietro a questo disco.
Il secondo è Hunter. Meno articolato del primo ma non per quello meno effettivo. Perché, tornando al paragone letterario, una storia si scrive attraversando tanti momenti e questo è il momento della tensione, di quella caccia che deve portare ad abbattere la preda, musicalmente è quello che ci viene restituito. 


Eclipse deve dunque essere visto come un relato fantascientifico ma anche come una riflessione di quello che è il mondo, di quella mania di dividere tutto tra buono e cattivo. Come detto in precedenza l'intento dei Diabolical da buonissimi risultati perché questo è un disco che si ascolta con piacere, con la voglia e la curiosità di sapere come si svilupperà tutto il discorso. E quello è già tanto.

Voto 8,5/10
Diabolical - Eclipse
Indie Recordings
Uscita 15.02.2019

lunedì 11 febbraio 2019

Windswept - The Onlooker: il carillon stonato

(Recensione di The Onlooker dei Windswept)


Un carillon è uno degli oggetti più affascinanti e contraddittori che rappresentano l'infanzia. Non è soltanto il loro suono, il loro modo di diventare preziosi ma anche quello che significa un carillon rotto, la cui melodia ha sofferto piccole aritmie e modulazioni inarmoniche. Per quello è un oggetto che spesso si utilizza per simbolizzare la profanazione della purezza infantile, infliggendo così una delle peggiori ferite che possa essere concepite. Ecco la contraddizione, più prezioso si è più fragile si diventa.

Non è un caso se The Onlooker, secondo disco degli ucraini Windswept inizia proprio col suono di un carillon. E' la porta d'ingresso verso le sensazioni che governano questo lavoro. Un'inquietudine che accompagna tutte le tracce ma un'inquietudine poetica che si nutre di un'immaginario letterario, fatto da figure mitologiche che sintetizzano le nostre paure. Lì dove il raziocinio non arriva entra in gioco la poesia. Mi spiego meglio, diventa più semplice creare dei miti che affrontare certe idee devastanti, perché "umanizzare" quelle idee permette di alleggerire qualcosa che diventa troppo pesante. Ecco, per me questo disco è pieno di quelle figure, anzi fa di quelle figure il centro della scena per poter affrontare tante tematiche in un modo poetico, metaforico, anche romantico se si vuole. Alla fine l'arte esiste per tradurre emozioni in un modo che sia molto più effettivo, questo è l'intento di questo lavoro.

Windswept

E' potrebbe sembrare molto strano che sia così, perché The Onlooker è un disco di black metal dove tante cose potrebbero sembrare cupe, violente e devastanti ma la magia avviene nel sotto-testo. Da quella lettura più approfondita verrà fuori la vera intenzione dei Windswept. Cioè quella di raccontare storie che in realtà custodiscono dei discorsi importanti legati a quello che da sempre c'impaurisce. Questo disco è come un libro scritto da un'abile mente che riesce a far riflettere con ogni nuova frase. Per quello il mio consiglio è quello di scavare dentro a questo disco e di cercare i messaggi che devono portarci ad interrogarci su tante cose e a avere una visione chiara di quello che siamo, quello che amiamo e quello che ci spaventa.

The Onlooker è un'opera che rientrerà nelle grazie di chi predilige gli insegnamenti che arrivano attraverso le storie e i racconti. Per quello la sua poetica fonte ha il suono di quel carillon che ogni tanto fa ascoltare una nota fuori tempo e stonata. Sono le stonature quelle che portano d'avanti questo lavoro dei Windswept perché dietro a ciascuna nota che "suona male" c'è una motivazione ed è molto più interessante cercare di capire quello che non va da quello che invece funziona alla perfezione. 

Pesco due brani che spiegano meglio tutto ciò.
Il primo è Stargazer che ci introduce subito dentro al mondo musicale voluto dalla band. Un black metal vecchia scuola, rozzo ma onesto, cupo e poetico. E subito ci si abitua a cercare oltre la superficie, a collegare le diverse note che ascoltiamo in modo di formare una melodia che non è altro che la voce narrante di questa storia.
Il secondo è Bookworm, Loser, Pauper. Molto più diretto, più crudo, più rabbioso ma non per quello meno poetico del primo. Perché ogni storia dev'essere raccontata in modo diverso. Qualche volta la premessa è d'obbligo, altre volte è inutile, per esempio in questo caso.



The Onlooker è uno di quei lavori dove la bellezza oscura supera tutto il resto. La capacità di costruire un discorso musicale che sia d'impatto non per la potenza, non per la materia di quello che si racconta ma per il modo che si utilizza per raccontarlo è la chiave di svolta di questo lavoro dei Windswept, lavoro da gustarsi con il giusto mood.

Voto 8/10
Windswept - The Onlooker
Season of Mist
Uscita 08.02.2019

venerdì 8 febbraio 2019

Membrane - Burn your Bridge: la liberazione brucia i ponti

(Recensione di Burn your Bridges dei Membrane)


Una cosa che mi sono sempre chiesto è quale sia il colore che la gente associa alla propria vita. Sembra una banalità ma in genere tutto quello che riguarda gli argomenti di conversazione a livello d'opinione pubblica è prevalentemente negativo. Morte, corruzione, povertà, crimini, disastri. Viviamo circondati da insoddisfazione, da lamentele ma nessuno fa nulla per cambiare. Nessuno riesce veramente a far girare tutto quanto in modo che la vita sia prevalentemente positiva. Come se l'esistenza umana dovesse per forza essere cupa e negativa.

Burn your Bridges

La musica ha tanti colori, ha tante capacità di tradurre in arte quello che si vive e sente. In un certo modo certi generi possono essere fedelmente accostati a certe sonorità piuttosto di altre. Burn your Bridges è un disco che va dal grigio noise al rosso sangue. Questo nuovo album dei francesi Membrane vuole essere pesante, acido, difficile da digerire. E ci riesce benissimo perché mette insieme tanti elementi che ci mettono di fronte alla parte più difficile d'affrontare nella vita. Cioè quella che non soltanto non ha nulla a che fare con noi stessi ma ci provoca anche sensazioni negative. Questa parte diventa protagonista, s'insinua tra tutte le note con più o meno intensità diventando un motore che sa dove deve portarci. E' giusto, però, fare una precisazione, perché potrebbe sembrare che questo disco sia profondamente negativo, quasi aggressivo nel suo modo di porsi e invece non è così. Questo stato d'animo diventa la guida di questo disco senza cadere in discorsi semplici, né positivo né negativo.

Burn your Bridges

Burn your Bridges prende anche un'altra lettura assolutamente interessante, cioè quella dell'importanza della rottura quando c' è la necessità della liberazione. Quando il coraggio significa affrontare con forza e dolore un distacco. I Membrane lasciano in evidenza questa necessità. Non vendono illusioni, non cercano metafore trite e ritrite che non portano da nessuna parte. Ci fanno vedere e capire come stanno le cose e ci fanno intraprendere quella strada. Per quello il loro insieme di generi mette dentro il noise, il post hardcore e certi elementi dello sludge, tutti generi che si contraddistinguono per il nullo bisogno di sembrare piacevoli. Ancora una volta torniamo all'idea che il messaggio deve arrivare dritto alla testa, senza prendere alcun genere di scorciatoia. Dritto e pesante.

Burn your Bridges

I ponti sono quelli che ci legano alla terra ferma, ma sono anche quelli che non ci permettono d'isolarci completamente. Bruciare i ponti significa rinunciare ma significa anche liberarsi. Forse questa è l'idea fondamentale dietro a Burn your Bridges dei Membrane. Un atto di coraggio, di forza e di una consapevolezza che non è alla portate di tutti.

Membrane

Prendo due interessanti brani da questo disco.
Il primo è l'omonimo Burn your Bridges, punto centrale di questo lavoro, punto di svolta, punto d'intimità. L'intimità che viene data da un'unica chitarra pulita e da una serie di voci che non urlano ma sussurrano il proprio messaggio, perché è un messaggio che deve, per forza arrivare dentro.
Il secondo è Fragile Things, fragile dentro a quello che noi vogliamo che sia fragile, a quello che c'insegnano che è la fragilità, forse perché conviene che sia visto così. Brano acido, intenso, vissuto.


Burn your Bridges diventa così un lavoro che fa riflettere per capire quanto sia importante rompere con la normalità, con quello che ci spacciano come normale, col mondo che impone certe idee dalle quali sembra che non ci sia via d'uscita. Un lavoro intenso, dove il grigio e il rosso che si fondono prendono i colori della liberazione. Bella prova dei Membrane.

Voto 8/10
Membrane - Burn your Bridges
Atypeek Music
Uscita 11.02.2019

domenica 3 febbraio 2019

Labirinto - Divino Afflante Spiritu: l'intelligenza dell'unicità

(Recensione di Divino Afflante Spiritu dei Labirinto)


Perché mai a qualcuno in un qualsiasi posto al mondo dovrebbe venire in mente di fare qualcosa che nessun'altro fa intorno a sé? Perché mai qualcuno dovrebbe buttare le energie di anni ed anni in un progetto che non trova un eco immediato nel suo intorno? Perché mai qualcuno dovrebbe scegliere le strade più difficili invece di quelle più semplici? Perché siamo vivi, perché siamo unici, perché per più che vogliano indirizzarci in un punto solo noi facciamo quello che sentiamo, quello che ci fa innamorare, quello che ci riempe. Questo è un invito a uscire dalla strada e percorrere le lande inesplorate per il puro piacere di sentirsi vivo.

Divino Afflante Spiritu

Forse per chi si trova in Europa non è semplice avere la dimensione reale di quello che significa fare certi generi musicali in Latino America. Sarà una cosa culturale o un modo di vivere la vita ma certi generi trovano uno spazio così ricco che si nutre da fan scatenati ma altri invece stentano a crescere. Latino America è passionale, è energia, è rabbia, è malinconia. In questo contesto il fatto che una band come i Labirinto sia alle porte di pubblicare il suo decimo album è un'anomalia squisita. Il loro post rock, post metal sembra non essere sintonizzato sulla stessa lunghezza d'onda di quelle che possono essere le esigenze di un pubblico come quello brasiliano o sudamericano. Forse perché l'idea di canzone lì è fondamentale, perché le parole sono il legame più forte da creare e nutrire. E invece eccoli con il loro Divino Afflante Spiritu a regalarci una serie di brani intensi, sentiti, trascinanti, oscuri. Nulla a che fare con i cocktail dolciastri guardando il tramonto su un'infinita spiaggia. Brani densi che scorrono pesanti e intensi. Come se questo disco fosse nato in quelle nazioni dove l'inverno devi buttarti dentro alla sala prove e creare, creare e creare perché non puoi fare altro.

Divino Afflante Spiritu

Ma perché un gruppo brasiliano riesce a far nascere delle creature come queste? Credo che qui si racchiude la forza di Divino Afflante Spiritu. In questo disco i Labirinto fanno un lavoro poetico convertendo in musica quello che vivono e vedono. Brasile è un gigante pieno di problematiche sociali che sembrano accentuarsi nel caotico momento attuale che attraversa quasi tutti i paesi del mondo. Sarebbe facile buttarci giù due parole di protesta e incollarle con due accordi ma è un discorso fatto e rifatto. Invece loro riescono a prendere l'anima di questa rabbia, di quest'incertezza, di questa sensazione di sbagliato e la mettono a favore di un discorso musicale molto più trascendente, molto più alto e importante. L'oscurità della loro musica è spirituale, sentita, punzecchiante, vivida. Il loro post rock disegna lo stato della società attuale, la loro rabbia musicale diventa materia e viene utilizzata a dovere per costruire un panorama unico. Per quello s'intrecciano altri discorsi come quello del post metal, dello sludge e delle sfumature drone. Un intervento artistico tutt'altro che scontato e facile. 

Divino Afflante Spiritu

Sicuramente coinciderete con me nel dire che i brasiliani sono tra le persone più passionali di questo mondo. Ecco Divino Afflante Spiritu è un disco che trasuda passione, una passione costruita con l'intelligenza, con la capacità di prendere quello che si vive e trasformarlo in musica. I Labirinto fanno qualcosa di prezioso perché non è qualcosa semplice, non è qualcosa che tutti fanno, non è qualcosa che appartiene al DNA del Brasile ma lo fanno così bene che viene fuori un disco universale.

Labirinto

Pesco due brani da questo bellissimo lavoro.
Il primo è Agnus Dei, unico brano cantato di questo disco grazie al featuring di Elaine Campos, cantante brasiliana che riesce a regalare vocalmente quello che la band fa strumentalmente. Una rabbia viscerale che non diventa gratuita e semplice ma che ha uno sfondo profondo, ragionato, strutturato e intelligente. 
Il secondo è la title track, Divino Afflante Spiritu. Forse il brano più emotivo e toccante di questo disco. In un certo modo epico per la grandiloquenza che acquista. La qualità della band e il proprio percorso musicale viene completamente messo in evidenza con questo brano. Quest'intreccio tra malinconia, potenza, passione e un senso d'astrazione che fa osservare tutto da una certa distanza.


Divino Afflante Spiritu diventa pertanto un lavoro di grande intelligenza. L'intelligenza che spesso rende unico chi non insegue le stesse cose degli altri e non si lascia trasportare dalle prime reazioni. L'intelligenza è il marchio di fabbrica dei Labirinto, abili nel creare un discorso musicale che poco e nulla ha a che fare col loro intorno, e pure così il risultato coniuga magistralmente la loro scelta musicale con le sensazioni emotive che vivono ogni giorno. 

Voto 9/10
Labirinto - Divino Afflante Spiritu
Pelagic Records
Uscita 08.02.2019

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