giovedì 17 gennaio 2019

Inferitvm - The Grimoires: il mistero dell'ignoto

(Recensione di The Grimoires degli Inferitvm)


Ultimamente sto portando d'avanti un discorso abbastanza divertente su Instagram. Sto vedendo quale nazione, secondo i miei followers, ha le migliori band metal. Per farlo sto seguendo uno schema simile a quello di un mondiale di calcio, cioè sto mettendo a confronto 64 nazioni accoppiandole e andando avanti a eliminazione. Ancora sono alla prima tappa ma è molto interessante vedere come, anche dietro al suggerimento dei miei propri follower, escano fuori delle realtà musicali che non conoscevo minimamente. Perché alla fine la musica non ha alcun confine.

Sicuramente se si pensa alle isole Baleares la prima immagine che viene in mente è quella del divertimento sfrenato di Ibiza, collegato molto spesso alla musica elettronica. Ma per fortuna, come dovrebbe capitare ovunque, c'è spazio per tanta altra musica. La dimostrazioni ci viene offerta dagli Inferitvm, capaci di costruire senza alcun problema un secondo interessante disco, intitolato The Grimoires. Un disco che potrebbe perfettamente essere nato nei paesi nordici o in latitudini che si allontanano molto dalla Spagna. E utilizzo volutamente questo stereotipo perché voglio che si rifletta su come associamo certi generi a certe regioni del mondo. Cosa che in un ambito folkloristico viene perfetto ma che, antropologicamente, ancora non è successo portando la musica a altri livelli. Per quello lascio sospesa la domanda: è giusto considerare certi generi musicali, per esempio il black metal, come fedele rappresentazione di un paese e della sua storia? Sarebbe interessante trovare le risposte.

The Grimoires

Ma concentriamoci su The Grimoires. Quello che ci viene offerto in questo secondo disco degli Inferitvm è un disco energico, figlio di un black metal di scuola nordica che non diventa mai estremo. Abbiamo un compendio di brani e di note, spesso dissonanti, che scivolano creando un'atmosfera particolare. Musica che ci parla del passato remoto, di civiltà che ormai sono soltanto un vago ricordo o un racconto sospeso che ha attraversato i secoli dei secoli. Insomma, il mistero che è sempre presente su tutto quello che ancora non ha una spiegazione esaustiva. La nostra evoluzione come specie non è mai stata lineare e tanti insegnamenti del passato si sono persi definitivamente. Tutto ciò è presente in questo disco, che si nutre di quel mistero, del gioco di cercare d'indovinare come sono andate le cose. Per quello tutto quello che serve è che musicalmente la direzione sia molto chiara per procedere dritto. 

Insomma, The Grimoires si occupa di tutto quello che da una parte sembra oscuro e superato e dal'altra è ancora frutto di dibattiti e confronti di tesi diverse. Tutto quello viene messo in musica, ciascuna nota suonata dagli Inferitvm sembra chiaramente indirizzata nella loro intenzione musicale e artistica. E anche se magari questa è una tematica comune a tanti gruppi non è stancante e non è assolutamente ripetitiva.

Inferitvm

Prendo un paio di brani da questo lavoro.
Il primo è Goetia of Shadows. Molto interessante la melodia di tastiera dell'intro, figlia di una grande nostalgia messa a gioco del brano. Successivamente il brano ci mostra la faccia più chiara dell'intenzione black metal della band ma mettendo insieme una serie di elementi che possono anche sembrare contrastanti. Un bel risultato finale.
La seconda è De Occulta Philosophia. Parlavo di tutti gli aspetti antichi, che ci riportano a vecchie civiltà presenti in questo disco. Questo brano ne è fedele dimostrazione. Sonorità che ci riportano all'antico Egitto e tutto il mistero delle arte oscure, mai svelato completamente. Il brano gira perfettamente, funziona come dovrebbe, portando l'ascoltatore dentro al cuore stesso del mistero.


The Grimoires è dunque figlio di un modo molto interessante di sintetizzare le esigenze artistiche e la voglia di raccontare certe storie. Poco importa da dove provengono gli Inferitvm, il risultato della loro musica diventa universale, perché la loro intenzione non può, ne deve, essere collegata al punto d'appartenenza geografico. E nello stesso modo questo disco sarò apprezzato da chi ama queste tematiche e questo genere musicale.

Voto 7,5/10
Inferitvm - The Grimoires
Inverse Records
Uscita 25.01.2019

lunedì 14 gennaio 2019

Komodor - Komodor: guardare il passato per capire il futuro

(Recensione di Komodor dei Komodor)


Il tempo nella musica è un elemento molto curioso. Non mi riferisco al tempo ritmico ma a quello anagrafico. La musica non ha un'evoluzione frontale. Cioè, mi spiego meglio, la musica è una serie di linee che percorrono un piano parallelamente. Di queste linee qualcuna avanza vertiginosamente, qualcuna invece sembra essersi fermata o, addirittura, pronta a indietreggiare. L'evoluzione è sacra ma molti musicisti sembrano avere un grande bisogno di rimanere nel passato e di continuare a sviluppare un discorso che sembra assolutamente anacronistico. E l'ascoltatore stesso ha anche questa necessità, quella di, ogni tanto, rituffarsi nelle sonorità del passato.

Komodor è il debutto dell'omonima band. Un mini LP che è pronto a farci tuffare nel passato, in quel rock psichedelico che ha fatto le delizie della musica negli anni 70. Genere che non ha mai abbandonato il panorama musicale internazionale al punto che gruppi come i Blues Pills godano di grande successo. Infatti non è un caso se in questo disco siano presenti, nelle vesti di musicisti ospiti, tutti i membri di quella rinomata band multinazionale. Un tuffo nel passato che permette anche di riflettere su diversi aspetti, come il fatto che ci sia sempre una grande contrapposizione tra le modalità di composizione attuali e quelle di prima. Adesso la musica può essere molto più individuale e spesso prescinde dal lavoro della sala prove. Diventa tutto un collage sonico. Prima invece era fondamentale il lavoro d'insieme,il trovare una quadratura musicale con gli strumenti che si avevano a disposizione e basta. E questo disco restituisce quella sensazione. Sembra di essere di fronte a un disco nato con l'idea di mettere insieme il meglio che nasce dal compromesso al quale si arriva componendo tutti insieme, dove le idee di ciascuno crescono con l'aggiunta degli altri.

Soulseller Records

Komodor ha quella capacità, che personalmente mi fa ricordare i primi anni che suonavo, quando con amici fraterni improvvisavamo solo con la gioia di vedere cosa sarebbe venuto fuori. Ecco, questo mini LP sembra regalarci quello, il sudore della sala prove, l'affiatamento delle band che riescono a colmare qualsiasi lacuna col ruolo di ciascuno. Non serve altro, non serve tagliare e cucire perché la macchina si mette in moto da sola. E non bisogna fermarla. Forse questa è l'eredità che ci hanno lasciato celebri band del passato ed è importante riprenderla, perché inevitabilmente tutta la evoluzione, che oggi ci permette di avere tanti generi diversi, è passata da lì. Sono state tutte risposte alle risposte e, in un mondo dove si tende a dimenticare troppo facilmente il passato, risulta fondamentale fare un salto indietro, così si capisce molto di più. Tutto questo viene fuori dalle quattro energiche tracce di questo mini LP che lascia la promessa di andare a sentire tanto altro di questa nascente band.

Soulseller Records

A questo punto è più che valido chiedersi se vada bene, nel 2019, che una band riprenda discorsi musicali di cinquant'anni fa. Io non ho risposte a questa domanda perché se c'è qualcosa che non bisogna mai fare nella musica è imporre dei pareri, cosa che invece succede, in modo più o meno evidente, a livello mainstream. Komodor è un disco che personalmente mi ha suscitato delle riflessioni, e già quello lo fa diventare valido. Non ho dubbi che avrà gli stessi effetti su tanti di voi.

Soulseller Records

Visto che si tratta di un mini LP prendo una traccia d'approfondire. 
Questa è Join the Band. L'ho scelta perché riflette ulteriormente le indicazioni che o fornito prima. La musica come una festa dove il musicista diventa la guida ma è l'insieme pubblico/band quello che genera il vero spettacolo, spettacolo che diventa filosofia di vita. Bisogna vivere sempre dentro allo spirito della musica che si ascolta e questo brano ce lo racconta molto bene. Rock energico, allegro e coinvolgente.



E dunque, sia che siete dei nostalgici e pensiate che tutto tempo passato è stato migliore, sia che siete degli avanguardisti che state due passi avanti a tutto e tutti questo è un disco che fa bene. Fa bene perché ci fa tuffarci nel passato per guadare il futuro con altri occhi, per ricordare il perché e il come. Adesso non rimane altro che aspettare altre novità dei Komodor.

Voto 7,5/10
Komodor - Komodor
Soulseller Records
Uscita 11.01.2019

martedì 8 gennaio 2019

Void Rot - Consumed by Oblivion: una pillola di nero di marte

(Recensione di Consumed by Oblivion dei Void Rot)


Quando si fa musica necessariamente bisogna fare delle scelte. Molto spesso queste scelte vengono fuori in modo naturale perché corrispondono a quello che si ama dentro all'universo musicale. Di conseguenza anche le tematiche e il modo di trattarle vengono fuori spontaneamente. E la riflessione che mi viene da fare è che risulta molto interessante vedere come percorrendo strade diverse e facendo scelte diverse molto spesso di giunge allo stesso punto. 

Il disco del quale mi occupo oggi è già uscito qualche mese fa ma la "scusa" che mi permette di occuparmene è la nuova edizione in vinile. Si tratta di Consumed by Oblivion, mini LP degli statunitensi Void Rot. Un disco che, anche se corto, è molto massiccio e mi fa riagganciare al concetto del quale parlavo prima. L'energia e la potenza di questo lavoro non ha bisogno di ritmiche impazzite o di scelte sonore estreme. Naturalmente non si tratta neanche di un disco "tranquillo" ma le scelte operate danno come risultato un'ondata d'urto impattante lunga 15 minuti. Questo è un disco oscuro, fatto di quella tonalità che viene definita come nero di marte, cioè il nero più nero che ci sia. E la cosa impattante è che questo livello emotivo è presente in tutta la durata del disco. Non ci sono pause o stacchi, dalla prima all'ultima nota si è vittime, consapevoli o meno.

Void Rot


Ma come viene costruita l'oscurità di Consumed by Oblivion? A livello di genere musicale quello che viene offerto dai Void Rot è death-doom metal. La potenza del death abbraccia le ritmiche sostenute del doom. Per quello non c'è bisogno di esagerazione, di riff troppo elaborati, di cambi costanti di ritmo o di altri artifici. Basta avere le idee chiare e buttarsi, far andare da sola la macchina, come se l'oscurità si trasformassi in un piloto automatico. E la strada da percorrere è una discesa negli inferi. Non c'è luce, solo buio, così buio da non riuscire a far abituare gli occhi. 

Consumed by Oblivion diventa a tutti gli effetti una pillola da ingoiare forzatamente. E lo scopo di questa pillola è quella di affrontare la nostra parte più buia, quella che riesce a trascinarci fino a perdere quello che siamo. Nella musica dei Void Rot non c'è il minimo spazio per luci e spiragli di speranza, perché se così fosse si perderebbe completamente il loro obiettivo, obiettivo che invece riescono a attuare magistralmente.

Visto che questo è un mini LP di solo tre brani scelgo soltanto uno da approfondire.
Questo è il primo brano: Ancient Seed. Tra l'altro è molto utile perché corrisponde perfettamente alla struttura che la band utilizza in tutti i propri brani. Inizia la chitarra da sola, in questo caso con degli arpeggi dissonanti e successivamente si accostano tutti gli strumenti sullo stesso giro prima dell'entrata della voce. Viene anche evidenziata l'idea musicale che la band porta avanti. Questo death-doom che non è ne l'uno ne l'altro. Senza strafare lo stesso veniamo catturati senza alcuna via d'uscita.


Consumed by Oblivion ci ricorda una cosa essenziale, cioè che se si fa finta di non avere dei lati oscuri prima o poi quei lati prendono il sopravento su tutto. Per quello questo mini LP dei Void Rot è bestiale e lascia senza fiato seppur corto e veloce. E' necessario affrontare la parte peggiore per far emergere la migliore.

Voto 8/10
Void Rot - Consumed by Oblivion
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 09.01.2019

domenica 6 gennaio 2019

Mark Deutrom - The Blue Bird: la ribellione alla macchina della felicità

(Recensione di The Blue Bird di Mark Deutrom)


Nella musica tutto tende a racchiudersi nella figura dei musicisti, molto spesso dando molta più importanza alla figura del cantante e del o dei chitarristi. Me ci sono tante altre figure che molto spesso riescono a essere la chiave o il fallimento di un gruppo. Un buon manager può garantire la visibilità necessaria di una band, invece uno cattivo può creare conflitti e obbligare a scendere a compromessi non sempre appaganti. Un buon produttore può far crescere la capacità musicale riempiendo le lacune che per inesperienza si presentano. Ci sono tante altre figure che possono aiutare o meno una band ma tutto ciò dimostra che la musica è un meccanismo complesso che va oltre al semplice fatto di suonare.

Per più di qualcuno il nome di Mark Deutrom equivale a nominare uno dei personaggi chiavi nello sviluppo musicale del rock e il metal negli ultimi 30 anni. Per chi invece non lo conosce basta sapere che sia come musicista che come lavoratore discografico va accostato a nomi celebri come i Melvins, i Neurosis e i Sunn O))). Già questo biglietto di visita dovrebbe bastare per catturare l'attenzione di qualsiasi amante della musica ma credo che sia importante osservare, analizzare e tirare le conclusioni di qualsiasi lavoro ascoltandolo senza prendere in considerazione alcun aspetto "curricolare". Per quello nell'ascolto di The Blue Bird ho provato a farmi trasportare dalle tracce contenute in questo lavoro senza considerare chi ci fosse dietro a questo progetto. Per onestà devo aggiungere che in passato, ascoltando altri lavori dello stesso musicista, non ero rimasto necessariamente entusiasta. Invece questo nuovo lavoro ha degli aspetti veramente unici che regalano un punto di vista particolare e vivamente interessanti. Tutto suona bene, nella costruzione di un universo sonoro che si nutre di nostalgica eleganza e di ricercata ambizione. Dunque un primo aspetto che sorge spontaneo è che questo è un disco pieno di personalità.

The Blue Bird

The Blue Bird è un disco con una marcata impronta statunitense. Ha quel tocco di profonda malinconia che è passata a essere una cicatrice così caratteristica da diventare l'aspetto più riconoscibile di qualcuno. L'abilità, però, di Mark Deutrom sta nel non rimanere fermo in un'unica direzione. Per quello i suoi brani prendono diverse vie. Si colorano di energia o si svuotano. Cercano particolari arrangiamenti o arrivano diretti, così come sono. Tutto dentro a un art rock molto dinamico e mobile. A tratti ricorda i Pink Floyd, a tratti la sua musica sembra venire fuori da una puntata di Twin Peaks. Tutto fatto con grande coerenza, senza mai forzare la mano, ne in una direzione ne nell'altra. Lo scopo è chiaro, la sua musica diventa una continua ricerca di un qualcosa che assomiglia alla felicità, ma non è una felicità banale o imposta. La sua felicità si nasconde nel fondo di una bottiglia di birra, nel pomeriggio di sole percorrendo una strada deserta, nella carezza al cane fedele. Nel gesto oltre le parole. E curiosamente anche se c'è questa ricerca dietro questo è un disco malinconico, blu come blu è la sua copertina.

The Blue Bird

In un certo modo la musica spesso ci fornisce delle risposte a domande esistenziali, riuscendo a essere molto più esaustivo di tanti saggi. Quello perché l'empatia che si genera tra musica e ascoltatore è un vincolo sacro e potente. Ecco, The Blue Bird è un disco che parla al cuore di chi ama i dettagli, di chi trova più conforto ascoltando il vento piuttosto che l'assordante televisione. Ma occhi, che la musica di Mark Deutrom è ricca, complessa, ricercata come la dinamicità che ha dentro, perché quel genere di persone è il genere di persona più ricca, complessa e ricercata. Insomma, nessun spazio per la banalità.

Mark Deutrom

Prendo tre brani da questo lavoro.
Il primo è O Ye of Little Faith. Energico e sostenuto per poi virare verso un psichedelico giro sul quale si sviluppa un perfetto assolo di chitarra. Tutto con una sonorità acida, che mette in evidenza uno strato di fumo che nasconde quello che veramente c'è.
Il secondo è Somnambulist. Di nuovo c'è una grande componente psichedelica costruita con chitarre piene di reverb, bassi profondi, mai eccessivi e ritmi di batteria mid-tempo. E' tutto ciclico, un vortice che cattura e non libera senza per quello dover girare velocemente. E' un vortice ipnotico, non distruttivo. 
L'ultimo che scelgo è The Happiness Machine. Brano schiacciante, come se la felicità potesse essere imponibile al punto di fabbricarla e distribuirla. Cosa che in realtà succede perché nella nostra società cercano già di avere per buona la felicità che ci vogliono spacciarci, che in realtà è un involucro che racchiude in vuoto. Felicità vuota per menti vuote.


The Blue Bird è un disco che ha così tanta personalità da non avere bisogno delle credenziali di Mark Deutrom. E' un disco che funziona per via di questa personalità, del modo nel quale vengono toccati degli argomenti esistenziali con una grande chiarezza. Musicalmente tutto è un riflesso di queste idee, di questo modo di costruire mondi strutturati che sembrano allo stesso tempo molto semplici. Mica roba semplice. 

Voto 8,5/10
Mark Deutrom - The Blue Bird
Season of Mist
Uscita 04.01.2019

venerdì 4 gennaio 2019

Wolfhorde - Hounds of Perdition: dentro alla fantasia

(Recensione di Hounds of Perdition dei Wolfhorde)


La magia della musica sta nel fatto che qualsiasi cosa possa essere raccontata in tanti modi diversi. Alla fine ci sono delle tematiche che sono comuni a tanti gruppi ma il trattamento che ognuno dà è la particolarità che fa scattare quella molla che permette di unire musicista e ascoltatore. Non credo che sia possibile dire che un modo sia migliore dell'altro o che ci sia un linguaggio semplice col quale raccontare le cose ed altri complessi. Ogni ascoltatore deve sapere cosa cerca e, una volta che lo trova, buttarsi di capofitto su quello.

Hounds of Perdition è il secondo album dei finlandesi Wolfhorde. Un disco che si districa tra il sinfonico e il folkloristico, dando così un tocco narrativo a quello che la band cerca di trasmettere col proprio lavoro. E questa scelta diventa molto interessante, perché nel metal ci sono tantissime vie da percorrere, qualcuna che forse fa vivere le cose in prima persona, altre dove invece la narrazione diventa fondamentale per assistere a un racconto, o a una proiezione cinematografica di un film di fantasia.Nel caso di questa band indubbiamente la scelta è la seconda. Questo è dunque un disco ricco d'immagini che generalmente cattivano chi ha una fervida immaginazione e ama perdersi dentro a certe storie nate dalla fantasia. L'aspetto che ho appena descritto è la grande forza di questo disco, perché è un lavoro che mantiene sempre le distanze, non è un urlo, non è una protesta, non è una canzone d'amore, è un relato da condividere e nel quale lasciarsi perdere.

Hounds of Perdition

Dicevo prima che Hounds of Perdition mette insieme due mondi, il sinfonico e il folkloristico. Naturalmente la congiunzione di questi due aspetti insieme al metal da nascita all'universo sonoro nel quale si muove la musica dei Wolfhorde. Un universo che viaggia a velocità sostenuta tra il folk metal, il groove metal e certi aspetti del symphonic metal. L'idea interessante, però, è che tutti questi elementi trovano un bell'equilibrio. Non ci sono aspetti che pesano più degli altri. Tutto rivolto all'idea principale, quella di raccontare al meglio le storie che motivano la stesura di questi brani. Brani fantasiosi e sicuramente oscuri, ma trattati in modo tale che l'oscurità sia misurata e mai eccessiva. Anzi, con un tocco molto gradito di tradizione, come se fossero racconti tramandati di generazione in generazione che ora trovano questa forma musicale. 

Bisogna dunque parlare con molta chiarezza. Chi ama le storie fantastiche, l'immaginario del nord europa e certi ambienti che provengono proprio da lì sicuramente troveranno in questo Hounds of Perdition un disco da ascoltare molto volentieri. Chi invece ama le cose più sentite e viscerale è meglio che non perda il proprio tempo dietro a questo nuovo lavoro dei Wolfhorde.

Wolfhorde

Prendo due brani di questo, curiosamente quelli di apertura e chiusura del disco e, inoltre, i più estesi.
Il primo è Chimera. Miglior apertura di questa per lasciare chiara la direzione che prende quest'opera? Difficile. Veniamo subito travolti da cori sinfonici, da dialoghi tra chitarra e tastiera per poi scivolare dentro a un brano molto sviluppato che passa senza problemi da un punto a un altro. 
Il secondo è l'omonimo Hounds of Perdition. Forse più energico e folkloristico del primo. E' uno di quei brani che ha tutta l'aria imponente dei brani epici che chiudono i dischi in modo magnanime. Difficile non lasciarsi trasportare dalle note che si susseguono per quasi 12 minuti. Intenso.


Tirando le somme Hounds of Perdition è un lavoro che ha uno scopo molto chiaro, cioè quello di arrivare al cuore di chi ama l'universo fatto di racconti epici, di storie interessanti, di musica che non ha alcun timore di perdersi tra gli adorni sinfonici. Il risultato ottenuto mette in bella luce questa seconda opera dei Wolfhorde.

Voto 7,5/10
Wolfhorde - Hounds of Perdition
Inverse Records
Uscita 11.01.2019