giovedì 17 gennaio 2019

Inferitvm - The Grimoires: il mistero dell'ignoto

(Recensione di The Grimoires degli Inferitvm)


Ultimamente sto portando d'avanti un discorso abbastanza divertente su Instagram. Sto vedendo quale nazione, secondo i miei followers, ha le migliori band metal. Per farlo sto seguendo uno schema simile a quello di un mondiale di calcio, cioè sto mettendo a confronto 64 nazioni accoppiandole e andando avanti a eliminazione. Ancora sono alla prima tappa ma è molto interessante vedere come, anche dietro al suggerimento dei miei propri follower, escano fuori delle realtà musicali che non conoscevo minimamente. Perché alla fine la musica non ha alcun confine.

Sicuramente se si pensa alle isole Baleares la prima immagine che viene in mente è quella del divertimento sfrenato di Ibiza, collegato molto spesso alla musica elettronica. Ma per fortuna, come dovrebbe capitare ovunque, c'è spazio per tanta altra musica. La dimostrazioni ci viene offerta dagli Inferitvm, capaci di costruire senza alcun problema un secondo interessante disco, intitolato The Grimoires. Un disco che potrebbe perfettamente essere nato nei paesi nordici o in latitudini che si allontanano molto dalla Spagna. E utilizzo volutamente questo stereotipo perché voglio che si rifletta su come associamo certi generi a certe regioni del mondo. Cosa che in un ambito folkloristico viene perfetto ma che, antropologicamente, ancora non è successo portando la musica a altri livelli. Per quello lascio sospesa la domanda: è giusto considerare certi generi musicali, per esempio il black metal, come fedele rappresentazione di un paese e della sua storia? Sarebbe interessante trovare le risposte.

The Grimoires

Ma concentriamoci su The Grimoires. Quello che ci viene offerto in questo secondo disco degli Inferitvm è un disco energico, figlio di un black metal di scuola nordica che non diventa mai estremo. Abbiamo un compendio di brani e di note, spesso dissonanti, che scivolano creando un'atmosfera particolare. Musica che ci parla del passato remoto, di civiltà che ormai sono soltanto un vago ricordo o un racconto sospeso che ha attraversato i secoli dei secoli. Insomma, il mistero che è sempre presente su tutto quello che ancora non ha una spiegazione esaustiva. La nostra evoluzione come specie non è mai stata lineare e tanti insegnamenti del passato si sono persi definitivamente. Tutto ciò è presente in questo disco, che si nutre di quel mistero, del gioco di cercare d'indovinare come sono andate le cose. Per quello tutto quello che serve è che musicalmente la direzione sia molto chiara per procedere dritto. 

Insomma, The Grimoires si occupa di tutto quello che da una parte sembra oscuro e superato e dal'altra è ancora frutto di dibattiti e confronti di tesi diverse. Tutto quello viene messo in musica, ciascuna nota suonata dagli Inferitvm sembra chiaramente indirizzata nella loro intenzione musicale e artistica. E anche se magari questa è una tematica comune a tanti gruppi non è stancante e non è assolutamente ripetitiva.

Inferitvm

Prendo un paio di brani da questo lavoro.
Il primo è Goetia of Shadows. Molto interessante la melodia di tastiera dell'intro, figlia di una grande nostalgia messa a gioco del brano. Successivamente il brano ci mostra la faccia più chiara dell'intenzione black metal della band ma mettendo insieme una serie di elementi che possono anche sembrare contrastanti. Un bel risultato finale.
La seconda è De Occulta Philosophia. Parlavo di tutti gli aspetti antichi, che ci riportano a vecchie civiltà presenti in questo disco. Questo brano ne è fedele dimostrazione. Sonorità che ci riportano all'antico Egitto e tutto il mistero delle arte oscure, mai svelato completamente. Il brano gira perfettamente, funziona come dovrebbe, portando l'ascoltatore dentro al cuore stesso del mistero.


The Grimoires è dunque figlio di un modo molto interessante di sintetizzare le esigenze artistiche e la voglia di raccontare certe storie. Poco importa da dove provengono gli Inferitvm, il risultato della loro musica diventa universale, perché la loro intenzione non può, ne deve, essere collegata al punto d'appartenenza geografico. E nello stesso modo questo disco sarò apprezzato da chi ama queste tematiche e questo genere musicale.

Voto 7,5/10
Inferitvm - The Grimoires
Inverse Records
Uscita 25.01.2019

lunedì 14 gennaio 2019

Komodor - Komodor: guardare il passato per capire il futuro

(Recensione di Komodor dei Komodor)


Il tempo nella musica è un elemento molto curioso. Non mi riferisco al tempo ritmico ma a quello anagrafico. La musica non ha un'evoluzione frontale. Cioè, mi spiego meglio, la musica è una serie di linee che percorrono un piano parallelamente. Di queste linee qualcuna avanza vertiginosamente, qualcuna invece sembra essersi fermata o, addirittura, pronta a indietreggiare. L'evoluzione è sacra ma molti musicisti sembrano avere un grande bisogno di rimanere nel passato e di continuare a sviluppare un discorso che sembra assolutamente anacronistico. E l'ascoltatore stesso ha anche questa necessità, quella di, ogni tanto, rituffarsi nelle sonorità del passato.

Komodor è il debutto dell'omonima band. Un mini LP che è pronto a farci tuffare nel passato, in quel rock psichedelico che ha fatto le delizie della musica negli anni 70. Genere che non ha mai abbandonato il panorama musicale internazionale al punto che gruppi come i Blues Pills godano di grande successo. Infatti non è un caso se in questo disco siano presenti, nelle vesti di musicisti ospiti, tutti i membri di quella rinomata band multinazionale. Un tuffo nel passato che permette anche di riflettere su diversi aspetti, come il fatto che ci sia sempre una grande contrapposizione tra le modalità di composizione attuali e quelle di prima. Adesso la musica può essere molto più individuale e spesso prescinde dal lavoro della sala prove. Diventa tutto un collage sonico. Prima invece era fondamentale il lavoro d'insieme,il trovare una quadratura musicale con gli strumenti che si avevano a disposizione e basta. E questo disco restituisce quella sensazione. Sembra di essere di fronte a un disco nato con l'idea di mettere insieme il meglio che nasce dal compromesso al quale si arriva componendo tutti insieme, dove le idee di ciascuno crescono con l'aggiunta degli altri.

Soulseller Records

Komodor ha quella capacità, che personalmente mi fa ricordare i primi anni che suonavo, quando con amici fraterni improvvisavamo solo con la gioia di vedere cosa sarebbe venuto fuori. Ecco, questo mini LP sembra regalarci quello, il sudore della sala prove, l'affiatamento delle band che riescono a colmare qualsiasi lacuna col ruolo di ciascuno. Non serve altro, non serve tagliare e cucire perché la macchina si mette in moto da sola. E non bisogna fermarla. Forse questa è l'eredità che ci hanno lasciato celebri band del passato ed è importante riprenderla, perché inevitabilmente tutta la evoluzione, che oggi ci permette di avere tanti generi diversi, è passata da lì. Sono state tutte risposte alle risposte e, in un mondo dove si tende a dimenticare troppo facilmente il passato, risulta fondamentale fare un salto indietro, così si capisce molto di più. Tutto questo viene fuori dalle quattro energiche tracce di questo mini LP che lascia la promessa di andare a sentire tanto altro di questa nascente band.

Soulseller Records

A questo punto è più che valido chiedersi se vada bene, nel 2019, che una band riprenda discorsi musicali di cinquant'anni fa. Io non ho risposte a questa domanda perché se c'è qualcosa che non bisogna mai fare nella musica è imporre dei pareri, cosa che invece succede, in modo più o meno evidente, a livello mainstream. Komodor è un disco che personalmente mi ha suscitato delle riflessioni, e già quello lo fa diventare valido. Non ho dubbi che avrà gli stessi effetti su tanti di voi.

Soulseller Records

Visto che si tratta di un mini LP prendo una traccia d'approfondire. 
Questa è Join the Band. L'ho scelta perché riflette ulteriormente le indicazioni che o fornito prima. La musica come una festa dove il musicista diventa la guida ma è l'insieme pubblico/band quello che genera il vero spettacolo, spettacolo che diventa filosofia di vita. Bisogna vivere sempre dentro allo spirito della musica che si ascolta e questo brano ce lo racconta molto bene. Rock energico, allegro e coinvolgente.



E dunque, sia che siete dei nostalgici e pensiate che tutto tempo passato è stato migliore, sia che siete degli avanguardisti che state due passi avanti a tutto e tutti questo è un disco che fa bene. Fa bene perché ci fa tuffarci nel passato per guadare il futuro con altri occhi, per ricordare il perché e il come. Adesso non rimane altro che aspettare altre novità dei Komodor.

Voto 7,5/10
Komodor - Komodor
Soulseller Records
Uscita 11.01.2019

martedì 8 gennaio 2019

Void Rot - Consumed by Oblivion: una pillola di nero di marte

(Recensione di Consumed by Oblivion dei Void Rot)


Quando si fa musica necessariamente bisogna fare delle scelte. Molto spesso queste scelte vengono fuori in modo naturale perché corrispondono a quello che si ama dentro all'universo musicale. Di conseguenza anche le tematiche e il modo di trattarle vengono fuori spontaneamente. E la riflessione che mi viene da fare è che risulta molto interessante vedere come percorrendo strade diverse e facendo scelte diverse molto spesso di giunge allo stesso punto. 

Il disco del quale mi occupo oggi è già uscito qualche mese fa ma la "scusa" che mi permette di occuparmene è la nuova edizione in vinile. Si tratta di Consumed by Oblivion, mini LP degli statunitensi Void Rot. Un disco che, anche se corto, è molto massiccio e mi fa riagganciare al concetto del quale parlavo prima. L'energia e la potenza di questo lavoro non ha bisogno di ritmiche impazzite o di scelte sonore estreme. Naturalmente non si tratta neanche di un disco "tranquillo" ma le scelte operate danno come risultato un'ondata d'urto impattante lunga 15 minuti. Questo è un disco oscuro, fatto di quella tonalità che viene definita come nero di marte, cioè il nero più nero che ci sia. E la cosa impattante è che questo livello emotivo è presente in tutta la durata del disco. Non ci sono pause o stacchi, dalla prima all'ultima nota si è vittime, consapevoli o meno.

Void Rot


Ma come viene costruita l'oscurità di Consumed by Oblivion? A livello di genere musicale quello che viene offerto dai Void Rot è death-doom metal. La potenza del death abbraccia le ritmiche sostenute del doom. Per quello non c'è bisogno di esagerazione, di riff troppo elaborati, di cambi costanti di ritmo o di altri artifici. Basta avere le idee chiare e buttarsi, far andare da sola la macchina, come se l'oscurità si trasformassi in un piloto automatico. E la strada da percorrere è una discesa negli inferi. Non c'è luce, solo buio, così buio da non riuscire a far abituare gli occhi. 

Consumed by Oblivion diventa a tutti gli effetti una pillola da ingoiare forzatamente. E lo scopo di questa pillola è quella di affrontare la nostra parte più buia, quella che riesce a trascinarci fino a perdere quello che siamo. Nella musica dei Void Rot non c'è il minimo spazio per luci e spiragli di speranza, perché se così fosse si perderebbe completamente il loro obiettivo, obiettivo che invece riescono a attuare magistralmente.

Visto che questo è un mini LP di solo tre brani scelgo soltanto uno da approfondire.
Questo è il primo brano: Ancient Seed. Tra l'altro è molto utile perché corrisponde perfettamente alla struttura che la band utilizza in tutti i propri brani. Inizia la chitarra da sola, in questo caso con degli arpeggi dissonanti e successivamente si accostano tutti gli strumenti sullo stesso giro prima dell'entrata della voce. Viene anche evidenziata l'idea musicale che la band porta avanti. Questo death-doom che non è ne l'uno ne l'altro. Senza strafare lo stesso veniamo catturati senza alcuna via d'uscita.


Consumed by Oblivion ci ricorda una cosa essenziale, cioè che se si fa finta di non avere dei lati oscuri prima o poi quei lati prendono il sopravento su tutto. Per quello questo mini LP dei Void Rot è bestiale e lascia senza fiato seppur corto e veloce. E' necessario affrontare la parte peggiore per far emergere la migliore.

Voto 8/10
Void Rot - Consumed by Oblivion
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 09.01.2019

domenica 6 gennaio 2019

Mark Deutrom - The Blue Bird: la ribellione alla macchina della felicità

(Recensione di The Blue Bird di Mark Deutrom)


Nella musica tutto tende a racchiudersi nella figura dei musicisti, molto spesso dando molta più importanza alla figura del cantante e del o dei chitarristi. Me ci sono tante altre figure che molto spesso riescono a essere la chiave o il fallimento di un gruppo. Un buon manager può garantire la visibilità necessaria di una band, invece uno cattivo può creare conflitti e obbligare a scendere a compromessi non sempre appaganti. Un buon produttore può far crescere la capacità musicale riempiendo le lacune che per inesperienza si presentano. Ci sono tante altre figure che possono aiutare o meno una band ma tutto ciò dimostra che la musica è un meccanismo complesso che va oltre al semplice fatto di suonare.

Per più di qualcuno il nome di Mark Deutrom equivale a nominare uno dei personaggi chiavi nello sviluppo musicale del rock e il metal negli ultimi 30 anni. Per chi invece non lo conosce basta sapere che sia come musicista che come lavoratore discografico va accostato a nomi celebri come i Melvins, i Neurosis e i Sunn O))). Già questo biglietto di visita dovrebbe bastare per catturare l'attenzione di qualsiasi amante della musica ma credo che sia importante osservare, analizzare e tirare le conclusioni di qualsiasi lavoro ascoltandolo senza prendere in considerazione alcun aspetto "curricolare". Per quello nell'ascolto di The Blue Bird ho provato a farmi trasportare dalle tracce contenute in questo lavoro senza considerare chi ci fosse dietro a questo progetto. Per onestà devo aggiungere che in passato, ascoltando altri lavori dello stesso musicista, non ero rimasto necessariamente entusiasta. Invece questo nuovo lavoro ha degli aspetti veramente unici che regalano un punto di vista particolare e vivamente interessanti. Tutto suona bene, nella costruzione di un universo sonoro che si nutre di nostalgica eleganza e di ricercata ambizione. Dunque un primo aspetto che sorge spontaneo è che questo è un disco pieno di personalità.

The Blue Bird

The Blue Bird è un disco con una marcata impronta statunitense. Ha quel tocco di profonda malinconia che è passata a essere una cicatrice così caratteristica da diventare l'aspetto più riconoscibile di qualcuno. L'abilità, però, di Mark Deutrom sta nel non rimanere fermo in un'unica direzione. Per quello i suoi brani prendono diverse vie. Si colorano di energia o si svuotano. Cercano particolari arrangiamenti o arrivano diretti, così come sono. Tutto dentro a un art rock molto dinamico e mobile. A tratti ricorda i Pink Floyd, a tratti la sua musica sembra venire fuori da una puntata di Twin Peaks. Tutto fatto con grande coerenza, senza mai forzare la mano, ne in una direzione ne nell'altra. Lo scopo è chiaro, la sua musica diventa una continua ricerca di un qualcosa che assomiglia alla felicità, ma non è una felicità banale o imposta. La sua felicità si nasconde nel fondo di una bottiglia di birra, nel pomeriggio di sole percorrendo una strada deserta, nella carezza al cane fedele. Nel gesto oltre le parole. E curiosamente anche se c'è questa ricerca dietro questo è un disco malinconico, blu come blu è la sua copertina.

The Blue Bird

In un certo modo la musica spesso ci fornisce delle risposte a domande esistenziali, riuscendo a essere molto più esaustivo di tanti saggi. Quello perché l'empatia che si genera tra musica e ascoltatore è un vincolo sacro e potente. Ecco, The Blue Bird è un disco che parla al cuore di chi ama i dettagli, di chi trova più conforto ascoltando il vento piuttosto che l'assordante televisione. Ma occhi, che la musica di Mark Deutrom è ricca, complessa, ricercata come la dinamicità che ha dentro, perché quel genere di persone è il genere di persona più ricca, complessa e ricercata. Insomma, nessun spazio per la banalità.

Mark Deutrom

Prendo tre brani da questo lavoro.
Il primo è O Ye of Little Faith. Energico e sostenuto per poi virare verso un psichedelico giro sul quale si sviluppa un perfetto assolo di chitarra. Tutto con una sonorità acida, che mette in evidenza uno strato di fumo che nasconde quello che veramente c'è.
Il secondo è Somnambulist. Di nuovo c'è una grande componente psichedelica costruita con chitarre piene di reverb, bassi profondi, mai eccessivi e ritmi di batteria mid-tempo. E' tutto ciclico, un vortice che cattura e non libera senza per quello dover girare velocemente. E' un vortice ipnotico, non distruttivo. 
L'ultimo che scelgo è The Happiness Machine. Brano schiacciante, come se la felicità potesse essere imponibile al punto di fabbricarla e distribuirla. Cosa che in realtà succede perché nella nostra società cercano già di avere per buona la felicità che ci vogliono spacciarci, che in realtà è un involucro che racchiude in vuoto. Felicità vuota per menti vuote.


The Blue Bird è un disco che ha così tanta personalità da non avere bisogno delle credenziali di Mark Deutrom. E' un disco che funziona per via di questa personalità, del modo nel quale vengono toccati degli argomenti esistenziali con una grande chiarezza. Musicalmente tutto è un riflesso di queste idee, di questo modo di costruire mondi strutturati che sembrano allo stesso tempo molto semplici. Mica roba semplice. 

Voto 8,5/10
Mark Deutrom - The Blue Bird
Season of Mist
Uscita 04.01.2019

venerdì 4 gennaio 2019

Wolfhorde - Hounds of Perdition: dentro alla fantasia

(Recensione di Hounds of Perdition dei Wolfhorde)


La magia della musica sta nel fatto che qualsiasi cosa possa essere raccontata in tanti modi diversi. Alla fine ci sono delle tematiche che sono comuni a tanti gruppi ma il trattamento che ognuno dà è la particolarità che fa scattare quella molla che permette di unire musicista e ascoltatore. Non credo che sia possibile dire che un modo sia migliore dell'altro o che ci sia un linguaggio semplice col quale raccontare le cose ed altri complessi. Ogni ascoltatore deve sapere cosa cerca e, una volta che lo trova, buttarsi di capofitto su quello.

Hounds of Perdition è il secondo album dei finlandesi Wolfhorde. Un disco che si districa tra il sinfonico e il folkloristico, dando così un tocco narrativo a quello che la band cerca di trasmettere col proprio lavoro. E questa scelta diventa molto interessante, perché nel metal ci sono tantissime vie da percorrere, qualcuna che forse fa vivere le cose in prima persona, altre dove invece la narrazione diventa fondamentale per assistere a un racconto, o a una proiezione cinematografica di un film di fantasia.Nel caso di questa band indubbiamente la scelta è la seconda. Questo è dunque un disco ricco d'immagini che generalmente cattivano chi ha una fervida immaginazione e ama perdersi dentro a certe storie nate dalla fantasia. L'aspetto che ho appena descritto è la grande forza di questo disco, perché è un lavoro che mantiene sempre le distanze, non è un urlo, non è una protesta, non è una canzone d'amore, è un relato da condividere e nel quale lasciarsi perdere.

Hounds of Perdition

Dicevo prima che Hounds of Perdition mette insieme due mondi, il sinfonico e il folkloristico. Naturalmente la congiunzione di questi due aspetti insieme al metal da nascita all'universo sonoro nel quale si muove la musica dei Wolfhorde. Un universo che viaggia a velocità sostenuta tra il folk metal, il groove metal e certi aspetti del symphonic metal. L'idea interessante, però, è che tutti questi elementi trovano un bell'equilibrio. Non ci sono aspetti che pesano più degli altri. Tutto rivolto all'idea principale, quella di raccontare al meglio le storie che motivano la stesura di questi brani. Brani fantasiosi e sicuramente oscuri, ma trattati in modo tale che l'oscurità sia misurata e mai eccessiva. Anzi, con un tocco molto gradito di tradizione, come se fossero racconti tramandati di generazione in generazione che ora trovano questa forma musicale. 

Bisogna dunque parlare con molta chiarezza. Chi ama le storie fantastiche, l'immaginario del nord europa e certi ambienti che provengono proprio da lì sicuramente troveranno in questo Hounds of Perdition un disco da ascoltare molto volentieri. Chi invece ama le cose più sentite e viscerale è meglio che non perda il proprio tempo dietro a questo nuovo lavoro dei Wolfhorde.

Wolfhorde

Prendo due brani di questo, curiosamente quelli di apertura e chiusura del disco e, inoltre, i più estesi.
Il primo è Chimera. Miglior apertura di questa per lasciare chiara la direzione che prende quest'opera? Difficile. Veniamo subito travolti da cori sinfonici, da dialoghi tra chitarra e tastiera per poi scivolare dentro a un brano molto sviluppato che passa senza problemi da un punto a un altro. 
Il secondo è l'omonimo Hounds of Perdition. Forse più energico e folkloristico del primo. E' uno di quei brani che ha tutta l'aria imponente dei brani epici che chiudono i dischi in modo magnanime. Difficile non lasciarsi trasportare dalle note che si susseguono per quasi 12 minuti. Intenso.


Tirando le somme Hounds of Perdition è un lavoro che ha uno scopo molto chiaro, cioè quello di arrivare al cuore di chi ama l'universo fatto di racconti epici, di storie interessanti, di musica che non ha alcun timore di perdersi tra gli adorni sinfonici. Il risultato ottenuto mette in bella luce questa seconda opera dei Wolfhorde.

Voto 7,5/10
Wolfhorde - Hounds of Perdition
Inverse Records
Uscita 11.01.2019

lunedì 31 dicembre 2018

MONO - Nowhere Now Here: qui e adesso solo per te

(Recensione di Nowhere Now Here dei MONO)


Quando studiavo nell'università un mio insegnante fece un semplice esperimento in classe per farci capire l'importanza della relazione tra suono, e musica, e immagine. Prese la scena di un celebre film di Hitchcock e ce la fece vedere prima senza altro audio che quello dei dialoghi per poi riproporcelo come era stato fatto originalmente. Inutile dire che senza il suono si perdeva un bel 70 percento dell'effetto voluto. Ma oggi il mio interesse è quello di capovolgere un po' questo esperimento o, piuttosto, di farvi riflettere in un altro modo. Immaginatevi di ascoltare un qualsiasi brano di un qualsiasi artista senza associare alcuna immagine a quello che state sentendo. Sono sicuro che per tutti, o quasi, è impossibile fare qualcosa del genere. Musica e immagine avanzano insieme dalla mano con urgenza e necessità. Per quello quanto si scrive non si deve mai perdere di vista le immagine che si dipingono, anzi, bisognerebbe insistere ancora di più in modo che vengano maggiormente esaltate.

Per i giapponesi MONO, veri leader dell'universo del rock strumentale diventa semplicissimo dipingere con la propria musica. Qualcosa che si potrebbe pensare che accada in modo abbastanza naturale perché il genere che hanno scelto di sviluppare è un genere che prescinde dalle "distrazioni" delle parole. Ma un conto è riuscir a evocare immagini, un altro è sviluppare un vero e proprio film nella testa dell'ascoltatore. Nowhere Now Here è il loro decimo album ed è l'ennesimo regalo che la band ci offre. Abituati a adattare la propria musica alle condizioni ottimali per giungere al loro scopo in questo nuovo capitolo la band presenta un cambio sostanziale, aggiungendo come quarto elemento del gruppo il batterista Dahm Majuri Cipolla, e modifica anche parte della loro capacità musicale aprendo la porta all'elettronica. Tutto quanto viene fatto, però, senza stravolgere la strada che hanno sempre percorso. Il risultato finale è intenso, luminoso, emozionante e mutevole. All'interno di questo lavoro veniamo attraversati da una serie di emozioni infinite, come se ciascuno di noi diventasse il protagonista di questo film sonoro e vivesse tutte le emozioni, le tensioni, le paure e le speranze che la band costruisce con la loro musica. Perché se qualcosa deve rimanere subito chiara è che c'è un'infinità di paesaggi emotivi che si susseguono rispettando uno sviluppo narrativo ben studiato. Ma non è solo quello, perché in un certo modo non è eccessivamente difficile riuscire a raccontare una storia con la musica. La complessità e bellezza di questo disco sta nel fatto che la band abbracci una scelta sonora-fotografica determinata. In altre parole è come se un regista si affidassi a un determinato direttore di fotografia che lavora in modo assolutamente particolare per aggiungere altro al suo proprio film. Molto probabilmente risulta intuibile che l'estetica e la scelta dei tempi corrispondano a quelli della scuola e filosofia nipponiche. 

Nowhere Now Here

Nowhere Now Here è un thriller noir giapponese. Come spesso capita con i capolavori diventa tanto importante la storia quanto tutto il sotto testo che si svela progressivamente. I MONO lo sanno. Sanno che quello che hanno costruito va molto più in là del mettere insieme una serie di canzoni che traducono dei momenti particolari di questa storia. Non si tratta neanche di individuare certi sentimenti e capire quale siano le tonalità e le direzioni da prendere per evocare al meglio quello che si sta raccontando. Sanno che la chiave del successo, o della realizzazione, si cella nell'insistere su certe idee attraverso d'immagini sonore che diventano così presenti da circondare l'ascoltatore che non è più un semplice ascoltatore-osservatore ma entra nel vivo della storia. Ben poco importa se quello che viene raccontato sia vicino o lontano dalle sue vicende. Perché quello che interessa sono i sentimenti, i legami che possono essere creati soltanto attraverso la capacità di far riflettere e di ritrovare aspetti più meno simili come intensità emotiva con quelli che vengono sviluppati. E tutto quanto senza parole, o quasi, perché un'altra particolarità di questo lavoro è che per la prima volta la bassista Tamaki canta un brano, emulando, in un certo modo la celeberrima Nico. A questo punto sorge spontanea, e in modo importante, una domanda: perché includere un brano cantato? La mia è solo una tesi ma credo che il perché vada cercato nel volere aggiungere un elemento in più a questa creatura. Un tocco di eleganza nostalgica, una carezza del vento, un soffio caldo in una notte fredda. Grazie a quel brano si aggiunge una grande delicatezza a tutto quello che viene raccontato. 

Il titolo di questo lavoro, Nowhere Now Here, è anche illuminate. Le storie importanti hanno luogo in un mondo inesistente, Nowhere, ma prendono vita in modo individuale per ognuno in un momento preciso, Now Here. Questa storia è una storia senza tempo e con tanto tempo. E' una storia da fare propria, come capita con i film dell'anima. Che importa se l'interpretazione che hai dato è diversa da quella di tutti gli altri! L'importante è che sai che quello che hai appena visto, e che rivedrai con grande piacere svariate volte, fa parte di te, ti ha arricchito e illuminato. Questa è la riuscita fondamentale dei MONO che ancora una volta dimostrano di essere maestri in quella delicatezza che riesce a circondare tutti quanti, senza alcuna forzatura, senza alcuna imposizione. 

Mono

Prendo tre brani che esemplificano fedelmente quello che ho cercato di spiegare in precedenza.
Il primo è Breathe, il brano cantato del quale avevo accennato prima. Sembra una voce irreale, una vicenda che si fatica a capire se è vera o frutto della propria immaginazione. E la voce diventa il centro fondamentale, tutto gira intorno ad essa, tutto viene alimentato da essa, tutto fa crescere essa. potrebbe sembrare una pausa in mezzo alle emozioni precedenti e successive ma non lo è. E' una chiave senza la quale diventa impossibile entrare nelle stanze che vogliamo assolutamente conoscere.
Il secondo è Far and Further. Credo che grazie a questo brano si riesca a capire abbastanza bene a cosa mi riferisco con la delicatezza che il gruppo riesce a portare avanti con la sua musica. Tutto diventa progressivo, come in una sessione di meditazione. Ogni nuovo respiro permette di addentrarsi ulteriormente in un mondo che finisce per essere molto diverso da quello che era prima. Non ci sono forzature ma improvvisamente ci si rende conto di essere arrivati quasi senza sapere in un luogo, fisico e dell'anima, assolutamente nuovo. Bellissimo, malinconico, perfetto.
Il terzo è Sorrow. E credo che grazie a questo brano si riesca a capire molto altro. Questo non è un disco felice, non è un disco luminoso, ma il modo nel quale la band riesce a parlare e occuparsi di questi sentimenti cupi è da dieci e lode. Il dolore diventa saggio. Non è uno shock ma un elemento fondamentale della vita come tanti altri. Tutti siamo destinati a soffrire prima o poi, tutti abbiamo dei dolori e questi sono interni, sono privati, sono motivo di rispetto. Ecco, in questo brano tutto ciò viene fuori. Perché prima lo si accetta prima si cresce.


Nowhere Now Here dà, come avete visto, tutta una serie di letture che potrebbero essere ancora molte altre se ci si dedica ad ascoltarlo ancora più attentamente e ripetutamente. Perché è un disco saggio costruito con la maestria di chi si ha un ruolo unico dentro al mondo del rock strumentale. Non è soltanto che i MONO l'hanno rifatto, è che i MONO ci hanno regalato un altro capolavoro forse inarrivabile. 

Voto 9/10
MONO - Nowhere Now Here
Pelagic Records
Uscita 25.01.2019

domenica 30 dicembre 2018

Fearrage - Songs from the Sorrow: l'evoluzione del disaggio

(Recensione di Songs from the Sorrow di Fearrage)


Una delle ambizioni maggiori, inseguite da sempre dall'uomo, è quella d'indovinare il futuro. Sin dall'antichità si venerava le figure che erano in grado di comunicare cosa sarebbe avvenuto nel futuro. Ormai questi personaggi non esistono quasi più ma in tutti i campi si apprezza chi riesce a formulare delle ipotesi che poi si rilevano la verità. Io non sono un indovino ne vorrei esserlo e non so cosa ci aspetta nel mondo della musica, infatti trovo molto più affascinante vedere che direzione prende tutto spontaneamente. Posso, invece, vedere qual è il percorso che la musica, soprattutto quella che mi piace, ha preso negli ultimi 30 anni, e mi sembra veramente interessante vedere che molte cose sono rimaste più o meno simili o riscattano uno spirito antico che sembra non essere mai mutato.

Andando oltre a l'osservazione che ho appena fatto credo che se certe cose sono rimaste immutate è per via del modernismo che hanno sempre presentato, come se fossero riflesso di un mondo che non è cambiato e che risponde, in gran parte, agli stessi concetti di qualche anno fa. Per quello ascoltando Songs from the Sorrow dei finlandesi Fearrage viene fuori l'impressione di ascoltare una serie di canzoni che perfettamente potevano essere state scritte vent'anni fa ma che allora come adesso suonano attuale e fedeli al riflesso del mondo che viviamo. E' impossibile, dunque, sottrarsi a una riflessione un poco più profonda sul perché di questo risultato. Indubbiamente nessuno riesce a scrivere musica senza avere almeno la minima influenza di quello che vive tutti i giorni, del suo intorno, dell'andamento del mondo, di come cambia tutto. E anche se magari sono passati molti anni credo che la vita del mondo dal 2000 in poi abbia molte similitudini e molti aspetti che sono rimasti sempre uguali. C'è sempre una costante tensione, un timore che si trasmuta in terrore che sostanzialmente diverso a quello che c'era prima. Non sono più guerre mondiali che impattano tutti ma è la paura di vivere uno nuovo genere di guerra, una guerra che tocca qualsiasi individuo, nessuno escluso. Per quello guardiamo con sospetto tutto e tutti, per quello ci chiudiamo nella nostra vita sociale buttando online la nostra esigenza di rapporti umani imprescindibili.

Songs from the Sorrow

Arrivati a questo punto più di qualcuno potrebbe dire che non ho minimamente parlato di Songs from the Sorrow ma invece è così. Sebbene non ho ancora descritto informazioni che possono essere utili, come il fatto che questo è il secondo EP degli Fearrage, o come il fatto che la proposta portata dalla band sia un interessante insieme di melodic death metal con sfumature di thrash metal con qualche aspetto groove metal, credo che ho descritto quello che è l'anima di questo lavoro. Il dolore inteso come disaggio, come l'urgenza di sfogare, utilizzando la musica, di dire quello che si vede e si sente. E anche se al mondo sono cambiate certe cose molte cose che sono alla base di quel disaggio continuano a essere le stesse in questi ultimi 20 anni. E' come se l'umanità non potesse mai fare a meno dei suoi demoni, che non vengono mai eliminati ma mutano continuamente. Per quello nascono nuove modalità criminali, nuove droghe, nuove malattie psichiche. Per quello l'urlo di questa band è un urlo che può essere condiviso da parecchie persone. E per quello questo è un EP che funziona bene oggi come avrebbe funzionato bene ad inizio secolo.

La lotta principale diventa quella tra quello che suona vecchio e quello che tutt'ora è assolutamente attuale. Songs from the Sorrow è un lavoro che appartiene alla seconda categoria. Non importa che le scelte sonore non siano modernissime, non importa che non ci siano aggiunte sonore rivoluzionarie, la proposta dei Fearrage è spontanea e assolutamente gradita perché diventa un riflesso di quello che viviamo, di quello che ci limita nella nostra idea di come raggiungere un certo tipo di felicità.

Fearrage

Trattandosi di un EP di solo quattro canzoni approfondisco solo una di esse.
Ho scelto il brano d'apertura, The Day When Sun Fell Down. Musicalmente i riff di chitarra svelano immediatamente la natura della band, quell'influenza marcata del melodic death metal. Il brano si sviluppa dritto, con una logica simile a quella di tanti capi saldi di questo genere. Funziona, è trascinante, invoglia l'ascoltatore a sapere cosa ci sarà dopo. E' un'evoluzione naturale che s'inonda, che cresce, che tocca vette epiche, come se narrativamente si trattasse di un racconto che viene divorato dagli occhi curiosi di chi legge.


Songs from the Sorrow potrebbe essere visto come un termometro del mondo (non solo questo EP ma l'essenza che si racchiude dentro e che è anche presente in altri lavori). Se queste quattro canzoni proposte dai Fearrage continueranno a essere un fedele riflesso del mondo vorrà dire che nulla è cambiato, se invece improvvisamente sembrerà vecchio vorrà dire che finalmente il mondo ha dato un passo in avanti. Voi quale alternativa vedete come possibile?

Voto 7,5/10
Fearrage - Songs from the Sorrow
Inverse Records
Uscita 28.12.2018