lunedì 3 settembre 2018

Khôrada - Salt: quello che è essenziale diventa complesso

(Recensione di Salt dei Khôrada)


Tutte le relazioni nella vita sono processi separati, sono storie inedite che piano piano si scrivono essendo molto difficile sapere l'epilogo. La musica è piena di relazioni, come quella dei fans nei confronti di un determinato disco, come quella dei musicisti in confronto alla musica che fanno, alla possibilità di insistere su una stessa strada o decidere di cambiare. Ma c'è un'altra relazione principale, cioè quella che si verifica dentro a un gruppo stesso, alla possibilità di scrivere insieme tutto un percorso o di modificarlo strada facendo, magari cambiando componenti o altro. In certi casi l'unica via possibile è quella della fine. Quella di decidere che non è più possibile andare avanti. Forse è quella più difficile, ma, in un certo modo, è quella più rispettabile.


Salt

Khôrada nascono dalle ceneri. Nascono come l'intreccio delle esperienze musicali essenziali che mettono insieme musicisti che si celavano dietro a due progetti fondamentali per l'avantgarde metal. Parlo degli Agalloch e degli Giant Squid. Due gruppi che hanno regalato un modo diverso di capire l'avanguardia musicale creando dei linguaggi propri e inimitabili. Salt è la loro prima creatura ed è un grandissimo piacere andare a girare le pagine di questo nuovo capitolo musicale. Lo è perché tutto sembra presagire che si tratta di qualcosa di interessante, di complesso e di assolutamente originale. Come cercherò di raccontarvi in queste linee vedrete che effettivamente tutte le premesse sono corrette e giuste. La band è una costruttrice di trame musicali nuove ma occhio, le band di appartenenza, o del passato musicale di questi musicisti sono molto presenti, come se questo lavoro fosse a tutti gli effetti la normale evoluzione che doveva, per forza avvenire. 


Salt

Salt è, senza alcuna ombra di dubbio, un disco che nasce nell'avanguardia musicale di quel oceano chiamato metal. Ma se il metal è un oceano l'avantgarde è un mare bello grande e le acque sono molto diverse mutando dove si naviga o nuota. Nel caso dei Khôrada questo modo di vivere la propria musica si basa in un impulso: quello di non dover rendere conto a nulla e nessuno. Mi spiego meglio, l'idea che viene fuori ascoltando questo disco è che si tratta di un lavoro nato buttando giù delle idee che non tenevano assolutamente in conto quello che può essere un determinato percorso della musica in genere e di quello che è l'avanguardia nel metal. Naturalmente sarebbe da ingenui non aspettarsi di ritrovare tracce di quello che è il passato musicale dei componenti della band e per quello viene da pensare che questa nuova creatura sia, in un certo modo, la logica evoluzione di un discorso che viene da lontano.


Salt

Salt è, in un certo modo, un disco apocalittico. La chiave di lettura per capire al meglio tutto questo lavoro sta nella contrapposizione tra le strutture musicali complesse e ricercate dei Khôrada e l'essenzialità dei loro messaggi. Quando tutto viene distrutto, quando la polvere domina tutto quanto, quando è ora di rinascere allora certe cose diventano preziose, come l'acqua, come l'affetto materno, come il sopravvivere un giorno in più. La musica di questo disco descrive quali sono i percorsi mentali che portano a visualizzare tutto questo: per quello il semplice diventa complesso, per quello ci si ricorda che cosa significa essere umani.


Khôrada

Pesco due brani da questo lavoro, anche se sono in obbligo, come fatto in altre occasioni, di indicare che ogni traccia merita di essere ascoltata attentamente, di essere approfondita con uno sguardo molto più globale.
La mia prima scelta ricade su Augustus. E' il punto più toccante del disco, quello diverso, quello intimo. Per quello bastano 110 secondi, perché le parole sono tutto, perché questo è il giusto omaggio alla promessa che non si è avverata, al mondo che cambia, che è crudele e spietato molto spesso ma che lascia sempre un insegnamento, per essere migliori, per andare avanti.
La seconda canzone è Ossify e in un certo modo è un brano che può sintetizzare in modo importante quello che possiamo ascoltare in questo lavoro. E' un brano critico, un brano che riesce a profetizzare il motivo della morte della nostra epoca. E bisogna viverlo così, bisogna vederlo come i segnali del futuro che devono essere ascoltati, in modo di cambiare direzione. Musicalmente è grandioso, diventa quasi allegro come se le parole cantate fossero un poema epico, un poema che esalta la nostra stupidaggine. Un'altra volta è il conflitto a dettare tempi, tensioni e grandiosità. 



Il sale è stato prezioso per poi diventare una delle cose più economiche che ci siano. Non credo sia un caso se il debutto dei Khôrada si chiami proprio Salt. E' un modo di richiamare quello che siamo stati e quello che, se non cambiamo, torneremo ad essere. E' un modo di dire basta, di far capire che senza rendercene conto ci stiamo autodistruggendo, mettendo a rischio il nostro mondo, ignorando che siamo noi a dover stare alle regole del mondo e non viceversa. Questo disco è un monito fatto in modo magistrale. 

Voto 9/10
Khôrada - Salt
Prophecy Productions
Uscita  20.07.2018

Pagina Facebook Khôrada
Pagina Bandcamp Khôrada

venerdì 31 agosto 2018

Krakow - minus: metamorfosi di perfezione

(Recensione di minus dei Krakow)


Il ritorno ha mille sfaccettature, il ritorno può essere luminoso, trionfale e motivante ma può anche essere un ripiego, un modo di tornare alla base dopo di aver cercato di scrivere un'altra storia. Il mio ritorno a questo blog ho voluto che fosse per motivi "luminosi", che qualcosa mi scuotesse in modo di voler buttare giù queste righe. Perché riconosco di essere lunatico, di essere uno che si innamora profondamente per poi allontanarsi. 
Il mio amore per la musica è intramontabile, l'emozione di un primo ascolto e le tracce nel tempo di quei dischi che sono più tuoi che di qualsiasi persona al mondo sono qualcosa che ormai mi appartiene così profondamente da non poter, e non volere, mai fare a meno. Ma avevo bisogno di un'impulso che mi facesse venire voglia di riscrivere sulle cose nuove che mi capita d'ascoltare. Ed eccomi qua, ancora una volta a tornare al porto più sicuro che io abbia mai conosciuto.

Un annetto fa ho avuto il piacere di conoscere la musica dei norvegesi Krakow grazie a un disco che è sempre un rischio, cioè Alive, primo album dal vivo della band. Disco rischioso, affermo, perché questi lavori mettono sempre a nudo le band, perché registrare un disco del genere significa fare i conti con l'onestà di mostrarsi come veramente si è, perché non è mai semplice riuscire a trasmettere in un album del genere quello che è stato un momento unico. Ed invece quell'album si è dimostrato un lavoro grandissimo, genuino ed emozionante. Per quello avevo della genuina curiosità nell'ascoltare quello che è il loro quarto LP di studio in 13 anni di carriera. Il disco s'intitola minus ed è veramente sorprendente.
Se fino ad adesso la band norvegese si era dimostrata un validissimo rappresentante di quello che è lo stoner metal e il post metal, in questo nuovo disco la direzione intrapresa va a tutte altre destinazioni senza dimenticare però il percorso compiuto fino ad adesso. La prima cosa che chiama l'attenzione è che questo nuovo disco abbandona un po' il profilo strumentale che caratterizzava la band per abbracciare una strada costruita con canzoni cantate. Un cambiamento che non si limita solo a questo. Questo nuovo disco è anche un lavoro che apre gli schemi musicali della band presenti fino ad adesso. 

minus


Quando si cambia è impossibile non misurarsi con la possibilità d'abbracciare il rischio, di essere catalogati come traditori di una certa linea musicale. Per quello ci vuole coraggio nel farlo. Ma non basta il coraggio, bisogna avere anche consapevolezza e maestria, quella che permette di essere convincenti e rassicuranti all'ora di proporre qualcosa di nuovo. minus è proprio così. E' un disco figlio della maturità, della qualità individuale che fa creare qualcosa di sicuro e di potente. Ma andando in concreto quello che viene "regalato" da Krakow è un lavoro dove la base stoner e post metal è sempre presente, imprescindibile e sicura. Quello che viene aggiunto è un'apertura che può tendere verso il progressive rock ma non soltanto. Sembra quasi che ci sia una componente che ci riporta agli anni 90, una certa acidità del suono che fa parte di gruppi ormai mitici come i Neurosis, ma non soltanto. Questo è un lavoro denso ma nello stesso momento molto pulito. Per quello vengono utilizzate tante voci pulite, a dimostrare che ci sono molti percorsi che possono portare ad una stessa meta. Ecco, quello scelto dalla band è un percorso che, alla luce dei loro lavori precedenti, può sembrare la meno logica, e di conseguenza quella più complessa, ma che viene compiuta alla perfezione. 

minus

Credo che riuscire ad affermare che un disco è completamente ben fatto, che restituisce in pieno l'idea che c'era dietro alla sua creazione non sia qualcosa che tutti possono affermare. E sarà molto interessante vedere le reazioni degli ascoltatori di fronte a minus ma nella mia umile opinione questo disco che un lavoro conciso, piacevolissimo, ricco di una coerenza quasi maniacale. E' difficile individuare dei punti bassi in questo lavoro perché i Krakow sembrano essere su una strada dritta, senza sorprese ma non per questo noiosa. Anzi, è la sicurezza quella che impatta l'ascoltatore facendogli capire di essere di fronte a un lavoro rotondo.

Krakow

Prendo due brani che spiegano ed illustrano meglio questa metamorfosi della band che si consacra come strada perfetta.
Il primo è From Fire from Stone. Brano che si nutre di quell'acidità di scuola Neurosis. Ma non è soltanto quello, è un brano essenziale, un brano che viene preso dalla natura, da tutto quello viene da lì, dalla forza che ci ossessioniamo di voler governare quando in realtà è lei che governa noi.
Il secondo è Tidlaus, forse il brano più epico del lavoro, quello che serve a ricordare che le evoluzioni non sono rivoluzioni e che il passato è fondamentale. L'epica per la band norvegese è interessante perché non ha bisogno di nutrirsi di sortilegi ma si costruisce semplicemente col peso effettivo di quello che veramente è epico. Una chiusura rotonda per un disco rotondo.



minus è un disco che mette sotto una nuova luce i Krakow. E' una scelta d'intenzioni che da un risultato perfetto. E' un modo di far capire che la strada che porta ad avere una personalità totale, sicuramente influenzata da una serie di gruppi ma alla fine assolutamente genuina, necessita di consapevolezza e di spontaneità. Questo è un passo in avanti nella carriera di un gruppo che indubbiamente continuerà a regalare grandi dischi.

Voto 9/10
Krakow - minus
Karisma Records
Uscita 31.08.2018

Sito Ufficiale Krakow
Pagina Facebook Krakow

mercoledì 4 aprile 2018

Chaostar - The Undivided Light: il mondo perfetto della stella caotica

(Recensione di The Undivided Light dei Chaostar)


Una delle esperienze più belle da fare come ascoltatore e amante della musica è quella di scoprire la propria dimensione. E' un percorso affascinante perché è fatto di scoperte, di emozioni, di sorprese. Per quello sostengo da molto tempo che ogni persona dovrebbe avere la possibilità di ascoltare quanta più musica diversa senza rimanere mai inchiodati alle poche e scadenti proposte che i canali mainstream propongono. Così facendo non ho dubbi che il panorama musicale cambierebbe drasticamente e positivamente.

The Undivided Light è il quinto disco dei greci Chaostar ed è uno di quei lavori di una grandissima profondità nella quale ci si addentra solo dopo ripetuti ascolti. E' un lavoro che regala svariati spunti che si snodano di volta in volta. Tutto ciò perché è un'opera variegata e dinamica basata su due aspetti fondamentale: la ricchezza degli arrangiamenti e la versatilità di una voce impeccabile. In tutti i casi fermarsi a queste poche osservazioni sarebbe molto limitante e non darebbe il quadro completo della situazione, questo disco non pretende soltanto di essere un lavoro "bello" e "ricercato" ma si spinge anche in altre direzioni ed è proprio lì che entra in gioco la parte più interessante. Questo perché i confini che va a toccare questo lavoro sono dei confini d'avanguardia, tutt'altro che scontati. Questo sforzo finisce per dare nascita a un linguaggio proprio, a un modo di vivere la vita in modo alternativo, dove melodia e sperimentazione si mescolano come si mescolano il profilo moderno e quello classico. Per quello la forbice di quest'album è molto ampia e può contenere chi cerca nella musica svariate sensazioni.

The Undivided Light

Come detto prima se c'è una certezza questa è che The Undivided Light non è mai monocorde. Ci si presenta pieno di varietà, varietà che ha un impatto sia su la parte musicale che su quella delle parole. I Chaostar scelgono di cantare in più di una lingua, perché la musicalità delle parole è fondamentale per rafforzare la loro idea. Strumentalmente questo è un album con frammenti che potrebbero venire fuori da un'opera di musica classica contemporanea, altri, invece, che appartengono di pieno diritto alla parte più avanguardista del metal, ma ci sono anche delle sfumature dark folk. Per quello questo disco sembra mettere insieme le sensazioni sonore di grandissimi artisti come i The Third and the Mortal, i Tactile Gemma ma anche i Dead Can Dance. Tutti gruppi che se una cosa ce l'hanno in comune è la voglia di costruire una strada ex-novo, senza dover tenere conto da quello che è già esistente. Questa libertà si sente, si respira, alimenta ed espande questo disco fino a darle delle sembianze monumentali. 

The Undivided Light

Se c'è qualcosa che la musica deve sempre fare, a prescindere del genere che si fa, è emozionare. La musica è un catalizzatore che trasforma emozioni in note per poi diventare altre emozioni. The Undivided Light emoziona, regala dei momenti dove ci si sente collegati con ogni singola nota, con i diversi profili che sono raggruppati in questo nuovo disco dei Chaostar. Forse non sarà il disco intero a suscitare emozioni, forse ci sono momenti più toccanti ed altri meno, ma questo è un lavoro che ognuno deve fare separatamente, mettendo in sintonia sé stesso con le note di questo prezioso disco.

Chaostar

Insisto nel dire che ognuno deve trovare la propria dimensione dentro di questo lavoro. Per quello l'approfondimento dei brani che più mi sono piaciuti vale solo per me, per quello che questo disco mi ha lasciato, e non è detto che sarà lo stesso per gli altri ascoltatori.
Le mie scelte ricadono su  questi due brani:
Stones and Dust. Un'introduzione neo classica alla Dead Can Dance ci porta ha degli sviluppi sorprendenti, ad un climax musicale sinfonico. Questo brano è una montagna russa di emozioni, di bellezza, di giochi. E' un brano vivissimo e bellissimo.
Silent Yard. In apertura di questa recensione parlavo di come ognuno deve trovare la propria dimensione nella musica e di quanto sia bello percorrere quel sentiero. Se c'è un brano, più di qualsiasi altro, che in questo disco vada incontro a quella dimensione senz'altro è questo qui. L'avanguardia domina, la voglia di creare un linguaggio unico, il modo di costruire un brano in maniera orizzontale, allontanandosi quanto più possibile dalle solite strutture. Questo è un brano da mettere insieme con gli sforzi musicali di due gruppi che adoro: i The Third and the Mortal e i loro quasi naturali successori, The Soundbyte. Prezioso, complesso, grintoso. Avantgarde metal suonato con cognizione di causa per creare un piccolo capolavoro che non è alla portata di tutti.


The Undivided Light è un disco che dovrebbe moltiplicarsi all'infinito. Quanto sarebbe bello che il mondo musicale fosse pieno di esempi come questo. La mia deve essere più di un'opinione personale, perché avvicinarsi a lavori come questo fa bene all'anima, alla volontà di vivere la musica, di trovare la profondità giusta e il riflesso di quello che ognuno di noi è, perché banalizzare l'essere umano, come banalizzare la musica è un errore che non si deve mai fare.Magari vivessimo tutti dentro alla stella caotica dei Chaostar.

Voto 9/10
Chaostar - The Undivided Light
Season of Mist
Uscita 23.03.2018

Pagina Facebook Chaostar
Pagina Bandcamp Chaostar

domenica 25 marzo 2018

Tengil - shouldhavebeens: scorrono nel sangue le stelle che moriranno

(Recensione di shouldhavebeens dei Tengil)


Il conflitto che da sempre accompagna l'uomo è quello della vita e la morte. In un certo modo mentre viviamo, cerchiamo a tutti i costi la possibilità di "ultra-vivere", di toccare, per pochi attimi, una sensazione d'immortalità. Cerchiamo una specie di connessione con l'universo, vogliamo sentirci parte di una logica che spesso ci sfugge, e vogliamo che in quei pochi secondi l'universo giri intorno a noi, come se tutto dipendesse da noi stessi, dalla nostra estrema felicità che finisce per contagiare tutto. Sono attimi fuggenti ma gli inseguiamo con tutto il nostro essere.

shouldhavebeens

shouldhavebeens è già di per sé un titolo molto significato. "Quello che potrebbe essere stato", quel spirale infinito di possibilità che sarebbero venute fuori se in ogni momento della nostra vita le nostre scelte ci avessero portato altrove e non dove siamo. E questa sensazione di emotività estrema è quello che nutre questo secondo disco degli svedesi Tengil. Questo disco è una trappola che ti porta su una dimensione dove tutto sembra bellissimo, eterno e felice per poi farti ricordare che purtroppo non è così, che anche se "respiriamo la luce eterna portando le stelle nel nostro sangue" quelle stesse stelle sono destinate a morire. Tutto è felice ma allo stesso tempo è irrimediabilmente triste. Tutto è magico come può essere magico un momento da perpetuare eternamente ma quella non è la realtà, quella non è la vera felicità. Per questo questo disco passa da quell'estasi di completa felicità a la nostalgia di sapere che tutto finisce e perisce. Potrebbe essere stato, potrebbe essere successo, poteva essere una vita diversa, ed invece siamo noi che lottiamo contro una logica che non abbiamo mai accettato, che ci è venuta imposta sin dal primo giorno nel quale siamo nati.

shouldhavebeens

Come vedete shouldhavebeens è uno di quei dischi che sblocca le porte, lasciando una via libera a tutta una serie di sensazioni e di pensieri. Punto assolutamente a favore dei Tengil. Se riescono a produrre quest'effetto è perché c'è una grandissima coerenza tra musica e parole, tra il loro modo di essere emotivi, poetici e dissacranti con i testi delle loro parole e quello che viene restituito dalla parte strumentale. Questo disco è un lavoro dove post harcore, shoegaze/blackgaze e tanti aspetti di atmospheric music si mettono insieme. Questo è un disco dove ricorrentemente si va riferimento al "rumore bianco" ed è proprio un'immagine fedelissima da quello che si vuole comunicare, da questi salti dentro del rumore, per poi uscire e capire quanto meravigliosa è la musica. Ecco, questo è un lavoro che esalta i contrasti, è quasi un disco borderline, dove diventa essenziale esagerare tutto quanto, sia la bellezza che la dissacrante verità. Diventa tanto necessario riuscir a creare dei paesaggi sonori bellissimi quanto portare questi paesaggi al limite del rumore fuori controllo. Per quello è anche un disco pieno di dinamica, di frase cantate, e quasi urlate, senza il soccorso di alcun istrumento per poi venire sommersi dalla parte musicale che fa diventare quasi intellegibile qualsiasi parola. Potrebbe essere un disco pulitissimo, potrebbe essere un disco rumorosissimo ma per fortuna non è nell'uno nell'altro. Perché così diventa vivo, reale, uno specchio di quel che siamo.

shouldhavebeens

shoulhavebeens è un disco che ti fa amare la vita, il mondo, la natura, l'universo, le idee poetiche come quello che c'è alla fine dell'arcobaleno, e proprio quando sei dentro a quest'estasi profondo ti ricorda che nulla di tutto ciò è per sempre. Che sia il nostro mondo che i nostri cari e noi stessi siamo destinati a morire. Per quello la musica dei Tengil è piana di contrasti, per quello regala dei momenti di bellezza sublime e altri dove il rumore è l'unica via percorribile. C'è qualcosa di più simile alla nostra vita?

Tengil

Pesco due brani che sintetizzano al meglio i pensieri che mi suggerisce questo disco.
Il primo è I Dreamt I Was Old. La formula della band viene messa subito in evidenza. Tutto deve arrivare con forza, con quella sensazione che tutto dev'essere pieno, esagerato, che il passaggio dalla felicità alla disperazione è breve e fragile. Che basta un nulla per trasformare il bello nell'orribile e viceversa. Che una vita dalla quale andare orgogliosi può trasformarsi in una catena di errori.
Il secondo è It's All For Springtime. Qua regge la ponderazione, le pause, le oscillazioni. Questo è un brano meraviglioso perché sorprende, perché ogni secondo che passa ci porta in una dimensione che non era immaginabile. E' un brano toccante dove il conflitto che sorregge tutto il disco è più presente che mai, dove la bellezza di avere a che fare con aspetti eterni viene spezzata via dalla certezza che in realtà nulla è eterno. Brano pazzesco.


shouldhavebeens diventa una riflessione su quello che è il nostro mondo, e anche questa è un'altra dicotomia fondamentale. Potrebbe sembrare che questo lavoro sia assolutamente intimo e personale, che sia l'urlo di una persona complessa ma alla fine è soltanto quello che siamo, quello che è il nostro mondo, l'idea dalla quale cerchiamo sempre di sfuggire. I Tengil ci regalano un disco reale che ha senso di essere grazie alla veracità di quello che ci racconta. Viviamo per vivere o per sfuggire alla morte?

Voto 9/10
Tengil - shouldhavebeens
Prophecy Productions
Uscita 13.04.2018 

lunedì 19 marzo 2018

Rotting Christ - Their Greatest Spells: guida alla definizione di una grande band

(Recensione di Their Greatest Spells dei Rotting Christ)


In tutta onestà devo dire che i dischi compilation di grandi successi mi hanno sempre spiazzato un po'. Riconosco che la possibilità di mettere una specie di punto e di guardarsi indietro per fare il punto della situazione è un privilegio più che meritato per tanti gruppi ma d'altra parte credo che si perda un po' il senso principale di qualsiasi disco, perché dal mio punto di vista è limitante pensare soltanto a una manciata di canzoni piuttosto che a quello che può essere un intero lavoro. Naturalmente è molto più facile fare certi brani belli piuttosto che fare interi dischi bellissimi. Ma come capita in questi casi è importante che dietro a un "best of" ci sia un criterio importante, un ragionamento artistico che dia un senso a tutto il lavoro.

30 anni di carriera e 12 dischi in studio sono senz'altro una giustificazione più che valida per guardarsi indietro. E' quello che capita con i greci Rotting Christ che hanno deciso di mettere insieme 32 brani del loro passato più un nuovo inedito dando vita a un disco doppio di più di due ore e mezzo di musica. Il lavoro è stato intitolato Their Greatest Spells. Questa estrema durata di questo lavoro ci fornisce una chiara indicazione su quello che è l'intenzione della band che non è andata a scremare radicalmente ma ha scelto una track-list che potrebbe perfettamente essere quella da proporre dal vivo. Un'altra indicazione fondamentale per affrontare quest'opera è il fatto che l'ordine col quale sono stati selezionati i brani non corrisponde ad un'evoluzione cronologica permettendo così una lettura particolare. L'aspetto che viene fuori con maggiore chiarezza è il come la band riesce a avere sin dai primi passi fino agli ultimi lavori una linearità dentro alla propria proposta. Com'è naturale molte cose sono cambiate in 30 anni, e per fortuna è così, perché la staticità non paga mai, invece l'evoluzione diventa preziosa. Ma nel caso dei greci quest'evoluzione non ha mai stravolto il loro discorso musicale, al massimo l'ha affinato.

Their Greatest Spells

Un'altra lettura che viene fuori ascoltando Their Greatest Spells è quella di capire perché i Rotting Christ sono una band di riferimento nel metal degli ultimi 30 anni. In altre parole, per un neofito che vuole approcciarsi alla musica della band, capendo pregi e difetti, questo disco lascia chiaro tutto quanto sin da subito. Anzi, bisogna dire che di difetti, tranne se si fa una lettura soggettiva, non sono molto presenti. Questo discorso non è mirato a fare un ragionamento "campanilistico" ma si basa soltanto sulla consapevolezza di stare parlando di una band che ha una personalità inuguagliabile. Questo disco permette di capire quali sono le caratteristiche che finiscono per definire la musica degli ellenici. Questo metal che dalle prime indicazioni sembrava accostarsi a uno dei generi più in voga a fine degli anni 80, cioè il death, per poi distanziarsi da quel tronco andando a prendere caratteristiche proprie del loro posto di provenienza. Insomma, possiamo inglobare tutto quanto dietro alla definizione di dark metal, cioè un genere dove diventa assolutamente fondamentale il mondo sonoro che lo giustifica. Dentro a tutto questo, questa specie di spiritualità oscura, non sono necessari eccessi o estremi. La musica arriva diretta, naturale ma non per quello scontata. Questa è la chiave del successo della band, quella capacità di essere unici ma nello stesso tempo di non fare nulla di così complesso da dover interpretare soltanto dopo ripetuti ascolti.

Their Greatest Spells

Their Greatest Spells è dunque un modo perfetto d'approcciarsi alla musica dei Rotting Christ ma è, anche, una guida  fondamentale per capire come dev'essere fatta la musica, come la formazione di una personalità musicale sia un processo complesso ed interessante, come tutta la strada intrapresa porta a una meta che non sempre è chiara e definita quando s'inizia e che, molto spesso, è molto più elevata di quello che si credeva.

Rotting Christ

Come detto prima questo disco ci regala un nuovo inedito e dunque mi focalizzerò ad analizzare solo quel brano, visto che tutti gli altri erano già conosciuti al grande pubblico.
Il brano in questione s'intitola I Will not Serve. Quando si aggiungono nuovi brani a delle raccolte come questa c'è sempre il rischio d'inserire qualcosa che non è all'altezza del resto del materiale ma in questo caso non è così. Questa canzone permette di capire perfettamente la personalità della band, questa oscura spiritualità che poteva solo nascere in Grecia regalandoci una grande profondità mitologica.


Their Greatest Spells non è soltanto un "best of" ma è una racconta di fotografie sonore che percorrono i primi 30 anni dei Rotting Christ. Mai scontati, mai superati, sempre pronti a dare quei piccoli salti per essere da una parte in sintonia col passaggio del tempo, e d'altra per far capire che la loro musica è sempre sopra ai calendari, qualcosa che forse in pochi possono affermare.

Voto 8,5/10
Rotting Christ - Their Greatest Spells
Season of Mist
Uscita 23.03.2018

domenica 18 marzo 2018

Formalist - No One Will Shine Anymore: il dissacrante gioco dell'onestà

(Recensione di No One Will Shine Anymore dei Formalist)


Se c'è un elemento che molto spesso va a regalare tanti spunti positivi nel mondo della musica questo è quello della condivisione. La capacità di mettersi a confronto con altri musicisti non è che un bene, perché in questo modo si riesce a trovare dei punti di visti diversi da quelli che si ha normalmente. In certi casi da questo tipo d'interazione nascono delle collaborazioni molto positive che ingrandiscono ulteriormente l'orizzonte musicale. Ci sono tanti esempi del genere, di lavori nati grazie all'interazione di musicisti che ammiravano mutuamente i lavori di altri musicisti. Infatti se c'è qualcosa che non dovrebbe mai fare parte della musica è lo spirito di competizione.

I Formalist non solo sono una realtà italiana, ma sono anche una band che mette insieme una serie di musicisti di quattro progetti molto importanti come Forgotten Tomb, Viscera/// e Malasangre, in altre parole quello che normalmente viene definito come una super band. Dal mio punto di vista, quando accadde qualcosa del genere ci deve sempre essere una giustificazione artistica, questo perché non c'è tanto senso di fare più o meno le stesse cose che vengono fatte nei progetti di provenienza. Per quello c'è un occhio di riguardo particolare nei confronti di No One Will Shine Anymore, primo disco di questo gruppo. A questo punto, e avendo fatto tutte queste premesse, mi sembra molto importante dire che l'ascolto che ho dato a questo disco non è un ascolto comparativo con le altre band ma, a quanto possibile, un ascolto che abbia valenza solo e soltanto sul disco in questione. Arrivati a questo punto devo dire che una cosa che rimane molto chiara sin dall'inizio è che i Formalist hanno le idee molto chiare. Sanno cosa vogliono comunicare e lo fanno molto magistralmente. Il loro è un disco nichilista che non ha, neanche lontanamente, l'intenzione di risultare piacevole o colorito. Vogliono fare un disco dissacrante e ostico, e quello è quel che ci viene restituito.

No One Will Shine Anymore

Un altro appunto fondamentale da fare su No One Will Shine Anymore è che si tratta di un disco di solo tre lunghi brani. Questa è un'informazione fondamentale per capire come si muovono i brani, come vengono strutturati in modo di inglobare tutte le sensazioni volute senza lasciare spazio a interpretazioni alternative. I Formalist vogliono dimostrare la loro posizione assolutamente estranea al mondo attuale, un mondo che non soltanto fa parte della loro realtà ma viene anche rifiutato e dissacrato. Musicalmente questo si traduce con l'ausilio dello sludge, del post metal e di certi elementi drone. Insomma, un disegno musicale che diventa un fedele riflesso delle intenzioni della band e che trova anche ulteriori conferme nelle tematiche trattate. 

Se c'è qualcosa da dire su No One Will Shine Anymore è che siamo di fronte a un disco onesto. Facendo una comparazione con una tipologia di persone esistenti questo disco dei Formalist sarebbe uno di quei personaggi che non si curano mai di dire quello che veramente e onestamente pensano, senza badare a quello che il loro modo di comportarsi può provocare. Penso che tante volte è meglio avere queste persone in giro piuttosto di altre che di fronte si fanno gentili e simpatiche e dietro si divertono a sparlare. Infatti questo disco fa esattamente lo stesso effetto, per qualcuno sarà un disco eccessivo e difficile da digerire, per altri sarà un'opera trasparente e senza alcun secondo fine da quello di scuotere le coscienze.

Formalist

Come detto in precedenza questo disco è composto da solo tre brani, per quello approfondisco solo uno dei tre.
Quello che ho selezionato è Foul, brano centrale di questo lavoro. In un certo modo questo brano rappresenta l'equilibrio in questo intero lavoro. Non è grintoso come il primo, non è riflessivo come il terzo. E' un brano che si trascina essendo in perfetta linea con i brani doom  contaminato con elementi sludge e andando qualche volta a sconfinare con il drone. Come succede generalmente con brani di questo genere si viene circondati e avvolti in questa spessa nebbia musicale dalla quale è impossibile uscirne fuori.


No One Will Shine Anymore non è una minaccia, è una realtà. E' un disco che vuole sottolineare quanto è patetica la vita di chi sente di aver vinto tutto quanto perché "popolare". Ma il problema maggiore è che molto spesso sembra che questo deva essere l'unico scopo nella vita di ognuno. Sempre essere sotto i riflettori. Il dissacrante messaggio dei Formalist arriva diretto, senza giochi di parole o quant'altro. Bisogna prenderlo e accettarlo, perché la verità è sempre preziosa.

Voto 8/10
Formalist - No One Will Shine Anymore
Wooaaargh/Toten Shwan Records/Third I Rex
Uscita 16.03.2018

giovedì 15 marzo 2018

Rotting Sky - Sedation: in mezzo al rumore, tanta luce

(Recensione di Sedation di Rotting Sky)


Nei giorni nostri diventa sempre più difficile trovare il tempo per buttarsi di capofitto dentro a qualcosa. Questo vale sia dalla parte partecipativa, cioè facendo parte di un progetto, che da quella di ascoltatore o osservatore. Il problema grande di fronte a questo limite è che molto spesso affrettiamo i giudizi alla poche cose che riusciamo ad ascoltare senza riuscir ad avere la dimensione reale e totale di un determinato progetto. Come se ci fermassimo alla lettura di un paio di paragrafi di un libro, escludendo così la possibilità di avere a che fare con un capolavoro. Siamo sempre più multitasking, andando purtroppo a fare tanto in modo superficiale e poco con la giusta attenzione dovuta.

L'idea di un doppio sguardo profondo è quello che c'è alla base di Sedation dei Rotting Sky. Il primo è quello della Sentient Ruin Laboratories che ha avuto la capacità di riscattare un disco interessantissimo che ormai sembrava destinato a non avere lunga vita, a rimasterizzarlo e rilanciarlo con una nuova luce. Questo perché delle copie che originalmente circolavano di questo disco uscito nel 2014 ormai nessuna era più rintracciabile. Ma per spiegare il perché della bontà di questo gesto dobbiamo andare a parlare del secondo aspetto fondamentale di questo disco:
Sedation è un lavoro che nasconde le sue pietre più preziose nel profondo. Fermarsi alle prime impressioni che vengono fuori dalle prime due canzoni è un assoluto errore. Tutta la complessità di questo lavoro viene apprezzata ascoltandolo per intero e avendo a che fare con i contrasti che illuminano l'integrità di questo progetto. E' come tutto lo squilibrio iniziale trovasse il suo perché nella conclusione di questo lavoro, come se tutto il rumore presente smettesse di essere rumore per trasformarsi in musica e luce. Tutto grazie a un'impronta assolutamente personale che governa tutto quanti.

Rotting Sky

Infatti un'altra informazione da tenere assolutamente in conto è il fatto che Rotting Sky è un progetto personale, una one man band, e come di solito capita in questi casi tutto quello che viene dentro a Sedation è un compendio dell'avventura musicale del suo creatore, T. Mesing. E' per questo che questo disco riesce a mettere sullo stesso piano il black metal, il noise, il drone e qualche sfumatura industrial. In un certo modo la formula che c'è dietro a questo disco è quella di dimostrare che ci sono diverse vie per arrivare a uno stesso risultato. La prima parte di questo lavoro è brutale, sporca, quasi oppressiva. La seconda, invece, è ipnotica, è molto più ricercata, sembra quasi essere docile senza mai esserlo per davvero, ma entrambe queste parti hanno un unico grande scopo, quello di imprigionare l'ascoltatore in un vortice di sensazioni, in un fiume che puntualizza uno stato che è tutto tranne quello normale, ma in un certo modo diventa un modo di spronare l'ascoltatore, di farle capire che questo stato di annientamento è qualcosa di permanete e di quotidiano ma non riusciamo a rendercene conto perché è sempre presente e lo digeriamo a piccole dose. Due vie che dimostrano come può essere il nostro mondo, cioè brusco e senza scrupoli o furbo e ammagliante, inseguendo sempre un unico scopo: governarci ed usarci a piacimento. 

In un certo modo la vita è un gioco ma le sue regole non sono chiare fino in fondo, o si rischia d'interpretarle in modo diverso asseconda di chi c'è dietro. Per quello chi è al potere ha capito che questo gioco deve essere portato avanti con le sue proprie regole, illudendo però tutti gli altri, facendoli credere che ognuno è patrone della propria vita quando in realtà non siamo altro che pedine nella scacchiera di qualcun altro. Per riuscire a portare avanti questo piano veniamo sedati in diverso modo.Ecco, questo è quello che, per me, ci racconta questo Sedation che diventa a tutti gli effetti un disco di rivoluzione e di contrasto con la realtà. Il cielo di Rotting Sky sembra più blu che mai ma nasconde il marcio più profondo che c'è.

Avevo già anticipato che questo è un disco che si sviluppa che ha due parti molto diverse e che, per me, tocca il punto più alto ed interessante nella seconda metà.E' per questo che sottopongo ad un piccolo approfondimento la terza traccia di questo disco dove si verifica questo cambio tanto drastico quanto prezioso.
Tyrants of Sedation è il titolo del brano e nei suoi dodici minuti di durata prende delle direzioni impensabili, come se in una singola traccia potessero vivere svariate tracce. E' un brano che parte con un sovraffollamento di suoni, di rumore, di urla e poi.... poi diventa meraviglioso, come se dopo sollecitare al massimo, quando ormai si sono esaurite tutte le forze, si abbraccia un mondo incredibile. Dal noise misto al black metal  si passa al post rock  che sconfina quasi con lo shoegaze e con un drone che genera uno dei paesaggi sonori più intensi di questi ultimi mesi. Un brano capolavoro che racchiude l'essenza di questo lavoro.



Sedation potrebbe sembrare un disco ostico, drastico nella sua potenza sonora che non lascia grandi spiragli aperti, nel suo modo di essere dissacrante di fronte alla realtà che ci tocca vivere. Ma invece è un disco pieno di bellezza, di quella bellezza che è riservata a pochi privilegiati, a quelli che riescono a guardare con occhi profondi. Per fortuna c'è chi si sforza a riportare sempre alla luce dei progetti come Rotting Sky perché sono fondamentali per tutti noi e per chi ama, veramente la musica.

Voto 9/10
Rotting Sky - Sedation
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 09.02.2018