martedì 17 settembre 2019

Tool - Fear Inoculum: diventare immortali

(Recensione di Fear Inoculum dei Tool)


Tornare. Abbandonare l'isola felice per ritrovare la vastità del continente. Ma il ritorno non è mai lo stesso. La terra che si ritrova non è mai la stessa anche se, magari, non è cambiata di una virgola. Tornare significa far crescere, significa avere un altro sguardo, significa scuotere tutto quanto, significa creare il silenzio intorno quando si parla, perché quello che si ha da dire è importante. Tornare è essere invincibili, altrimenti non si ritorna.

13 anni. Tanti sono trascorsi da quello che era l'ultimo disco in studio dei Tool. Quel 10.000 Days che ha sempre diviso un po' i fans, che hanno sempre percepito delle debolezze in un disco che rimano, lo stesso, un capolavoro del rock/metal dell'ultimo millennio. Da allora i Tool erano diventati più mitologia che realtà. Le continue voci che parlavano dell'imminente uscita di un disco nuovo, le diverse notizie che facevano rimandare quest'uscita per svariati motivi, tanto da pensare che Fear Inoculum fosse un bluff, uno schiaffo in faccia a tutti gli insaziabili inseguitori dell'ultima vera super star band. Perché non veniamo con sciocchezze, non esiste al giorno d'oggi alcuna altra band in grado di decidere di mettere a disposizione in tutti gli store digitali la propria discografia monopolizzando qualsiasi forma di classifica. Non esiste nessuna altra band in grado di superare in classifica l'ennesima star pop. Viviamo nei 2000! Gli anni 90 sono finiti da un pezzo! E invece eccoli lì, quei quattro cavalieri di un apocalisse mistica che ci regalano la speranza più grande che ci sia, cioè che il metal/rock non è morto, non è un prodotto underground, non è il capriccio di pochi stoici nostalgici. No, cazzo. Fear Inoculum è IL DISCO degli anni 2000. E' l'equivalente a un Led Zeppelin 4 a un Black Album dei Metallica e a tanti classici che non muoiono mai. Solo che è presto e ancora non ce ne rendiamo conto.

Fear Inoculum

E' curioso. Ho lodato Fear Inoculum senza accennare minimamente a quello che troviamo dentro. Appena uscito è stato un disco che ha presentato un primo sintomo di grandiosità. E, cioè, non è piaciuto a tutti. In molti sono rimasti delusi di fronte a un'attesa di qualcosa di pirotecnico, di un lavoro che cancellasse tutta la pregressa discografia del quartetto presentando un rivoluzione fatta musica. Forse sarebbe stata la via più semplice, forse era semplice affidarsi a un paio di trucchi di prestigiatori per urlare: "ma cazzo hanno fatto i Tool!". E invece no. Fear Inoculum è un disco di un'eleganza unica, di una complessità così grande ma così intelligente che tutto sembra logico, bello, diretto. E' un rompicapo che non stanca, che non esige ragionamenti complessi, perché ci si è dentro e basta. Senza farsi domande, senza la possibilità di chiedere di scappare perché chi sarebbe così sciocco da scappare da quel paradiso? Questo è un capolavoro perché mai i Tool erano riusciti a trovare un punto di equilibrio così perfetto. Aggressivo ma senza la rabbia di Ænima, mistico ma senza quell'esoterismo pungente di Lateralus. Un disco dove la globalità arriva prima dei dettagli ma se ci si mette ad analizzarlo allora si potrebbero scrivere trattati sul lavoro ritmico, sulla sovrapposizione di fraseggi, sul come costruire brani mastodontici che non cadono mai nella banalità. Un disco che lascia in chiaro che le quattro menti dietro a questi brani non sono dei ragazzini, non sono profeti della propria chiesa e non sono anime maledette. Sono quattro menti geniali che s'intrecciano dando nascita a una creatura geniale. Nessun strumento viene a perdersi, nessun strumento diventa più importante degli altri. Tutti hanno il giusto spazio per far vedere cosa sanno fare. A incoronare questo lavoro strumentale dove la tecnica va messa a favore della genialità, c'è la voce, impeccabile, bellissima, pesante nelle parole mai dette a caso ma mai prima protagonista. Tutto è essenziale, tutto si sente, tutto è un capolavoro. 

Un altro controsenso che è stato molto ricorrente in questi giorni è che Fear Inoculum è un disco che suona troppo alla Tool. Mi spiego meglio, in tanti sostengono che musicalmente quello che si sente siano elementi che la band ha già messo in gioco in passato, soprattutto a livello sonoro. Io sono d'accordo fino a un certo punto. Credo che effettivamente il set-up di ogni singolo strumento sia rimasto molto fedele a quello che si era ascoltato in passato, credo anche che il tocco e il tipo di composizione siano fedeli a quello che avevamo già ascoltato ma c'è molto altro. Ci sono piccoli inserimenti sonori presenti soprattutto nella chitarra e nella batteria. E un discorso a parte dev'essere fatto sul riparto delle percussioni, mai così brillanti e complesse come in questo pazzesco lavoro. E soprattutto c'è un altro spirito che unisce tutti i brani, una concezione molto più rotonda con rispetto a tutto quello che si era sentito in passato. E dunque sì, è un disco dei Tool con i suoni dei Tool ma è un nuovo capitolo, una nuova porta che si spalanca a un livello mastodontico. 
Aggiungo un altro aspetto, secondo me questo è un disco che pesca tanto dal rock progressivo degli anni 70, dalla concezione musicale dell'epoca dove era normale trovarsi di fronte a brani infiniti, dove i canoni della musica pop ancora non avevano avvelenato tutta la musica, dove il "radio edit" era presente in solo pochi esempi. Qui gode tutto di una libertà preziosa, tangibile.

Tool

Immaginate di aspettare per 13 anni il ritorno di qualcuno a chi volete molto bene. Molto probabilmente la testa vi riporterà l'immagine dell'ultima volta che avete visto quella persona. E invece, appena vi si presenta d'avanti, ecco che iniziate ad analizzare, a capire se il tempo ha lasciato il suo lascito e come l'ha fatto. Ecco, con Fear Inoculum quel ragionamento era logico. Cosa ha fatto il tempo ai Tool? Li ha resi immortali.

Selezionare pochi brani da questo lavoro è un esercizio pesante perché tutti meritano, tutti sono parte di un universo più complesso ma, nello stesso tempo, regalano qualcosa di nuovo e articolato. Scelgo quelle che, ora, sono le mie tracce favorite.
La prima è Pneuma che non è una canzone ma un manifesto. Uno di quei brani da far diventare un mantra, un brano che ormai fa parte della colonna sonora della mia vita. Perché sintetizza una concezione spirituale fondamentale che sicuramente renderebbe molto più pacifica qualsiasi forma di convivenza nel mondo. Siamo tutti la stessa cosa, siamo tutti interconnessi, siamo tutti una stessa forza. E se usi questo brano come inno allora qualsiasi unione diventa ancora più semplice.
La seconda è Descending, uno dei due brani presentati in anteprima nel tour pregresso all'uscita del disco. E' un brano tremendamente Tool, un brano che ci ricorda i lontani capolavori di Lateralus ma con un tocco in più. E' epico, prezioso, emotivo, un gioiello. Voce vellutata dentro a un brano incredibile.
L'ultima è 7empest, ponte con quello che fino ad adesso era sempre stato il mio disco favorito dei Tool, cioè Ænima. E' un brano con una dose sufficiente di aggressività, con quella potenza che solo la natura restituisce, con quella voglia di spazzare via le ingiustizie e tutta la merda, tantissima, che ci circonda. E' un resoconto delle colpe, della soluzione finale dalla quale è impossibile scappare. Imprescindibile.


Non si tratta dei 13 anni. Non si tratta dei Tool. Non si tratta del fatto che Fear Inoculum abbia dato un calcio in culo ai dischi commerciali nella testa delle classifiche. Si tratta semplicemente del fatto di prendere un lavoro del genere, di ascoltarlo, di rimanerci rapiti, di riascoltarlo, di scoprire nuove cose, di non riuscir a decidere quale sia il brano migliore, di non rendertene conto e di usare inconsapevolmente uno o più dei loro brani come colonna sonora dei tuoi propri momenti da incorniciare. Questa è la definizione di un capolavoro.

Voto 9,5/10
Tool - Fear Inoculum
Volcano Entertainment
Uscita 30.08.2019

mercoledì 15 maggio 2019

Bjørn Riis - A Storm is Coming: l'energia dell'attesa prima della tempesta

(Recensione di A Storm is Coming di Bjørn Riis)


In quest'ultimo periodo della mia vita sto inseguendo più che mai quel vulcano artistico che mi esplode dentro. Ne ho bisogno perché è come l'acqua fresca nei giorni di caldo torrido, curiosamente in un maggio dove di caldo ce n'è stato ben poco. Questa attitudine che sto portando avanti mi piace, creo, compongo, scrivo, scatto, ascolto, discuto, mi emoziono e faccio emozionare. E' questa la mia vita, è questo quello che sono e che, qualche volta ho eclissato. Per quello nella musica che ascolto cerco quello che mi può restituire le stesse sensazioni.

A Storm is Coming

La musica di Bjørn Riis non è nuova per questo blog. Sia grazie al suo progetto, Airbag, che al suo precedente disco ho sempre avuto modo di parlare delle sue creazioni, molto prolifiche visto che oggi vi racconto della sua ultima fatica, intitolata A Storm is Coming. Questo nuovo lavoro viene a confermare tutte le idee che c'erano già sul suo essere e il modo di scrivere musica. Questo suo rock progressivo che ricorda sia quello che viene fatto dai Pink Floyd che dai lavori, più recenti, dei Porcupine Tree o da Steven Wilson. Vale a dire una musica estremamente emotiva, toccante, che non lascia mai indifferente l'ascoltatore. Forse, con rispetto al disco anteriore, Forever Comes to an End, questo nuovo lavoro è meno malinconico, ma questo non significa, minimamente, che non sia un lavoro che rimane impresso, che va ascoltato e riascoltato perché non risulta mai impositivo o prepotente ma trova sempre il giusto spazio. Un disco da ascoltare, per esempio, in macchina, quando la voglia di viaggiare in più modi si manifesta. 

A Storm is Coming

A Storm is Coming è un rifugio, è quella consapevolezza di sapere che, per un po', bisognerà stringersi forte e che quei momenti rimarranno impressi nei ricordi. Questo è il pregio, per nulla scontato, di Bjørn Riis. Le sue creazioni hanno la capacità di diventare un uno con quello che si vive. Ho visto gente piangere di emozione di fronte all'ascolto di qualche sua canzone. Il perché è dovuto al fatto che utilizza l'intimità sonora e un controllo dell'energia che è invidiabile. I suoi brani non sono mai urlati, ma non per quello sono lenti o poco dinamici. C'è spazio per chitarre distorte, per momenti più forti, per un suono che ti avvolge ma tutto fatto con un grande criterio, un po' alla Porcupine Tree (scusate se torno a fare questo paragone ma credo che sia veramente illuminante). Brani che si svolgono in modo naturale, anche se possono arrivare ad avere una lunghezza molto importante. Brani che raccontano storie, che creano un legame con chi ascolta, che possono sembrare provenire da un mondo molto diverso di quello che più di qualcuno vive ma allo stesso tempo che sembrano scritti proprio per ognuno di noi. E' come immaginare di raccontare cosa si prova vedendo per la prima volta il mare a chi non lo ha mai visto. 

A Storm is Coming

Pensiamo a quello che succede prima che arrivi una tempesta. Si sente un'energia particolare nell'aria. Tutto diventa elettrico, tutto è sospeso in attesa del primo fulmine, del primo tuono, dell'acqua che cadrà copiosa. La gente si rifugia il meglio possibile perché sa che trovarsi in mezzo alla tempesta è, sì, bello, ma anche devastante. Ecco, è quello il momento catturato in questo A Storm is Coming, quell'elettricità che c'è anche in altri momenti, in tutte le cose che viviamo nell'attimo prima di uno scoppio emotivo, di una grande gioia, nella fine di un'attesa. Bjørn Riis ha la capacità di trasformare in musica tutto ciò e di ricordarci, ancora una volta, la forza di quello che significa vivere.

Bjørn Riis

Prendo tre brani da questo lavoro.
You and Me. Credo che non sia affatto facile scrivere ballate che emozionino, che facciano capire che quando un brano del genere viene scritto correttamente riesce a toccare dei fili molto sottili. Questo brano è così. E' uno di quei brani da scrivere per chi li merita perché pochi regali possono essere come questo. Perché la vita cambia ma le emozioni dei ricordi rimangono sempre.
Stormwatch. Il brano più lungo del lavoro, quasi 15 minuti. Vi parlavo di quell'energia che si percepisce prima dell'arrivo di una tempesta. Questo brano lo racconta. Ci fa sentire quell'energia, quell'attesa, quello scoppio, quella voglia, mista alla paura, nel vedere arrivare quel fenomeno della naturalezza. Chi non rimane incantato guardando i fulmini in lontananza? Questo brano restituisce quell'emozione.
This House. Questo è un disco intimo, toccante, un disco che parla di ricordi, di momenti, di assenze e presenze. E questo brano ne è la perfetta dimostrazione. Non sono soltanto le parole, è anche il modo nel quale si sviluppa tutto, è il modo nel quale la musica disegna un'emozione. Tutto molto bello.


A Storm is Coming ribadisce la capacità di un artista come Bjørn Riis, capacità di toccare certe emozioni senza essere scontato o esagerato. Tutto fatto con tatto ed eleganza, con una grande capacità tecnica che viene messa in funzione dello scopo del brano, della storia da raccontare, del ricordo da far tornare in mente. Mica facile.

Voto 8/10
Bjørn Riis - A Storm is Coming
Karisma Records
Uscita 03.05.2019

lunedì 6 maggio 2019

Numenorean - Adore: solo nel vuoto sapiamo chi siamo

(Recensione di Adore dei Numenorean)


Quanto è inattesa la vita? Avete mai provato a pensare dove immaginavate di essere o dove siete veramente? Non c'è un peggio o un meglio. La vita, per me, non è un rimpianto. Anche nei momenti più difficili c'è sempre la consapevolezza di esistere e di capire che quell'esistenza genera una serie immensa d'interazioni e quello mi mantiene vivo, felice, soddisfatto. L'evoluzione di quello che viviamo viene dettata da noi, da quello che impariamo, dagli errori che commettiamo ma anche dalla forza che ci imponiamo per essere migliori. Tutto ha un senso anche quando sembra non avere senso, tutta distruzione significa ricostruire meglio dalle macerie. Tutta la bellezza si svela, pura, per quello che è. Come la musica.

Adore

Adore è l'atteso secondo album dei canadesi Numenorean. Gruppo che aveva lasciato un alto livello di aspettative grazie al loro post black metal sviluppato magistralmente nel loro debutto. Questa è un'informazione da tenere in grande considerazione perché per analizzare questo nuovo lavoro bisogna tenere in considerazione il coraggio messo in campo, il loro modo di costruire un disco prendendo delle scelte che sembrano rispondere a un'unica motivazione: fare un disco intenso, che non lascia mai e poi mai l'ascoltatore in balia di automatismi o strade a senso unico. Ma l'aspetto più interessante è che per arrivare a un punto come quello in tanti scelgono di fare diventare complessa la musica, di aggiungere quante più stranezze possibili, e in molti casi, quando non ci sono forzature, è qualcosa che funziona molto bene. Per questa band, invece, non ci sono limiti. Questa dinamicità viene data da un'apertura mentale, dal costruire dei momenti toccanti, dal pulire al massimo una melodia e poi, in un secondo momento, sporcarla con elementi che arricchiscono e basta.

Adore

La forza di questo lavoro sta proprio in quello. Nel non dover aspettarsi nulla perché quello che si ritrova è ancora migliore. C'è un senso di sorpresa, un contrasto crescente che, col passare di ogni minuto, ci porta a dimensioni preziose. Adore diventa veramente un disco da adorare, da ascoltare senza sosta, da ficcarsi in testa senza mai distogliere tutto quello che ci da. E' uno di quei dischi che, generalmente, definisco come i miei dischi del momento, perché ascoltarlo non stanca e perché diversi brani rimangono impressi profondamente. A questo punto partire dalla definizione post black metal è un arma di doppio taglio. Da una parte effettivamente prevale quello spirito e ci arriva con ogni singola canzone, da un'altra diventa molto riduttivo. Ma la difficoltà, in quanto recensore (qualsiasi cosa voglia dire esserne uno), sta nell'individuare altri generi che s'intrecciano in questa danza cosmica musicale. La musica dei Numenorean sembra prendere la strada dell' alternative metal, dell'atmospheric metal, del post rock e, forse cosa non tanto evidente, del progressive metal. Ma come avviene con i lavori ben costruiti questa comunione non risulta violenta, incongruente o sbagliata. Tutto combacia, tutto cresce, stabilendo così una nuova formula che diventa naturale. Questa è la grazia, e lo scoppo, di un gruppo che sa fare le cose per bene.

Adore

Entrare nel mondo di Adore è attraversare un portale che ci guida dentro al senso dell'esistenza, dell'assenza, della mancanza, della delusione, della sofferenza. Potrebbe sembrare un disco cupo, triste, costruito con storie che non conoscono un lieto fine, con la forza struggente del vuoto ma forse è proprio lì che l'energia migliore esiste e ci fa crescere. E' proprio nel limite che tutto quello che non sembra avere senso prende più senso che mai. Perché di fronte al vuoto non siamo mai soli, per la proma volta sentiamo la nostra propria voce. Questo è il, prezioso, messaggio dei Numenorean.

Numenorean

Mi è molto difficile limitarmi a consigliare un numero chiuso di tracce ma provo a fermarmi a tre.
La prima è Horizon. Forse all'inizio rimane molto chiaro il concetto di post black metal ma lo sviluppo del brano permette di capire che non si può ridurre tutto solo a quello. E' un brano che cambia pelle, che si nutre di grinta, energia ma anche di pause. Di tappetti strumentali struggenti, della bellezza che un musicista sa d'aver raggiunto quando mente e strumento dialogano senza filtri. E' un brano che emoziona. Bellissimo, da ascoltare milioni di volte.
La seconda è Regret. In questo brano credo che sia abbastanza chiaro il modo nel quale la band lavora con l'energia dei propri brani. Mai eccessi ma mai perdite sotto una certa soglia. Un modo funzionale che non lascia mai l'ascoltatore da solo.
La terza è Stay. Uno dei momenti più toccanti del disco. La conferma che per scrivere canzoni intramontabili qualche volta basta una sola frase. Un brano da innamorarsi, una preghiera sommersa nella profondità del suo significato. Bellezza pura.


Chi ha letto questa recensione non avrà alcun dubbio nel dire che evidentemente Adore è un disco che ho apprezzato profondamente. Ma questo ben poco importa, perché i gusti sono gusti e mai mi sono imposto che a tutti deva piacere quello che a me piace. Quello che veramente m'interessa che arrivi a chi leggerà questa recensione è che questo lavoro dei Numenorean è un lavoro bellissimo, originale, complesso ma non complicato e, soprattutto, emotivo. Bisogna affrontare il vuoto per conoscersi veramente.

Voto 9/10
Numenorean - Adore
Season of Mist
Uscita 12.04.2019

martedì 16 aprile 2019

Maraton - Meta: facile il difficile per amore alla melodia

(Recensione di Meta dei Maraton)


Dal mio punto di vista, quando si da vita a un progetto musicale, è fondamentale avere chiarezza di quello che si vuole fare. Ben poco importa quale sia questa caratteristica ma dev'essere l'elemento trascinante da difendere con l'anima. Quel minimo di decisione è quello che forgia la corretta strada di ogni progetto e serve come filtro tra chi deve andare avanti e chi, invece, è destinato a scomparire.

La definizione che viene fornita dai norvegesi Maraton, per quanto riguarda la loro musica, è che è una musica svergognatamente melodica. Come se quel protagonismo della melodia fosse uno sbaglio. Nulla di più erroneo! Se non fosse per quella capacità sicuramente questo loro debutto, intitolato Meta, non sarebbe mai diventato così magnetico come lo è. Grazie a quest'impronta questo disco penetra nella testa dell'ascoltatore, ricordandole che sarà impossibile non canticchiare i fraseggi che si sentono qui e là. Non solo, ma ci sarà da chiedersi come mai una band "nuova" sia riuscita a sfornare qualcosa di così solido e concreto quanto questo disco. Brani che scivolano perfetti, senza creare attrito, senza essere banali ma ritrovando una grande coerenza tra di loro. Questo è uno di quei classici dischi che possono essere ascoltati di getto dalla prima all'ultima canzone o che possono essere spulciati scegliendo un brano alla volta. Quello che rimarrà sarà sempre la stessa cosa: un suono fresco, moderno e che traduce in semplicità certi aspetti che, in realtà, non hanno nulla di semplice.

Meta

La musica di Meta s'ingloba nel rock progressivo moderno, quello che è nato dalle interpretazioni di gruppi come i Mars Volta, che invece di rendere prioritaria la parte "matematica" del genere si sono focalizzati molto di più sul risvolto emotivo che ne poteva venire fuori. Ma i Maraton non si fermano lì. Visto il peso specifico della melodia nella loro musica non nascondono la propria vicinanza al rock e pop, prendendo spunto da un'altra band che è riuscita a inglobare queste caratteristiche diventando un fenomeno mondiale, cioè i Muse. Nella mia personale osservazione mi sento di aggiungere un terzo nome, che non è tanto presente come i primi due ma che, penso, abbia delle tracce in comune con questo progetto. Mi riferisco ai Leprous e al loro modo di fare musica, riuscendo spesso a sintetizzare tutte quelle idee musicali in un bellissimo risultato. Per quello il complesso diventa facile, per quello rimane l'anima di ogni brano e non la sua complessa costruzione. Questo è il vero trionfo della band, del loro modo di essere e di porsi. 

Meta





Meta si trasforma, dunque, in un'abile dimostrazione di come circondare una melodia per costruire qualcosa di nuovo. Le nostre sono solo 12 e sono state usate e riusate mille volte. Per quello diventa fondamentale che gruppi come i Maraton abbiano la capacità di essere veri e propri architetti di novità. Per quello questo debutto ha una personalità che molte band faticano a trovare anche alla distanza di parecchi anni.

Maraton

Prendo due brani da questo lavoro ma come ho detto prima affrontarlo per intero è una prassi non solo corretta ma che si svelerà, anche, molto piacevole.
Il primo è Altered State. Forse il punto più alto di questo disco. Un brano che intreccia preziosamente le linee di basso e chitarra su una batteria trascinante. E come detto, e ripetuto, spesso, è la melodia quella a farla da padrone. Linea vocale, dunque, assolutamente originale, forte, funzionante, perfetta. Un brano bellissimo che cresce di momento in momento.
Il secondo è Spectral Friends. Anche qui rimane in grande evidenza quale sia il gioco musicale inseguito dalla band. Questa loro capacità di giocare con gli elementi del prog riuscendo a sintetizzarli e metterli in gioco come piccole pillole di grande effettività. Ancora una volta sarà impossibile smettere di canticchiare la melodia del brano.


Nel complesso discorso dell'evoluzione musicale non è mai semplice cercare d'indovinare e di indirizzare quello che è l'avvenire della musica. Più che altro bisogna sempre avere un occhio educato che riesca a scovare sin da subito la novità. Meta dei Maraton non sarà sicuramente il lavoro più d'avanguardia di questi anni, non darà nascita a un nuovo genere ma ci dimostra come sia possibile farsi erede di certe correnti musicali rendendole ancora più interessanti. E vi ricordo che parliamo del disco di debutto di questa band.



Voto 9/10
Maraton - Meta
Indie Recordings
Uscita 26.04.2019

lunedì 15 aprile 2019

Crowhurst - III: scavare e scavare nella terra nera

(Recensione di III di Crowhurst)


Nell'oceano di complessità che l'uomo è la musica deve sempre essere lo specchio fedele. Per quello bisogna diffidare da chi dice di ascoltare solo pochi generi o di chi non ascolta proprio musica. Essere vivo vuol dire mettere in gioco tutta una lunga serie di ascolti o, al massimo, il perdersi dentro a gruppi dove la varietà lo è tutto. Dove le cose si susseguono con una violenza crudele ma brillante.

III

III è il nuovo lavoro dello statunitense Crowhurst. Un lavoro che si nutre di collaborazioni illustri e della voglia di espandere quell'universo sonoro che ormai è già un marchio di fabbrica. Si parte dalla necessità di mettere in atto due sentimenti tanto potenti come devastanti, cioè il dolore e la violenza. Per quello tutto quello che si ascolta in questo disco è violento, distorto, immediato ma anche, e questo è il punto più importante, molto curato. Anzi, oserei dire che questo album è pieno di bellezza, una bellezza che sorge ancora con più chiarezza grazie al gioco di contrasti che si crea. Come quando scavando e scavando vengono fuori i tesori più luminosi. Ecco, la terra che ricopre questi tesori in questo specifico disco è una terra nera ma anche ferrosa. Una terra che non lascia passare la luce ma anche una terra che ha un profumo denso, zolfato. Ma quando, scavando e scavando, la terra va via quello che si vede è uno di quei oggetti ipnotici che prendono in mano tutto l'ambiente, come se nulla fosse. 

III

III è un disco che può sembrare ostico per via della combinazione tra black metal e noise. Un connubio che si esalta per via dell'intenzione oscura che ha dentro. Ma come detto prima c'è anche tutto un altro piano dove questo nuovo lavoro di Crowhurst prende tutto un altro colore, dove l'intimità non è più dovuta all'aspetto viscerale dei generi prima citati ma a una poetica quasi gotica e molto intensa, che intraprende anche chiaramente una strada dentro a quello che è l'avantgarde metal. Come se il primo passo dovesse essere quello di buttare giù i muri e una volta dentro le parole arrivassero al cuore, ancora più sentite di quanto fosse possibile. Questa è la bellezza di questo disco, un disco dove l'aspetto cinematografico è anche molto presente perché ogni brano vuole essere una traduzione musicale di un'immagine che c'è dietro. Ma il gioco interessante è che questo non è un disco con la pretesa di essere una colonna sonora. E' un disco che vuole essere un'interpretazione, una rilettura, un'opinione. Per quello aggiunge un altro elemento fondamentale, quello dell'onestà. Può piacere o meno, più allontanare l'ascoltatore troppo educato ma quello che invece verrà catturato non potrà fare a meno, perché forse quell'ascoltatore in concreto ha anche chili e chili di terra oscura che coprono l'essenza nascosta, alla portata solo di poche persone.

III

Penso che la chiave essenziale per capire questo disco sia la capacità o meno di ritrovarsi in esso. Lo sforzo musicale di Crowhurst avrà il suo perché soltanto quando questo III crei dei legami in chi lo ascolta, trovandosi di fronte ad uno specchio, a un modo di vedere la propria complessità trasformata in musica. Chi siamo? Cosa cerchiamo? Come ci ha forgiato il tempo e la vita? Forse proprio come questo disco, forse proprio come quello che c'è dentro. Se è così, allora bisogna tenerselo stretto, perché diventa una fotografia di quel che siamo.

Crowhurst

Prendo due brani strepitosi che vanno a tradurre fedelmente quello che ho voluto spiegare fino a ora.
Il primo è Self Portrait with Halo and Snake. Potrebbe sembrare un brano a metà strada tra il new age e il noise ma è molto di più. Per me questo è il punto più alto del disco, lì dove la parte d'avanguardia si esalta, dove la musica di nuovo urla che c'è qualcosa di nuovo, che non tutto è stato già inventato. Uno dei brani migliori di questo 2019.
Il secondo è The Drift. Anche se molto delle cose che vengono messe in gioco vanno nella stessa direzione del brano precedente in questo qui c'è un grado minore d'intimità ma non per quello d'intensità. Si tratta di un brano sentito, ipnotico come se fosse qualcosa di post rock cinematografico. Bisogna scivolarci dentro, bisogna farsi portare dalla corrente e tutto andrà bene, tutto, sempre.


III diventa così un disco che ha, anzi tutto una fortissima personalità. Non si nasconde, non cerca di essere quello che non è. E come quando si ha a che fare con una persona di carattere deciso o lo si ama o ci si sta alla distanza. Ecco, chi vorrà avvicinarsi alla musica di Crowhurst sentirà che molto di quello che c'è in questo lavoro è quello che ognuno di noi ha, quello che vogliamo, quello che siamo, quello che amiamo, quello che ci ha reso così come siamo, quello che ci differenza dalla maggioranza. 

Voto 9/10
Crowhurst - III
Prophecy Productions
Uscita 05.04.2019

giovedì 14 marzo 2019

Suldusk - Lunar Falls: ti va di diventare amici?

(Recensione di Lunar Falls di Suldusk)


Che bella che è l'unicità. Che bella che è la capacità di sentirsi diverso dalla maggioranza, di ritrovarsi nelle cose che nulla hanno a che fare con quello che normalmente piace alla maggioranza. Che bello è scoprire qualcun'altro con le stesse, o quasi, particolarità. Che bello è alimentare quell'unicità. Forse i regali più grandi e belli che ho ricevuto nella mia vita sono stati la musica che mi ha tracciato il cammino che percorro. Per quello quando scopro qualcuno che mi può regalare nuovi elementi per dare altri passi in avanti me lo tengo stretto.

Lunar Falls

Se conoscessi personalmente Suldusk, nome artistico di Emily Highfield, sono sicuro che cercherei di esserle amico. Questo perché le tracce contenute nel suo primo album, intitolato Lunar Falls, mi parlano di un universo che sento molto vicino a me. Sia musicalmente che liricamente ci sono tanti spunti assolutamente positivi che fanno capire di essere di fronte a una personalità tanto complessa quanto interessante. Questo è un disco che nasce nella lotta che si genera tra il cercare di essere unico, vivendo al margine di una società che non è affatto uno specchio del proprio modo di essere. Quando accade questo molto spesso l'unico rifugio che si trova è quello della natura. Infatti i due mondi che coesistono in questo lavoro ci parlano dell'amore verso la terra e il dolore che comporta rapportarsi con chi non ti capisce, con chi ti guarda come un alieno e ti giudica guidato da pregiudizi. Per quello questo disco attraversa tanti momenti, per quello fornisce bellezza e purezza ma diventa anche un urlo disperato. 

Lunar Falls

Musicalmente come diventa possibile fare qualcosa del genere? Sicuramente ci sono molte vie che possono essere percorse, nel caso di Lunar Falls la scelta è quella di partire con una struttura molto intima che possiamo inglobare nel dark/neo folk metal, cioè brani acustici che scivolano via come l'acqua di un torrente in mezzo a un bosco. Cerchiamo la sensazione di freschezza delle sue acque, cerchiamo il dolce suono delle pietre che ci sono dentro. Ma questa scelta si espande e percorre altre strade secondo quello che si vuole raccontare. Per quello questo disco diventa anche un disco blackgaze con incursioni di post rock o atmospheric black metal. Sono tutte queste vie a parlarci dell'universo interiore di Suldusk, di quello che la costituisce, delle sensazioni che si annidano dentro al suo essere. Sembra di stare di fronte a un libro aperto e ogni pagina che viene letta ci svela gli elementi che rendono felici una persona e quelli che, invece, la devastano. 

Lunar Falls

Che poi fare musica che cos'è se non esternare quello che ciascuno è? Lunar Falls diventa così un esercizio d'onestà. Non ci sono maschere, non c'è alcun bisogno di mostrarsi per quello che non si è. C'è soltanto la voglia urgente di dire chi si è, forse per trovare dei simili e per sentirsi meno solo. Personalmente sapere che in giro c'è musica e pensieri come quelli di Suldusk mi fanno capire ancora una volta che il mondo è pieno di bellezze nascoste che non tutti sanno svelare. 

Suldusk

Prendo due brani cercando di illustrare i due universi presenti in questo disco.
Per quanto riguarda la parte più viscerale prendo Aphasia, un brano intenso che sembra un insieme tra la musica di Darkher e quella degli Alcest. Piena di nostalgia, di urli profondi ma anche della potenza curativa della natura. Bellissimo, profondo, da ascoltare e riascoltare in loop.
Per quanto riguarda la bellezza scelgo Nazaré, brano che ci sposta su un mondo onirico diventando una carezza dalla quale ricordarsi appena svegli senza sapere se è stata reale o meno. Ecco, questo disco ha la capacità di catapultarci da un estremo all'altro.


Mi auguro che anche per voi questo Lunar Falls arrivi come una melodia sentita di sfuggita e dalla quale si vuole sapere tutto, da dove viene, chi la suona e com'è il resto del brano e dell'album. Questo è il risultato che ha avuto su di me questo debutto di Suldusk e sono certo avrà lo stesso effetto su tante altre persone che come me accoglieranno questo nuovo progetto in quella cerchia intima alla quale si torna sempre.

Voto 9/10
Suldusk - Lunar Falls
Northern Silence Productions
Uscita 12.04.2019

mercoledì 13 marzo 2019

Lucy in Blue - In Flight: il retrogusto è tutto

(Recensione di In Flight dei Lucy in Blue)


C'è un aspetto magico nella musica, uno dei tanti. Provate a pensare alle proposte musicali che si possono trovare in giro. Troverete sicuramente delle proposte attuali, artisti che da poco sono in giro ma che riescono a prendere un grande protagonismo. Troverete anche tutta una serie di proposte che invece hanno il sapore del passato. Basta pensare che esistono molti gruppi che suonano musica medievale o, basta anche questo, qualsiasi opera di musica classica non contemporanea ci permette di sentire quello che è stato composto secoli fa. Perché questo fascino del passato? Perché la musica è memoria, la musica è uno dei migliori modi di fermare il tempo e di capire universalmente cosa abbiamo attraversato come specie.

In Flight

Se non è la prima volta che leggete qualche post di questo blog saprete perfettamente che il "filtro" che mi permette di capire quello che voglio recensire da quello che lascio passare si basa soprattutto nell'aspetto della novità. Per me novità non vuol dire inventarsi qualcosa di sana pianta ma regalare nuovi spunti a qualcosa che magari esiste già. Per quello anche se il genere che regna sovrano in questo secondo disco dei Lucy in Blue è il rock progressivo marcatamente anni 70 ho il piacere di parlare, e di scrivere, su In Flight. Qui entriamo in una tematica che è uscita antecedentemente recensendo altri lavori che, curiosamente o no, provenivano sempre dalla prolifica Norvegia. Questa tematica ha a che fare con la capacità di essere attuali seppur affidandosi a generi che hanno sconvolto il mondo diversi anni fa. Per quello, sin da subito, affermo che questo lavoro dà nuove letture e nuovi schemi al mondo del rock progressivo.

In Flight

Il perché In Flight ha qualcosa di nuovo da comunicare è dovuto alle scelte sonore che sebbene hanno come punto di partenza un genere di 50 anni fa d'altra parte riescono ad avere uno sguardo che possiamo tranquillamente definire come "moderno". In altre parole, questo disco dei Lucy in Blue difficilmente sarebbe nato negli anni 70, e non perché abbia aggiunte che sono venuti fuori solo successivamente nel tempo ma perché c'è un sotto testo che ci svela che si tratta di un disco degli anni 2000. Non è qualcosa facilmente definibile perché diventa quasi una semplice sensazione che si assomiglia al retrogusto che lascia un vino nel palato. Ecco, quel vino che si è bevuto ha un retrogusto che non sarebbe mai esistito cinque decadi fa. Per quello l'incontro di rock progressivo e rock psichedelico che s'intrecciano in questo album non è un omaggio ai tempi passati ma la scelta del migliore strumento per raccontare musicalmente quello che si è.

In Flight

L'aspetto interessante e che, forse, è solo una mia supposizione, i Lucy in Blue non abbiano fatto alcuna scelta consapevole per arrivare a questo risultato. Mi viene da pensare che hanno composto In Flight mettendo all'opera la musica che amano e che si sono ritrovati a suonare ma il mondo del 2000 è assai diverso da quello dei 70, per quello il risultato ha tutta una serie di "subarmoniche" che danno un colore diversissimo da quello di tanti lavori del passato.

Lucy in Blue

Prendo due brani che forse riescono a trasmettere meglio quello che intendo.
Il primo è Alight, Pt 2. Forse è il tocco, forse è l'intenzione ma questo brano è intrinseco della personalità della band. E' un brano che forse nessun'altra band riuscirebbe a suonare nello stesso modo. Un brano che ha tutti gli elementi che ci parlano del passato ma che diventano presente e realtà. Il biglietto da visita perfetto.
Il secondo è Matricide. In questo brano il gruppo dimostra cosa sa fare utilizzando la parte più acida e psichedelica. Senza però eccedere mai, calcolando tutto a dovere. Brano che funziona perfettamente.


In Flight ci dimostra che non c'è una data di scadenza per certi generi, che imparando a utilizzare a dovere gli elementi che lo compongono si può sempre suonare moderno e attuale. Tutto grazie alla personalità messa in gioco dai Lucy in Blue che permette di avere un'unicità che si allontana completamente da qualsiasi tentativo di clonazione di qualcosa preesistente.

Voto 8/10
Lucy in Blue - In Flight
Karisma Records
Uscita 12.04.2019