venerdì 2 novembre 2018

Zombies Ate my Girlfriend - Shun the Reptile: esorcizzare la macabra realtà

(Recensione di Shun the Reptile dei Zombies Ate my Girlfriend)


Uno degli aspetti che odio di più nell'essere umano è la presunzione di onnipotenza, la presunzione di sapere come si vive in qualsiasi angolo del mondo, anche se molto lontano dal proprio angolo. Ma c'è anche un'altra presunzione pericolosa, cioè quella di credere che che qualsiasi altro posto sia l'ultimo angolo dimenticato della terra, senza mai pensare che forse ogni posto riserva delle cose interessanti. Per quello bisognerebbe viaggiare e conoscere tanta altra gente, mescolare le culture, ascoltare i racconti degli altri e capire che il mondo è vasto, ampio e bello.

Shun the Reptile

Mi fa molto piacere poter occuparmi per la prima volta di un disco che viene dal Sudafrica. Questo acconsentimento è dovuto ai Zombies Ate my Girlfriend e al loro secondo LP Shun the Reptile. Mi fa piacere farlo perché il risultato che si può ascoltare e la testimonianza di vita in un angolo di terra complesso e, in un certo modo, unico. L'unicità è dovuta al fatto che siamo nella parte più meridionale dell'immenso continente africano, in un paese dove le disuguaglianze sociali hanno toccato delle vette uniche e, anche se l'appartheid non esiste più ci sono ancora interi quartieri in tutte le grandi città dove la vita si presenta nel modo più crudele possibile, pieno di disaggi sociali, di delinquenza e di una prospettiva crudele sul valore della vita. In queste idee c'è il nocciolo della musica di questa band, la loro necessità di trasmettere al mondo quello che vedono e vivono di giorno a giorno che è qualcosa di assolutamente diverso dalla nostra realtà. Per quello questo è un disco che s'impregna dell'indignazione umana di fronte a certi atteggiamenti. Per quello può sembrare ostico, crudele e violento ma allo stesso tempo umano. D'altronde che cosa si può fare quando si è immersi in una realtà dove la crudeltà e la delinquenza sono all'ordine del giorno, dove la vita è qualcosa di così fragile da rischiare di perderla in modi crudeli e dove essere nati sembra una corsa alla sopravvivenza? Credo che la musica giochi un ruolo fondamentale per andare avanti.

Shun the Reptile

Shun the Reptile è un disco dove il melodic death metal si avvicina al metalcore dando una versione dei 2010, cioè con una sonorità e un modo d'interpretare questi generi che nulla a che fare con quello che veniva fatto venti o trent'anni fa. E' un'evoluzione naturale che ci presenta una band come Zombies Ate my Girlfriend pronta a erigere un ponte tra il presente e le radici di questi generi. Regalando anche una propria interpretazione, un modo di far capire quello che è il presente loro che può essere radicalmente diverso dal presente di qualche altra band in qualche altro paese. Questo è un quintetto pronto a far capire di essere cresciuti ascoltando dei mostri sacri del metal e trovando degli elementi musicali che si sposavano completamente con la propria voglia di urlare al mondo le proprie impressioni di fronte al mondo che hanno dovuto affrontare. Come se la loro musica fosse l'urlo che permette di scrollarsi di dosso tutte le tensioni, la rabbia e l'impotenza. Questo arriva all'ascoltatore, questo è il loro modo di comunicare e di salvarsi dalla propria realtà. Ancora una volta siamo di fronte alla capacità della musica di essere un veicolo di salvezza e di speranza, in quanto che grazie a essa si riesce a esorcizzare quello che si vive o quello che si è. Per quello credo che questo disco meriti di essere visto come un'esorcizzazione e come una fotografia di una realtà che non è conosciuta a tutti.

Shun the Reptile

La parte più selvaggia del mondo è quella che viene raggruppata in Shun the Reptile. Ascoltare questo disco in un certo modo equivale ad affrontarla e a non far finta che la propria realtà sia l'unica esistente. I zombie di Zombies Ate my Girlfriend non sono morti viventi ma sono dei viventi che hanno sempre un piede nella morte e che in un certo modo devono uccidere per non morire, qualcosa che sembra essere lontane secoli e secoli ma che invece è ancora la realtà di tanti paesi.

Zombies Ate my Girlfriend

Prendo tre brani da questo disco ma il consiglio è di ascoltarlo per intero.
Il primo è il brano omonimo Shun the Reptile. Forse il brano più onirico dell'intero lavoro, un brano che ci regala la costruzione di un essere quasi mitologico che è la metafora della realtà distorta. Un brano molto melodic death metal e anche profondamente epico. Uno dei punti più alti di questo disco.
Il secondo è van Eck. Brano che dimostra abbastanza fedelmente qual è l'intenzione della band, la loro capacità di pescare i suoni del passato e trasformarli in qualcosa di assolutamente attuale. Anche in questo caso la costruzione musicale è impeccabile perché individua un finale esplosivo che funziona perfettamente.
Per concludere segnalo Icarus, brano conclusivo di questo lavoro, una finestra aperta alla possibilità di recensione, di fuga ma anche di essere trattenuti dal fallimento. Proprio come il racconto mitologico di Icaro. Scappare o rassegnarsi?



Shun the Reptile diventa molto più di un disco, diventa qualcosa d'ibrido tra un documentario e un film cruento. La voce dei Zombies Ate my Girlfriend è quella di chi ha l'intelligenza di vedere una realtà e volerla cambiare, prendendo così altre vie come quella della musica. E' un disco di protesta ma è anche un disco di esorcizzazione, per non dimenticare quello che si vive e farlo sapere a chi non è lì.

Voto 8,5/10
Zombies Ate my Girlfriend - Shun the Reptile
Burning Tone Records
Uscita 02.11.2018

giovedì 1 novembre 2018

Sylvaine - Atoms Aligned, Coming Undone: il blackgaze diventa femmina

(Recensione di Atoms Aligned, Coming Undone di Sylvaine)


E' lodevole che in tanti posti del mondo la tolleranza sia sempre più importante. Pensare che qualsiasi individuo possa essere visto esattamente nello stesso modo di qualunque altro, senza importanza di genere, etnia, preferenza sessuale o filosofia di vita, è forse il grande trionfo dell'umanità, che finalmente capisce che l'eguaglianza non è un'utopia stupida ma un dato di fatto. Mentre a livello politico molti paesi hanno già dato questo passo a livello di mentalità ancora molte persone devono capire che l'intelligenza e le capacità di ciascuno di noi dipendono dallo sviluppo, dall'educazione ricevuta, dal percorso di vita e da altri fattori che nulla hanno a che fare su come e dove nasciamo. 

Atoms Aligned, Coming Undone

Atoms Aligned, Coming Undone è un disco che mi ha suscitato grandi riflessioni. Questo perché essendo l'opera di una poli-strumentista come Sylvaine è molto facile intuire, e intravedere, l'anima di questo lavoro. E per me questo lavoro è assolutamente femmina. Non femminile ma femmina. Questo è un disco che ha l'impronta del, così detto, gentile sesso. Ha l'emotività, la violenza e la bellezza delle femmine, che nulla hanno a che fare con quelle maschili. E' come se la musica degli Alcest fosse passata a setaccio attraverso un filtro femminile. Per quello c'è una sensibilità diversa in tutto, un tocco diverso, un modo diverso di rapportarsi con le emozioni che vengono poi messe in musica. Questo non è soltanto un disco di blackgaze ma è la versione femminile di quello che significa questo genere. Ed è un bene che sia così perché le caratteristiche dello stesso l'avvicinano drasticamente al monto femminile. A quel vulcano lunatico di emozioni che improvvisamente erutta per poi essere dormente per secoli. Atoms Aligned, Coming Undone è lunatico, è intenso, è sentito ma è sempre delicato. Può essere un disco devastante ma non sarà mai distruttivo. Aspetti da ringraziare perché non sono, purtroppo, molti gli esempi che vanno in questa direzione.

Atoms Aligned, Coming Undone

Sylvaine ci regala con questo Atoms Aligned, Coming Undone un disco che è molto di più di quello che lei stessa voleva che fosse. Perché nella tappa compositiva si vede che non c'è alcuna intenzione di dare al suo blackgaze un tocco diverso da quello che è questo genere. E' un disco che nasce come un urlo in mezzo della notte, toccando argomenti che sono molto cari a chi ascolta questo genere di musica, cioè la sensazione d'inadeguatezza, di essere nati in un mondo che guarda in tutte altre direzioni e che non darà mai il giusto spazio a chi vede la vita con altri occhi. Ma c'è di più, perché questo messaggio non arriva semplicemente da un gruppo ma viene fuori da un'artista femmina che ha buttato su ogni nota di questo disco il suo essere, il suo percorso, il modo col quale è arrivata a essere quello che è, a abbracciare il genere di musica col quale si esprime. E tutto questo non è intenzionale. Per quello è molto più bello, perché è naturale, perché è innocente, perché non solo non è forzato ma diventa qualcosa di così spontaneo ed impensabile come respirare. Ma questo respiro sa di nostalgia, di tristezza ma anche di profonda bellezza.

Atoms Alligned, Coming Undone

Avete mai avuto la sensazione di essere di fronte a qualcuno e sentire che quella persona è esattamente come la percepite? Non ci sono inganni, non ci sono trappole o difese. Ecco, Atoms Aligned, Coming Undone è proprio così. E' un'anima che si denuda non perché deva farlo ma perché ha il dovere primordiale e inconscio di farsi vedere così com'è. Sylvaine, con più inconsapevolezza e naturalità che qualsiasi altra cosa ci regala un disco dove racconta molto più di quello che vuole raccontare. Senza conoscerla scommetterei che lei è esattamente così. La sua musica parla e da una prospettiva nuova da ascoltare con cura.

Sylvaine

Pesco due brani da questo grande lavoro.
Il primo è Abeyance. La bellezza, l'incanto. La morbidezza di una melodia che viaggia insieme all'ascoltatore, e poi la fierezza, la forza emotiva, l'urlo misurato. Preziosa, fragile e intensa.
Il secondo è Words Collide. Forse in questo caso possiamo parlare di un brano che riassume molto più fedelmente quello che è questo lavoro e quello che è l'appartenenza al blackgaze. Ma anche in questo caso c'è qualcosa di assolutamente femminile, una concezione diversa della musica, delle sonorità e dei progetti che hanno un tocco e un colore diverso. 


Atoms Aligned, Coming Undone è un disco che perfettamente poteva essere firmato da Neige degli Alcest se fosse nato femmina. Questo per dire che dentro a quello che è il mondo del blackgaze, genere che nella mia opinione avrà ancora un grande sviluppo, siamo di fronte a un disco di grandissimo spessore che diventerà un capo saldo. La chiave sta nel fatto che Sylvaine ha saputo mettersi in gioco e che la sua musica è fedelmente un riflesso di quello che lei è, senza trappole ne filtri. E nella musica l'onestà paga sempre.

Voto 9/10
Sylvaine - Atoms Aligned, Coming Undone
Season of Mist
Uscita 02.11.2018

lunedì 29 ottobre 2018

The Ocean - Phanerozoic I: Palaeozoic: attraverso gli eoni

(Recensione di Phanerozoic I: Palaeozoic dei The Ocean)


Riflettendoci noi umani siamo quasi il nulla. Abitiamo un pianeta che esiste da molto molto tempo prima della nostra esistenza. La cosa contraddittoria che siamo proprio noi quelli che abbiamo modificato quanto più possibile l'equilibrio sul quale si basa tutto. Siamo noi che abbiamo avvelenato il pianeta e siamo noi che abbiamo il dovere morale di salvarlo, altrimenti andremmo incontro all'estinzione. E se la storia c'insegna qualcosa è che ci sono stati tanti altri abitanti della Terra che ormai non esistono più se non come reperti archeologici. Per quello dobbiamo cambiare e salvare il nostro mondo, altrimenti saremmo il reperto per qualcos'altro.

Trovo affascinante l'operato del collettivo The Ocean, progetto tedesco di post metal, che con ogni disco crea dei ponti tra il nostro presente e le diverse epoche geologiche che hanno governato il nostro mondo. Phanerozoic I: Palaeozoic è il loro ottavo disco ed è la prima parte dedicata all'eone Fanerozioco che si completerà con un secondo disco, con prevista uscita nel 2020. Dicevo che rimango affascinato dal tentativo di mettere insieme preistoria e presente, di riflettere e capire che cose ci accomunano e quali ci differenziano. In concreto il Paleozoico è celebre perché lì si verifica la maggiore estinzione di massa della storia. Viene spontanea la domanda: cosa abbiamo in comune oggi con quella era? Credo che la risposta radichi dentro all'aspetto metaforico, al fatto che noi uomini tendiamo a fare estinguere idee, progetti e tecnologie dando spazio a nuove evoluzioni. Ma la mia è solo una tesi, non necessariamente esatta. Sia come sia quello che è innegabile è che il peso storico, o preistorico, ha un riflesso nella musica di questo collettivo dando nascita a brani mastodontici, che hanno sempre un peso importante e imponente. Nulla è un caso e nulla è lasciato al caso. Si prova sin dall'inizio la sensazione di essere di fronte ad un monolite musicale di profonda coerenza. Un'opera che travolge e che si presenta così solida da accattivare l'ascoltatore. Non ci sono tregue, non ci sono respiri, non ci sono incoerenze o spazi per esperimenti. Tutto fila liscio come un blocco di giaccio che non vuole assolutamente fermarsi e per il quale si fatica a immaginare una forza che riesca ad arrestarlo.   

Phanerozoic I: Palaeozoic

Phanerozoic I: Palaeozoic è indubbiamente un disco di post metal ma quello che contraddistingue i The Ocean è il loro modo d'interpretare questo genere. Forse perché non è un genere longevo ma è tremendamente istruttivo vedere come i loro maggiori rappresentanti prendano delle strade diverse avendo in comune solo le sonorità tipiche di questo genere. Nel caso del disco del quale mi ci occupo quest'oggi come dicevo prima c'è una grande coralità che ci dimostra l'unicità della direzione intrapresa. Per quello, anche se ci sono momenti di calma ed interventi elettronici è indubbio che la band vada in modo convinto a ribadire una propria identità che ormai da anni è nota. C'è da registrare l'ospitata di Jonas Renkse, cantante dei Katatonia, che presta la sua voce in una delle tracce del disco, Devonian Nascent, regalando qualcosa in più a quello che viene già dato dal collettivo, ribadendo che quanto ci sono idee in comune nascono delle perle come quel brano. In altre parole questo disco è senz'altro una conferma di quello che abbiamo ascoltato nei sette precedenti album della band ma ci dimostra una compattezza ancora maggiore, un modo di far proprio un genere che regala tante sfumature.

Phanerozoic I: Palaeozoic ha quella potenza che nasce da quello che lo ispira e lo nutre. Questo è un disco mastodontico, sia come suono che come intenzione. E per quello poteva nascere soltanto dentro a un genere come il post metal e da una band come The Ocean. C'è qualcosa d'ancestrale nelle sue note e nella sua ritmica, qualcosa che sembra aver viaggiato nel tempo fino ai nostri giorni, qualcosa da decifrare con i codici attuali per così capire meglio la terra che ci ospita.

The Ocean

Scelgo due brani da questo massiccio lavoro.
Il primo è Cambrian II: Eternal Recurrence. Credo che questo sia il brano perfetto che va a sintetizzare quello che è l'intenzione del collettivo. Il loro modo d'interpretare il post metal e di utilizzarlo come miglior linguaggio per esprimere le proprie inquietudini artistiche. Per quello c'è una grande concretezza ma anche quel sapore di sacro, di antico, di incancellabile. E' un blocco di pietra che ha sopravvissuto ad eoni ed eccolo lì, di fronte a noi.
Il secondo è il prima nominato Devonian Nascent. Non è soltanto d'obbligo nominarlo per via della presenza di Jonas Renkse ma anche per il modo nel quale questa presenza cresca con questo brano e come questo brano cresca grazie a lei. E' qualcosa che non ascolteremmo mai nei Katatonia e, nello stesso tempo, una sfumatura assolutamente diversa dentro alla musica del collettivo. Una collaborazione artistica che c'entra perfettamente il suo scopo. Brano prezioso da riascoltare fino alla stanchezza. 



Phanerozoic I: Palaeozoic è quindi un regalo dal passato remotissimo, una testimonianza viva di quello che forse non riusciamo neanche ad immaginare.I The Ocean in un certo modo ci ricordano con questo disco che noi, umani, non siamo i proprietari del nostro pianeta ma siamo ospiti. Ci ricordano anche che la storia c'insegna quanto facile sia l'estinzione e l'evoluzione. E' una specie di monito d'allerta da ascoltare assolutamente.

Voto 9/10
The Ocean - Phanerozoic I: Palaeozoic
Metal Blade Records/Pelagic Records
Uscita 02.11.2018

Sito Ufficiale The Ocean
Pagina Facebook The Ocean

venerdì 26 ottobre 2018

Avast - Mother Culture: uomo e natura, il conflitto eterno

(Recensione di Mother Culture degli Avast)


Tutto inizio è una scommessa, è un buttarsi a capofitto dentro a un futuro auspicabile ma mai immaginabile fino in fondo. Solo i tonti presuntuosi dichiarano di trionfare ancora prima di vivere. L'inizio può essere una fine ma può essere anche una porta spalancata a una nuova realtà che supera l'immaginazione. La musica è piena d'inizi. Qualcuno luminoso, in tanti altri, invece, così cupi da chiudere qualsiasi sogno, da cancellare l'ambizione di essere completamente appagati. Ma l'inizio è anche un atto di coraggio, di voler buttarsi dentro al sogno che ognuno custodisce.

Mother Culture

Indubbiamente se una casa discografica importante si fida di pubblicare il debutto di una band è perché nutre una grande fiducia nella stessa, perché crede che quello che musicalmente viene fuori è un "prodotto" che funzione, che è vendibile, che farà strada. Nel caso della Dark Essence Records, casa discografica norvegese, proprietaria di certe pubblicazioni notevoli dentro al mondo del metal, la sfida ha un nome: Mother Culture, primo disco degli Avast. Basta un singolo ascolto per capire come mai sia stata riservata una grande fiducia a questa band e a questo disco: questo è un lavoro di quelli che lasciano un segno. Un lavoro che svela una grandissima personalità e che, in certo modo, può rappresentare l'evoluzione di un genere "giovane" come il blackgaze. Questo perché nelle note che vengono fuori da questo disco c'è un'impronta nuova, una luce diversa che riesce ad illuminare degli angoli che fino ad adesso era rimasti nel buio. Come al solito questo pregio è dovuto alla volontà di mettere insieme tutta una serie di sensazioni sonore, congiungendo in un unico cerchio tutte le influenze e le inquietudini musicali che passano nella testa dei musicisti della band. Bisogna dire un grande grazie perché è così che si costruisce futuro, e questo genere di futuro è molto interessante.

Mother Culture diventa, quindi, il modo perfetto di capire qual è il messaggio musicale degli Avast. Un messaggio che, come dicevo prima, tende a spostare i confini del blackgaze grazie alla lungimiranza della band. Com'è normale pensare, da una parte questi confini s'indirizzano verso il black metal, genere che messo insieme allo shoegaze ha dato nascita al blackgaze. Arrivati a questo punto non c'è alcuna novità, che viene fuori con due aspetti fondamentali. Da una parte c'è il fatto che gli altri confini appartengano al terreno del "post", in concreto post rock e post black metal. Questo aspetto ci mette di fronte ad un lavoro imprevedibile, in continua mutazione. Un lavoro che è tanto devastante quanto incantevole. Pieno di bellezza ma crudo fino all'osso. L'altro aspetto fondamentale è quello che viene fuori considerando la radice musicale che ha lasciato un grande solco anche nel momento di comporre i brani. La band dichiara di avere una provenienza dal punk rock e l'hardcore, cioè generi asciutti, diretti, spregiudicati. Cosa c'entra tutto ciò con questo disco? Il fatto che sia un lavoro concreto, un lavoro che non si perde in innumerevoli sviluppi ma ha molto chiaro e definito dove dover andare. Il bersaglio viene centrato velocemente e con grande precisione.
Non bisogna assolutamente trascurare il fatto che Mother Culture è un disco concettuale che si rifà al libro Ishmael di Daniel Quinn. Libro che cerca di illustrare la relazione tra l'uomo e la natura, in una convivenza mai facile dove ogni parte sembra voler governare l'altra. Questo conflitto si sente costantemente, mettendo di fronte la parte black e quella post rock, come se la crudezza della prima si scontrasse con la bellezza della seconda. Ma il gioco interessante è che non è mai chiaro quale parte corrisponde alla natura e quale all'uomo. 

Mother Culture

Mother Culture è, dunque, un disco conflittuale. Un disco che si basa sulla più importante relazione di sempre, quella tra uomo e natura. Gli Avast sono abilissimi a mettere in risalto questo conflitto, a fare osservare tutto da diverse prospettive, non solo testuale ma soprattutto musicali. E, cosa più importante, da questo esercizio viene fuori un'evoluzione musicale che farà giovare tutti gli amanti del metal e di tutto il suo mondo, complesso, ricco e bellissimo.

Avast

Per dare l'idea dello spettro che abbiamo di fronte selezione due delle tracce di questo lavoro.
La prima è l'omonima traccia, Mother Culture, dove l'energia trascinante della parte black si mette subito in risalto dando l'idea all'ascoltatore di essere di fronte a un disco di post black metal. Ma bastano un paio di minuti per capire che, invece, il disco si nutre dalle sonorità del blackgaze. E dopo un altro paio di minuti ecco che tutto si evolve ancora una volta regalando una parte strumentale degna delle migliori band di post rock
La seconda è An Earnest Desire dove le carte si capovolgono. Tutto inizio lento, bello, onirico ma l'incantamento non dura troppo perché il conflitto è sempre lì, protagonista assoluto di questo lavoro. Diventa tutto devastante, un'onda d'urto che non vuole ammorbidirsi.


Non ho alcun dubbio che ne sentiremmo parlare degli Avast e che se la loro strada procederà su binari dritti non sarà difficile individuarli come capisaldi di una corrente nuova dentro del metal. Mother Culture è un signore disco, tanto impattante quanto emozionante, tanto complesso quanto diretto, tanto dissacrante quanto speranzoso. Un primo LP che spalanca porte e che lascia con la voglia di ascoltare altro, perché l'anima è sempre affamata di fronte ad opere come questa.

Voto 9/10
Avast - Mother Culture
Dark Essence Records
Uscita 26.10.2018

domenica 21 ottobre 2018

Wang Wen - Invisible City: come si colora qualcosa d'invisibile?

(Recensione di Invisible City dei Wang Wen)


La nostra Terra è un essere vivo e noi umani, generazione dopo generazione, siamo delle specie di cellule che alimentano o distruggono. Per quello è indubbio che in qualsiasi nazione, in qualsiasi città, in qualsiasi paese, la cosa fondamentale sia quella di prendersene cura delle generazioni giovani. Perché sono loro quelli che tramandarono i corretti insegnamenti, saranno loro a tenere in salute il pianeta o a distruggerlo sempre di più. E, alla loro volta, ripeteranno l'insegnamenti ai giovani del futuro. L'educazione è tutto, è la frontiera tra un fallimento e un trionfo, tra la perseveranza della memoria e la superficialità dell'amnesia. 

Tutto mondo è paese. Così si suol dire e a quanto sembra è veramente così. Possiamo avere differenza culturali ma certi aspetti rimangono sempre immutati. Per quello l'ascolto di Invisible City, dei cinesi Wang Wen, dei quali mi occupai qualche tempo fa col loro disco precedente, Sweet Home, Go!, ha la magia di diventare trasversale e di unificare le realtà concrete di tanti paesi. Non importa che la Cina sia il gigante della terra, non importa che la loro economia fiorisca e cresca sempre di più. Certi problemi sono comuni a loro come possono esserlo a un piccolo paese sperduto nel centro dell'Europa o di una città ormai decadente del Sud-america. 
Da dove viene fuori questa affermazione? Dal fatto che come la band stessa dichiara, questo nuovo lavoro risponde alla triste realtà della loro città nativa, Dalian, città del nord della Cina che anche contando con più di sei milioni di abitanti vede come intere generazioni di giovani vadano via a cercare migliori prospettive economiche. In questo modo la città popolosa si trasforma in una città fantasma. Ma come dimostrano i brani contenuti in questo lavoro questo è un disco di speranza, un disco che pretende dare nuovo colore alla città in modo che sia apprezzata da tutti.

Invisible City

I Wang Wen hanno una grande capacità, ed è quella di essere assolutamente globali. Sicuramente aiuta molto il fatto che la loro scelta musicale sia quella del post rock, cioè creazioni strumentali che non lasciano alcuno spazio alla presenza vocale. Chi ascolterà, o ha già ascoltato Invisible City, sarà d'accordo che quello che si ascolta in questo disco potrebbe provenire da qualsiasi angolo del mondo. Ed è qui che voglio soffermarmi un po', perché dal mio punto di vista non è assolutamente semplice o scontato che sia così. In queste note, intrecciate meravigliosamente, non c'è uno sforzo "patriotico" ma bensì l'individuazione di quello che è la parte midollare, cioè il fatto che una città è viva e visibile grazie alla nuova linfa delle generazioni giovani. Perché le città sono creature viventi, sono essere che mutano, che cambiano pelle, che migliorano o peggiorano, che accolgono o rigettano, che affascinano o inorridiscono. Per quello abbiamo centinaia di esempi di città che hanno saputo reinventarsi regalando un nuovo fascino nascosto. Per quello questo disco è un disco di speranza, un invito a osare, a convincersi che quella città può essere la tua propria casa.

Invisible City ci pone una domanda fondamentale: come si colora qualcosa d'invisibile? La riposta dei Wang Wen è bellissima: con la musica. E quali sono i colori che riempiono l'aria? Quelli globali, quelli dell'appartenenza locale ma anche quella degli angoli più remoti del mondo. Per quello questo disco è per tutti, per quello è bello, per quello ascoltarlo fa bene, perché ci sono molte più città invisibili da quanto crediamo.

Wang Wen

Come faccio ogni tanto non credo che sia corretto limitarsi all'ascolto di poche tracce ma questo lavoro merita di essere inglobato nella sua totalità, ma prendo quello che per me rappresenta i momenti salenti.
Lost in Train Station. Brano volutamente confusionario che prende come riferimento una stazione di treni, che può essere caotica, crudele, malfamata, stressante. La via di fuga ma anche di un ritorno non sempre desiderato. L'emozione di un addio, le lacrime di una madre che vede partire il proprio figlio. Per quello perdersi in quella condizione diventa un'esperienza ancora più forte e devastante.
Silenced Dalian. Non c'è alcun dubbio sul fatto che questo disco abbia come musa la città di Dalian ma molto probabilmente è in questo brano che quest'amore diventa ancora più diretto. E non c'è nulla di peggio di vedere che il tuo proprio amore non è più quello che era e adesso vaga silenzioso ricordando tempi migliori. Per quello questo brano è nostalgico per poi diventare rumoroso, perché s'impone di riempire gli spazi vuoti. L'iniziativa è un bocciolo se è giusta ed indubbiamente Dalian si riempirà di fiori.


Invisible City è una dichiarazione d'amore verso la propria città. Ma è anche una proposta, una nuova via, un invito a far circolare nuovo sangue per rendere migliore quello che esiste adesso. Quello che Wang Wen cercano non è soltanto comunicare, solo con la musica, la loro realtà, ma anche essere una pietra miliare per creare una nuova corrente, e chi lo sa, forse tra qualche anno sentiremmo parlare di Dalian in un modo luminoso.

Voto 9/10
Wang Wen - Invisible City
Pelagic Records
Uscita 28.09.2018

giovedì 18 ottobre 2018

Beyond Creation - Algorythm: decifrare l'algoritmo della comprensione

(Recensione di Algorythm dei Beyond Creation)


Per chi entra nel mondo della musica non è una sorpresa vedere quanta matematica ce ne sia all'interno. Sequenze, algoritmi, serie numeriche, formule e tanto altro. C'è chi riesce ad avere un'approccio "scientifico" verso la musica, mettendo volutamente in gioco quelle caratteristiche, e chi, invece, cerca di fare tutto istintivamente. C'è chi riesce a dominare senza problemi gli schemi complessi e chi preferisce farsene da parte. 
Sia come sia credo che la cosa essenziale stia nel riuscire a non rendere protagonista la matematica e che, dunque, all'ascoltatore arrivi solo la parte "musicale". Perché più importante della scienza nella musica c'è l'arte.

Algorythm

La carriera dei canadesi Beyond Creation ha sempre vissuto una strada in discesa. Seppur ci siano "soltanto" tre full lenght all'attivo il loro nome è molto rispettato e ben accolto. Indubbiamente questo è dovuto alla capacità musicale di costruire dei brani di grande complessità ma che arrivano abbastanza facilmente. Oggi mi occupo di Algorythm, la loro terza fatica. La prima cose che viene fuori ascoltando questo disco è la piacevolissima sensazione di sentire tutti gli strumenti separatamente, e suonati con grandissima capacità, e stare di fronte ad un'insieme. Ascoltando la loro musica mi è impossibile non pensare, almeno parzialmente, alla musica dei grandissimi Cynic, grazie, soprattutto, al basso fretless, alla costante evoluzione nello sviluppo dei brani e nelle contaminazioni sonore che mettono in evidenza la voglia di essere costruttori di novità. Il paragone fatto ha una validità parziale, in quanto il risultato finale dimostra che ogni band ha una metà diversa, e che ci arriva senza problemi. Nel caso dei canadesi questa meta è quella di portare una riflessione profonda sulla vita, qualcosa d'esistenzialista, sull'antropologismo e sulla storia.

Algorythm

Come succede molto spesso quando un gruppo ha le idee chiare un disco diventa un flusso potente che va in quell'unica direzione. Nel caso dei Beyond Creation quel flusso è complesso e profondo. Per quello non sembra un caso la scelta del titolo dell'album: Algorythm. Il disco sembra essere un algoritmo da decifrare, una specie di sfida tra band e ascoltatore. Per quello non c'è nulla di semplice o scontato. Principi comuni a un genere como il progressive tech death metal ma che rischiano, a volte, a rimanere solo concentrati sulla bravura dei musicisti risultando più un'esibizione delle proprie capacità che un vero e proprio insieme corale. E anche se il death metal risulta essere l'ancora della nave non ci sono privazioni in quanto ad aperture musicali. Per quello c'è spazio a un'utilizzo di assoli, sia di chitarra che di basso, che ricordano il metal anni 90, per quello ci sono degli intermezzi strumentali jazzistici e per quello ci sono momenti di calma, come se la costruzione di paesaggi sonori diventasse un obbligo, un modo di ricondurre molto più facilmente l'ascoltatore al mondo che si vuole raccontare. Tutto ciò è possibile grazie all'anima progressive che riscrive le regole del gioco volta per volta, lasciando ai musicisti una chiara possibilità d'intraprendere le strade preferite senza curarsi di come e quando. Questo bisogna ringraziarlo perché è lì che si nutre l'idea d'esposizione di un algoritmo da decifrare, e per quello è fondamentale regalare al disco diversi ascolti concentrati. 

Algorythm

Algorythm ha il fascino di quei giochi numerici dove bisogna individuare la formula che permetta di sapere come è venuta fuori proprio quella serie. I Beyond Creation si spingono anche oltre, perché non basta individuare un'unica formula per tutto l'album, bisogna anche sottoporre ad attento sguardo ciascuna delle canzoni che lo costruiscono, come se ci fosse una serie sopra ad ogni singola serie. Comprendere è una sfida.

Beyond Creation

Prendo due brano (o algoritmi?).
Il primo è The Inversion. Chitarre in stile Cynic, basso fretless cavalcante, batteria serratissima e martellante, così ci riceve per poi dare spazio alla parte più death. Andando avanti c'è spazio per gli assoli dimostrando che questa è una band che non ha paura a guardarsi indietro. E forse la parte principale, e più interessante, è quella che viene dopo dove il tempo sembra calare, dove le chitarre si rallentano, dove la voce si sussurra. Questo è dipingere con la musica.
Il secondo è Binomial Structures e lo scelgo perché permette di vedere l'altra anima della band, quella che viene fuori quando s'intraprende la strada strumentale. Questo brano potrebbe essere un brano progressive perché non c'è praticamente traccia della parte death. Tutto s'intreccia, tutto dialoga, tutti gli strumenti hanno il giusto spazio senza per quello diventare una "palestra" musicale. Funziona, cattura e ci fa capire il senso di costruzione musicale che la band insegue e le fonte dalle quali ha bevuto.



Algorythm è un disco che parla molto direttamente di quello che è il percorso musicale dei Beyond Creation. E' un modo di capire quello che amano, quello che è stato il loro alimento musicale e quello che mettono insieme con passione e con una grandissima capacità musicale. E' un scanner che fa venire fuori un risultato affascinante e non sempre facile da interpretare.

Voto 8,5/10
Beyond Creation - Algorythm
Season of Mist
Uscita 12.10.2018

mercoledì 17 ottobre 2018

Anteprima esclusiva: Zombies Ate My Girlfriend - Immolation

E' con grande piacere che vi presento, in anteprima esclusiva per l'Italia, il primo singolo del prossimo LP dei sudafricani Zombies Ate My Girlfriend. Il disco, intitolato Shun the Reptile, uscirà il prossimo 2 Novembre, edito dalla Burning Tone Records.


Zombie Ate My Girlfriend

Il brano in questione s'intitola Immolation e ci da un'immagine oscura ma molto reale della vita di tutti i giorni in Sudafrica. Il chitarrista della band, Adriano Rodrigues, commenta: "Viviamo in un posto molto violento. Ci sono certe cose che accadono regolarmente che farebbero rizzare i capelli ai cittadini del primo mondo. Neonati buttati nella spazzatura, bambini affogando in grandi latrine. Voglio dire, letteralmente affogando in una tomba di feci. Fai una passeggiata di notte in tanti posti solo se vuoi essere rapinato, rapito o assassinato. Dirottamenti, invasioni di case, nelle città, nelle periferie, nelle zone rurali e nelle metropoli. Nessuno è a salvo qui. E' un costante flusso dei più orrendi atti che si possa immagine contro i tuoi cari, donne, uomini e bambini. Siamo veramente il paese del "tienimi la mia birra" della grottesca morale."
Aggiunge: "Credo che è a questo che viene il: "i miei occhi ne sono pieni". Ormai siamo bombardati ogni giorni con il report degli atti più vili immaginabili, morte e rapimenti. Ho l'impressione d'iniziare a vivere una specie di morbido trauma. E' qua arriva Immolation, che parla di tutto ciò e della gente che paga questo prezzo con la vita."


Immolation

I Zombies Ate My Girlfriend nascono nel 2012 e sono una delle maggiori band metal del Sudafrica. Hanno condiviso il palco con grandi band e nel 2016 hanno vinto il Waken Metal Battle, nel famosissimo festival Waken Open Air in Germania, essendo la prima band sudafricana ad aver raggiunto questo traguardo. Il nuovo disco, Shun the Reptile, sarà presentato in novembre in Sudafrica e nel 2019 è in programma un tour in Germania.

E adesso, senza ulteriore indugio, eccovi l'esplosiva Immolation: