mercoledì 12 ottobre 2016

MONO - Requiem for Hell: il viaggio verso il nostro paradiso personale

(Recensione di Requiem for Hell dei MONO)


C'è del monumentale nella nostra vita. C'è del monumentale nella cultura. C'è del monumentale nella storia. C'è del monumentale nell'architettura. L'uomo ha bisogno di ricordarsi che è tanto oltre ad un corpo. Il monumentale va venerato, va celebrato perché ci va capire di che cosa possiamo essere capaci.

Requiem for Hell è monumentale. Lo è perché racconta senza parole un'opera così monumentale come la Divina Commedia di Dante e regala degli omaggi sonori impressionanti. Il nono album dei giapponesi MONO è sinfonico non solo per via dei curati arrangiamenti per corde ma soprattutto perché ha un'intenzione alta e forte. E' un disco senza falsa modestia e con una grandissima ambizione. E' curato, intenso e coinvolgente e raggiunge un risultato impeccabile.



Questo Requiem for Hell differisce dal binomio The Last Dawn / Rays of Darkness introducendo, nuovamente, una dimensione orchestrale alla musica del quartetto giapponese. La mossa si rivela assolutamente azzeccata perché la contrapposizione che si crea tra "strumenti rock" e quelli "classici" da un'idea perfetta di quello che è questo lavoro. Un lavoro interamente strumentale che potrebbe accostarsi facilmente al post rock di scuola Godspeed You! Black Emperor. Accostarsi ma non assomigliare fino in fondo perché i MONO sono perfetti padroni di una loro personalità musicale piena di sicurezza. La parte orchestrale viene giostrata al meglio essendo un riempitivo perfetto a quello che il gruppo racconta in ognuna delle cinque tracce di questo nuovo lavoro. Il punto di partenza è sempre quello del formatto "rock", due chitarre, basso e batteria, e viene abbellito dalle corde ed il pianoforte accrescendo ogni canzone.

Il viaggio musicale proposto dai MONO, perché sì, questo è uno di quei dischi che fa viaggiare, è epico, misterioso, bellissimo e terrificante nello stesso tempo. E' un'odissea tra gironi infernali, purgatori e paradisi ma è molto di più. Sarebbe facile rimanere dentro all'aspetto "romanziere" e vivere questo disco come la lettura di un libro di fantascienza ma è molto di più. La grandissima qualità di questo Requiem of Hell è che ci fa capire che questo viaggio è il nostro personalissimo viaggio. Siamo noi stessi ad attraversare l'inferno, il purgatorio per cercar di raggiungere il nostro personale paradiso fatto di eventi imparagonabili come la nascita di un figlio. Siamo noi ad essere monumentali perché sopravviviamo a noi stessi, ai problemi ed alle difficoltà. Per quello questo disco è pieno di bellezza, costruito con quella brezza sonora che i bravi gruppi di post rock riescono a ricreare. Ma la bellezza della quale parliamo non è fatta di cose scontate, non si basa in tonalità maggiori ed in cliché di uso e consumo massivo. E' una bellezza che nasce dai processi, dal tempo, dal lento cadere di una foglia in autunno, dal giaccio che si scioglie quando viene primavera. Come vedete i quadri dipinti con la musica sono tangibili oltre che osservabili. 



La title track Requiem for Hell è l' apoteosi fatto musica. E' il vagare tra mondi sommersi fino ad essere circondati dal buio totale. E' un brano di quasi 18 minuti che ci regala la versione più "rock" dei MONO dove il quartetto si esprime al meglio con i quattro strumenti aggiungendo solo semplici sfumature orchestrali. E' un'intenso passaggio che porta la melodia al bordo della dissonanza. 
The Last Scene è, anche esso, monumentale ma non necessita di particolare sviluppi. Parte già con un peso immenso che traduce l'osservazione di Dio, inteso come essere creatore. Dunque un momento unico, di un'immensità che potrebbe portare alla pazzia dove tutto ha senso. La magia dei MONO sta nel tradurre questo momento in un momento carico di nostalgia, di malinconia, forse, di quell'attimo prima dove il cerchio non si era ancora completato.
Ely's Heartbeat è un dono che la band ha fatto alla primogenita di un loro caro amico usando le registrazioni del battito di cuore che si sente durante l'ecografia. La piccola Ely è fortunata perché poche persone possono vantarsi di avere una canzone tanto bella come regalo.



Requiem for Hell ci ricorda cosa siamo. Ci fa pensare capendo che la nostra forza è di gran lunga superiore a quello che, normalmente facciamo. Ogni individuo è un tesoro, è un potenziale creatore di bellezza. I MONO con questo meraviglioso disco ce lo ricordano. Grazie.

Voto 9/10
MONO - Requiem for Hell
Pelagic Records
Uscita 14.10.2016

lunedì 10 ottobre 2016

I Giardini di Chernobyl - Magnetica: due demoni all'interno

(Recensione di Magnetica di I Giardini di Chernobyl)


Nei processi temporali è molto interessante come la cultura si sviluppa e prende direzioni impensabili. E' ancora più interessante vedere come gli impulsi culturali si addentrano e ricreano una personalità propria a seconda dei paesi. Non entra in gioco un aspetto folcloristico, non è una conseguenza di un processo storico, è un'esplosione spontanea come un deserto fiorito.

Questa premessa ha senso per introdurvi l'EP del quale vi parlo quest'oggi. Il lavoro che cercherò di decifrare per voi è Magnetica degli italiani I Giardini di Chernobyl. Perché ho fatto questa premessa? Perché aldilà del fattore linguistico le cinque tracce che compongono questo disco hanno una forte impronta italiana e questo è un fattore interessante che si presta ad essere analizzato più accuratamente. 
I Giardini di Chernobyl sono un power trio alternativo dove l'aspetto "power" è veramente presente ed importante. Le loro canzoni sono energiche ondate sonore che non hanno paura di essere acide e fumose. Infatti la loro musica naviga nella acque di quell'indie italiano scuola Verdena o Marlene Kuntz, e come questi gruppi non mancano le strizzate d'occhio verso il noise. Il punto che invece allontana la band da quelle precedentemente nominate è una nota di cattiveria di più, di flirt non troppo velati verso il sound del metal in chiave moderna. La distorsione della chitarra e l'incastro basso batteria regalano quella nota in più dalla quale, purtroppo, molti gruppi della scena alternativa nostrana sembrano di fuggire, come se fosse un'eresia. Infatti il trattamento sonoro riservato alle chitarre e la programmazione ritmica, per esempio in Odio il Sole, danno uno spunto che ha molto da industrial.



L'impressione che viene fuori ascoltando questo Magnetica, è che ci siano due demoni che convivono e lottano all'interno della band. Da una parte c'è quella tradizione alternativa italiana fatta da nomi iconici che sono veramente riusciti a creare una sonorità che difficilmente si trova in altri paesi. Dall'altra c'è quel respiro più "internazionale", fatto da una certa attitudine sonora più spinta e di quelle "infiltrazioni" sonore molto interessanti che danno spazio alla manipolazione sonora e aprono una piccola finestra all'elettronica. Quest'ultima parte, dal mio punto di vista, è quella da celebrare maggiormente perché dona originalità e modernità. 

C'è da specificare che i cinque brani che compongono Magnetica hanno caratteristiche diverse. Due di loro, Iago ed Odio il Sole, sono le versioni originali di due brani che poi hanno trovato spazio in Cella Zero, primo disco della band. I restanti tre brani sono, invece, degli inediti. In tutti casi non si sente una differenza significativa tra tutte le canzoni. Qualcosa che sì che si apprezza, è che i brani più attuali giocano di più con la dinamica alternando parti lenti e altre forti. I primi, invece, sono molto più di getto, molto più impulsivi.



Pesco dunque una canzone di ogni "periodo" come consiglio.
Per quanto riguarda "l'antico" scelgo la prima citata Odio il Sole per via della sua ricerca sonora che accosta la band ad una scuola internazionale. E' un brano energico che si costruisce su chitarre distorte e ritornelli che esplodono con grande energia.
Invece per il "nuovo" vi consiglio Il Giardino delle Farfalle. Brano acido che inganna facendo pensare che si tratta di una ballata ma che in realtà non lo è mai. Molto bella la linea di tastiera che da un tocco melodico al rumore di sottofondo.



I Giardini di Chernobyl hanno un grande potenziale, hanno un suono equilibrato ed energico e questo Magnetica suona benissimo. Sarebbe interessante vedere come si svilupperà la loro musica e nel personale tenderei a spingere molto di più sulle contaminazioni elettroniche e quel sound cattivo fatto di distorsioni cupe, perché è lì che radica l'originalità ed una voce nuova nel panorama italiano. Sono sicuro che continueremmo a parlare di loro.

Voto 7,5/10
I Giardini di Chernobyl - Magnetica
Zeta Factory
Uscita 24.10.2016



venerdì 7 ottobre 2016

KARG - Weltenasche: l'introspezione fatta musica

(Recensione di Weltenasche di KARG)


La musica, come tante altre discipline artistiche è un modo per esorcizzare i fantasmi che ci portiamo dentro. Per quello nella carriera di ogni artista ci sono diverse tappe, dischi solari ed altri immersi nell'oscurità totale, oscurità che si traduce in tanti modi, depressione, rabbia, aggressività, introspezione. Bisogna stare alla larga degli artisti che non sono onesti, che dipingono un mondo che non è il loro.

Quest'emotività tanto spinta è chiave e fondamentale nella musica di J.J., pseudonimo della mente che si cella dietro al progetto KARG. La sua discografia è un riflesso della sua vita, di quel che sente in ogni momento, del suo modo di rapportarsi col mondo. E', perciò, coerente che il suo terzo disco sia stato il suo modo di raccontare le sue sensazioni sull'assunzione di medicinali anti depressivi, patologia che lo afflisse alla fine della registrazione del suo secondo disco, o che il quarto disco abbia tradotto tutto il suo disappunto in aggressività ed energia.
La domanda essenziale è: ed oggi? In che tappa vive KARG? La mia risposta sarà solo l'interpretazione di quello che trasuda dal suo quinto disco: Weltenasche.



Il primo concetto chiaro è quello della complessità. Weltenasche è un disco che non appartiene ad un singolo genere musica ma striscia in mezzo a diversi input. Infatti l'ascolto dei primi minuti potrebbe suggerire di essere di fronte ad un pregevolissimo lavoro post rock ma bastano pochi secondi per rendersene conto che non è così. Questo disco passeggia senza problemi tra quel genere, il black metal, il shoegaze, il post metal ed anche, perché no, il death metal e la new wave. La cosa particolare è che quest'insieme non viene concepito come un nuovo genere, cosa che viene fatta da altri artisti, ma lavora come se fosse un collage sonoro. Questa concezione artistica si sviluppa in due direzioni, orizzontale e verticale. Nel primo caso perché determinati punti sono una successione di parti che potremmo inglobare nei generi prima descritti. La seconda perché, invece, in altre porzioni si coniugano insieme caratteristiche proprie di questi diversi suoni; è così che ci possiamo ritrovare una base strumentale assolutamente post rock sulla quale la voce canta con un registro black metal
Come al solito quando si ha a che fare con un lavoro del genere le vie sono due, o le ambizioni sono tante da finire per inciampare in un progetto troppo grande per le reali capacità o l'obbiettivo è stato centrato dando nascita ad un lavoro coerente. Nel caso di KARG l'alternativa valida è la seconda. Weltenasche è un disco che funziona molto bene e che permette di scoprire degli aspetti di coerenza tra questi generi che, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare sconnessi. 

Per rispondere alla domanda che è sorta prima bisogna aggiungere un altro dato significativo. Weltenasche è il primo disco di KARG ad essere completamente cantato nel suo dialetto nativo, quello dei monti di Tennen, in Austria. Scelta molto particolare perché fa diventare l'intero lavoro in qualcosa di alquanto ermetico e di facile e totale comprensione solo per un limitato pubblico.
Prendendo in considerazione questa caratteristica e l'insieme d'impulsi musicali presenti in questo Weltenasche posso azzardare a dire che per KARG questo è il disco della maturità. Lo è perché la scelta della lingua, o del dialetto, fa capire che è qualcosa di privato, di molto interno, e la musica mette in mostra l'universo musicale dell'artista austriaco. E' un KARG che si denuda di fronte all'ascoltatore raccontando la sua vita, la sua rabbia, i suoi fantasmi, le sue paure. Il risultato è molto bello, perché in mezzo a tutte quelle ombre spicca un mondo interessante da apprezzare completamente.



Come sempre cerco di lasciarvi qualche impulso che vi permetta di avvicinarvi a questo disco.
Il primo consiglio è Tor zu tausend Wüsten, brano che permette di apprezzare abbastanza fedelmente quell'insieme di elementi musicali che prima ho descritto. E' un brano molto completo, interessante dal punto di vista musicale.
Il secondo brano da consigliare è ...und blicke doch mit Wut zurück che inizia con delle sonorità che potrebbero addirittura avvicinarsi alla new wave per poi svilupparsi in quel mix tra sonorità post e black.



Tirando le somme Weltenasche è un disco illuminante perché mette in relazione una serie di generi che potrebbero sembrare distanti grazie all'aspetto che gli unisce, cioè l'introspezione. Quello che sentiamo è quello che KARG ha dentro, è la sua storia ed i suoi sentimenti. Un esercizio di onestà ben riuscito.

Voto 8/10
KARG - Weltenasche
Art of Propaganda
Uscita 14.11.2016

mercoledì 5 ottobre 2016

Neurosis - Fires Within Fires: sotto la vernice è tutto grigio

(Recensione di Fires Within Fires dei Neurosis)


Fate quest'esperimento: prendete una quindicina di persone, leggete loro un racconto e chiedete di disegnare una loro interpretazione di quello che hanno appena sentito. Qualcuno farà dei disegni più o meno simili a qualcun altro. Altre persone, però, disegneranno delle cose che non avranno nulla a che fare con i restanti disegni e che, ad un primo sguardo, sembrerebbero non aver nulla a che vedere col racconto, ma ascoltando la spiegazione degli autori dei disegni si capirà come quelle parole siano riuscite a provocare una certa reazione. Nella musica succede lo stesso. Le "risposte" ad un determinato input saranno diversissime ma assolutamente originali, anzi, più originali sono più si apprezza l'autore.

I Neurosis sono maestri nella creazione della loro propria strada. Si sono inventati, distrutti, reinventati. Non si sono mai messi dei limiti dentro alle loro proprie creazioni ed hanno assecondato la loro onestà, sempre. Nel loro ultimo lavoro, Fires Within Fires, quest'onestà è assolutamente palpabile. Questo è un LP che non suona a post rock, neanche a sludge. No, questo lavoro suona a Neurosis e basta. Non ci sono logiche dentro, non ci sono patroni predefiniti che vengono seguiti dalla band. La musica s'illumina e si spegne come se si posizionassi un bambino di fronte all'interruttore lasciandoli piena libertà su quando accendere o spegnere.



Fires Within Fires è acido, è cupo, è viscerale, è paranoico. E' un disco che curiosamente dentro a tutta la libertà creativa è assolutamente coerente. Le sue canzoni sono graffianti come le distorsioni delle chitarre e come le voci presenti. Voci che non hanno alcuna intenzione "d'incantare" con la loro bellezza ma che incrementano quella sensazione che viene fuori ascoltando le cinque tracce di questo nuovo disco. Infatti se dovessi associare questo lavoro a un colore per me sarebbe il grigio piombo. Pesante, apatico, perché questo è il messaggio che arriva. Fires Within Fires è un nuovo esempio di protesta poetica, o artistica, sui limiti mentali che ci vengono imposti, su come alimentiamo un sistema che si nutre senza badare minimamente all'individuo. Per quello è un disco che ha la sua forza nel descrivere, anche solo sonoramente, questo mondo e poi schiaffeggiarci con violenza per farci aprire gli occhi e capire che c'è una via d'uscita. 

Come abbiamo accennato prima i Neurosis hanno la grandissima capacità di essere originalissimi con le loro composizioni. I loro brani prendono colori e sfumature che si collegano ad un certo genere per poi, senza preavviso alcuno, cambiare tutto. Questo Fires Within Fires è l'ennesima conferma. Ci sono parti che si ripetono ossessivamente che vengono troncate di netto  per dar spazio ad una nuova parte che sembra non avere nulla in comune con quella precedente e fino a quando non entra in gioco una terza parte non si capisce quale sia la coerenza che unisce tutto. Non è soltanto quello l'elemento che dona originalità alla musica della band statunitense. Entra anche in gioco quella loro capacità di "sporcare" sonoramente le canzoni aggiungendo strategicamente delle parti di synth o chitarra che sembrano reinterpretare a modo proprio la parte che suona di sottofondo. Infatti questo distacco occasionale è molto interessante e da l'impressione di essere quasi improvvisato, e dunque molto naturale.



Come consigli all'ascolto mi tengo la prima e l'ultima traccia del disco.
Bending Light riassume perfettamente i discorsi fatti in precedenza. E' un brano acido dove all'inizio distacca il basso effettato, che cambia improvvisamente registro per entrare nel vivo della canzone soltanto al minuto 3:40! Cioè a metà brano. La coda ci regala una performance pazzesca di batteria ricca di fills lunghissimi che danno circolarità a quest'ultima parte.
Reach è invece la canzone più lunga dell'intero lavoro. Dura 10 minuti e 36 secondi e ci regala il brano più "epico" sempre quando ci sia consentito utilizzare quest'aggettivo. In tutti casi questa "epicità" non ha nulla a che vedere con l'accezione che normalmente le viene data nel metal. E' un brano bellissimo per come si sviluppa, per l'utilizzo delle voci che si armonizzano in punti precisi dando un'enfasi drammatico molto interessante. E', forse, il brano che più si avvicina ad un'idea di post metal ed è bellissimo pensare che soltanto nei ultimi due minuti e mezzo le chitarre diventano distorte senza che per questo il brano non sia un brano "forte". La chiusura è un urlo sommerso, perfetta metafora dell'intero disco. 



Fires Within Fires è un disco necessario. Lo è perché viviamo limitati da una promessa di libertà che in realtà non abbiamo mai. Siamo schiavi di sistemi che teoricamente noi stessi ci siamo scelti. I Neurosis sono acidi, corrosi, violenti e caotici perché quello è il modo di scuoterci, di farci aprire gli occhi almeno per qualche secondo. Per quello non si può dire che sia un disco bello, da canticchiare mentre ci facciamo la doccia ma è fondamentale, perché graffia. E le ferite ci ricordano come mai ci siamo fatti male, da soli. 

Voto 8,5/10
Neurosis - Fires Within Fires
Neurot Recordings 
Uscita 23.09.2016

lunedì 3 ottobre 2016

Opeth - Sorceress: nessun posto è come casa

(Recensione di Sorceress degli Opeth)


Qualche volta bisogna percorrere delle strade per capire dove si vuole arrivare veramente. Queste strade possono essere molto diverse, possono cambiare nel tempo e possono dar l'impressione di condurci da tutta un'altra parte, ma quando finalmente raggiungiamo la meta sappiamo che siamo dove vogliamo essere e che il viaggio, quasi odissea, è valso la pena. 

Per gli Opeth questa metafora è più che valida. Per i vecchi amanti della parte death metal della band bisogna mettersi l'anima in pace. Da anni, ormai, è chiaro che per la compagine svedese i tempi di Deliverance, che vi abbiamo recensito qua, e compagnia bella sono finiti e sotterrati. Il problema è che il grosso cambiamento era sembrato di altissimo livello con Heritage, disco che col passo del tempo si è rivelato un lavoro di passaggio tra il passato e il presente del gruppo, ma con Pale Communion era sembrato troppo forzato, dando l'impressione che gli Opeth avessero cambiato vestito indossando delle veste che appartenevano ad altri. Per quello l'uscita di Sorceress doveva dare un po' di risposte sull'onestà musicale della band e sulla loro capacità di continuar a regalare dei dischi meravigliosi.



Come la domanda è molto impegnativa è meglio elencare una serie di elementi prima di tirar fuori un giudizio. 
Sorceress è un disco con un'impronta marcatissima di quello che sono, e sono sempre stati, gli Opeth. Quell'insieme di progressivismo, di riff di chitarra devastanti che giocano a costruire delle montagne russe con il basso e la batteria, di dinamica esaltata tra parti lente ed altre veloci, di giochi di parte dove la band è prima intima ed acustica e poi sinfonica ed elettrica. C'è l'epicità, c'è l'impronta di mistero che è un altro marchio di fabbrica e c'è, soprattutto, la consapevolezza di star ascoltando dei musicisti pazzeschi, originali, tremendamente tecnici e concreti. 
Quel che sembra, ascoltando questa nuova fatica, è che dentro alla testa degli Opeth oramai sia scattata un'intenzione chiara, cioè quella di cambiare estetica e tipologia narrativa, e questo discorso non si collega soltanto alla parte lirica ma anche, e soprattutto, alla parte musicale. E' come se da scrivere in stile H.P. Lovecraft abbiano iniziato a farlo alla Edgar Allan Poe. Non è una metafora casuale perché simbolizza perfettamente il prima e il dopo della band. Il genere, o essenza, è sempre lo stesso ma il modo di lavorarlo è molto cambiato. Prima gli Opeth erano molto più legati all'immaginario metal e tutto partiva da quel punto, erano molto più diretti come lo può essere un racconto di Lovecraft. Ora, invece, sono degli architetti di canzoni, e le loro costruzioni riflettono una poesia molto più presente che si traduce nel tipo di arrangiamenti e nello sviluppo delle canzoni. Essenziale è il ruolo della tastiera, strumento che si presta a dare il contributo preciso in questa nuova volontà. 

Dunque sì, Sorceress è un disco molto poetico. E' un disco molto progressivo con sfumature che continuano ad associare la band svedese con quel prog anni 70 che sembrano adorare. I giochi d'assolo chitarra-tastiera- chitarra non fanno che incrementare quest'idea ma la cosa positiva è che l'impronta degli Opeth si sente chiara. Sono loro, nella ritmica, nella forza, nella capacità di far evolvere i brani in modi sorprendenti. Per quello questo disco da l'impressione di essere un punto d'arrivo. Non è più un'interpretazione nuova di un genere "vecchio" e non è, neanche, un ritorno alla tappa pre-Heritage. E' l'interpretazione poetica del'immaginario musicale e lirico degli Opeth. E' un racconto che sa di mistero, di profondo, d'ignoto, di medioevo. Curiosamente ricorda, per diverse cose, quel gran disco nato dalla collaborazione tra Steven Wilson e Mikael Åkerfeldt, cioè Storm Corrosion. Lo ricorda per l'ambiente che si ricrea, per l'idea di quanto è stato duro essere "quello diverso" in tempi oscuri. 



L'esercizio di "critica" di questo disco diventa, dunque, abbastanza difficile perché un conto è se si tratta dell'opera prima di un gruppo ed un altro conto è, invece, dover metterlo a confronto con una storia ricca di dischi meravigliosi che avevano, spesso, delle sonorità diverse. Spesso è il tempo a dare le migliori risposte ma su due piedi posso affermare che Sorceress è un disco molto bello, suonato meravigliosamente e che ha certi brani encomiabili che fanno vedere il meglio degli Opeth, ma fatico a elevarlo come parte dei miei dischi favoriti della band. Questo perché, ed è un giudizio assolutamente personale, mi manca quella parte metal che era unica e bellissima e certi passaggi progressivi mi sembrano eccessivamente forzati come se fossero fatti da manuale, quando invece gli Opeth se ne fregavano dei manuali, o piuttosto erano loro a scrivergli. Forse sono diventato nostalgico, chi lo sa. 

Come affermavo prima Sorceress ha dei brani che si candidano a far parte del repertorio classico della compagine svedese e, sicuramente, dal vivo avranno una grandissima resa. Io vi consiglio due.
Il primo è la title track. Brano che si apre con un'affascinante dialogo tra basso e tastiera giocando su melodia oscure che vanno a toccare il jazz. Lo sviluppo è ancora più interessante perché la ritmica schiacciante guidata dal riff di chitarra è veramente metal, quasi stoner. Stacchi, break, dialoghi, è tutto molto bello, è un brano che avanza con forza e concretezza. Ottimo.
Il secondo brano che vado a pescare è Strange Brew. E' una canzone che si lega perfettamente a tante altre canzoni degli Opeth che partono con un'intimità acustica piena di nostalgia per poi esplodere all'improvviso lasciando stupido l'ascoltatore. Sorprende ed affascina. 



Ci siamo lasciati con una domanda essenziale, cioè se Sorceress restituisce o meno l'onestà musicale della band e se è a livello di altri grandi dischi degli Opeth. A nome mio ho risposto già alla seconda parte. Per me questo è un disco complesso, costruito con una qualità impressionante che dimostra che gli Opeth meritano tutto il rispetto che si sono conquistati, ma non riesce ad entrarmi nel cuore come è successo con altri loro lavori. Naturalmente questo parere non può, ne deve, essere condiviso da tutti. Per quanto riguarda la prima parte credo che la band è riuscita perfettamente a fare un disco "alla Opeth". Per certi versi questo lavoro è molto più vicino a Heritage, che a sua volta era molto più vicino al passato musicale del gruppo, che a Pale Communion. Come ho spiegato prima cambia la forma ma non il fondo.

Sorceress è un disco bellissimo, di una qualità musicale difficile da trovare, con una personalità ritrovata. Non sarà sorprendente vederlo negli elenchi delle migliore uscite di quest'anno. Ma è un disco che continuerà a dividere i fans degli  Opeth tra i nostalgici e quelli che pensano che il presente è la miglior tappa di sempre. La palla passa a voi e, in un caso o nell'altro, ascoltate per bene questo disco perché merita tanto. 

Voto 8,5/10
Opeth - Sorceress
Nuclear Blast
Uscita 30.09.2016

Sito Ufficiale Opeth
Pagina Facebook Opeth

sabato 1 ottobre 2016

Alcest - Kodama: la perfezione della musica onirica

(Recensione di Kodama degli Alcest)


Per fortuna siamo essere poetici. Per fortuna la nostra vita non si basa soltanto nel soddisfare i nostri bisogni primari ed assecondare il nostro istinto. E' la poetica, l'immaginazione e la capacità di creare dei mondi diversi a quelli che viviamo quello che ci spinge a vivere. Facciamo dei sogni per inseguirli.

Neige degli Alcest lo sa bene. Sa che la musica è il veicolo per abbracciare i sogni, per dipingere con le note il mondo che vorrebbe e che lega tanto ai suoi ricordi d'infanzia. Sa, anche, che non è l'unico a pensarla così ed è abile a pescare nella cultura gli elementi che arricchiscono il suo discorso musicale. Per quello questo Kodama, quinto disco degli Alcest, guarda verso il Giappone e le concezioni oniriche che il paese del sole nascente sa regalare. 
Il fascino di quest'esercizio sta nella traduzione degli stimoli, nel modo di dare una concretezza alle influenze ed idee. E' affascinante perché fate queste premesse si potrebbe pensare che la musica degli Alcest sia luminosa ed usufruibile con facilità da qualsiasi ascoltatore, e nel caso di questo Kodama che abbia riferimenti troppo marcati della cultura orientale. Invece non è così. La magia di questo duetto francese sta nella capacità di rielaborare tutto quanto in un loro linguaggio proprio dove la luce viene messa in evidenza dalle ombre, dove la bellezza è forza creando un muro sonoro che difficilmente lascia l'ascoltatore indifferente. 



Kodama veniva annunciato come un disco che avrebbe marcato un ritorno alle radici black della band, abbracciando più significativamente il genere del quale sono precursori, cioè il blackgaze. Sarebbe riduttivo pensare che questo lavoro si chiude in quella definizione. Il ventaglio di elementi musicali che vengono messi in gioco è complesso e molto interessante. Kodama è un disco di sfumature, di momenti di grande potenza melodica e di altri di ritmi ricercati e trascinanti. E' un disco che usa l'oscurità come esaltazione dell'onirico. E' un disco che dovrebbe essere un manifesto di come si suona la chitarra nel 2000, di come la creazione di trame sonore è la priorità e non l'esercizio virtuoso mirato a dimostrare quanto bravo si è. Ma non è un disco di sola chitarra, la batteria è impeccabile, motore trascinante delle progressioni lunghissime dei brani. La voce completa questo tritico perfetto essendo quasi uno strumento in più. Il trattamento sonoro che subisce e le variazioni tra voce pulita e growl accentuano le diverse parti dei brani. Tutt'altro che il classico concetto di pop dove la voce deve stare sopra a tutto il resto gerarchizzando in modo sbagliato la funzione della musica. Gli Alcest sanno perfettamente che la parte strumentale può parlare molto di più delle parole, per quello vanno ricorso alla voce quando è necessario senza mai enfatizzarla ma neanche diminuirla. 

I kodama sono degli spiriti che risiedono negli alberi e si ritiene che vederli sia di buon auspicio, la musica di questo lavoro è perfettamente paragonabile. E' energica e positiva, e questo punto potrebbe sembrare contraddittorio perché l'aria nostalgica che si sente deve essere associata alla capacità di sognare e di evadere con la mente e non associata ad un pensiero negativo. Ma non solo, Kodama è spettrale, viene costruito su linee di chitarre evocative, nella miglio tradizione del post rock, ed è, soprattutto, onirica. Ascoltare questo lavoro è viaggiare, è andare altrove con la mente, è partire alla ricerca di un nostro proprio kodama.



La title track è una canzone che permette perfettamente di capire cosa costruisce questo disco. Nei suoi oltre 9 minuti di durata gli Alcest ci regalano delle progressioni complesse, sorprendenti ed intelligenti. Riescono a ricreare una trama inaspettata che cambia spesso.
Un altro brano che merita un ascolto approfondito, anche se, come nel caso di tanti dischi recensiti, tutto il disco merita reiterati ascolti, è Oiseaux de Proie. Bellissimo il titolo, bellissimo il brano che veramente porta a pensare al volo di un rapace pronto a interrompere il suo volo maestoso con una discesa in picchiata finalizzata nella cattura della propria preda. Il brano è proprio quello, è l'aria che con le sue correnti permette il volo, è l'osservazione, è la forza fisica di tanta destrezza, è il premio.



In tutta onestà devo dire che ci sono dischi che mi fanno innamorare sin dal primo ascolto, e poi ci sono altri che mi conquistano piano piano ma che sono molto più letali. Kodama appartiene alla seconda categoria. Ad ogni play l'infatuamento è maggiore progettandomi dentro al mondo costruito dagli Alcest. E' un disco senza pecche che, al contrario, sorprende per l'immensa capacità di ricreare musicalmente un mondo sonoro complesso ma soprattutto coerente. E' un disco che porta a chiedersi: ma come fanno? Perché al di là della complessità c'è una profonda naturalità. E' bello vivere nel sogno.

Voto 9/10
Alcest - Kodama 
Prophecy Poductions
Uscita 30.09.2016

giovedì 29 settembre 2016

POST cerca collaboratori

POST è una trasmissione radiofonica che da Febbraio 2013 va in onda su Radio Flo, una web radio che ha la particolarità di contare con una serie di collaboratori (flokers) che trasmettono da diversi posti dell'Italia e del mondo. Nel 2014 Radio Flo ha vinto il bando dei Principi Attivi della Regione Puglia e da questa stagione, l'ottava della radio, oltre a trasmettere in streaming, all'indirizzo www.radioflo.it, le sue trasmissioni saranno trasmesse da Radio RNS 93.4 FM nel Salento Centrale.

La descrizione della trasmissione è questa:

POST non è semplicemente una trasmissione.
POST è un contenitore di musica d'avanguardia.
POST è uno spazio dove ascolterai brani che quasi mai hanno più di 10000 visualizzazioni su YouTube, e qualche volta neanche 1000.
POST è brillante come gli artisti che ne fanno parte.
POST s'impregna dello spirito ed essenza di RadioFlo: Libera radiofonia tra amici.
POST è per aprire le menti e dunque non è per teste chiuse.
POST è underground ma allo stesso tempo assolutamente cool.



Nelle 4 stagioni di POST c'è sempre stato spazio per gli artisti underground in prima persona, intervistando di anno in anno tanti musicisti che sono diventati dei veri e propri amici della trasmissione. Dai nostri microfoni sono passati artisti come Lili Refrain, Juggernaut, Sdang!, Stearica, Nero di Marte, Fall of Minerva, 2 Pingeons, As Light Dies, Pin-up Went Down, Smohalla, Minimanimalist, NID e tanti altri.

Un'altra caratteristica fondamentale è che oltre alla conduzione principale, affidata a Sebastian Gonzalez, c'è sempre stato spazio a collaboratori esterni che, grazie alla loro grande cultura musicale ed alla sintonia con la trasmissione, sono riusciti ad arricchire in modo significativo l'offerta musicale del programma. I collaboratori che abbiamo avuto in passato venivano dalla Svezia, dalla Spagna e da Brindisi.

Andando al dunque, per questa quinta stagione POST ha deciso di cercare nuovi collaboratori pubblicamente e non contattarli personalmente. Questo per permettere a tutte le persone interessate a sposare questo progetto di avvicinarsi a quest'avventura.
Ma cosa serve per collaborare e cosa offre POST? Vediamolo in dettaglio:

Quel che serve:

  • Una spiccata sintonia con la linea editoriale della trasmissione: in altre parole essere appassionato di musica underground ed avanguardista, senza che ci siano, però, distinzioni o preferenze di generi.
  • Una buona capacità dialettica e una minima predisposizione a parlare in radio: le collaborazioni si sviluppano in forma di pillole REGISTRATE di un paio di minuti che introducono un'artista da presentare al pubblico di POST.
  • L'impegno di fornire tempestivamente il contributo: la periodicità sarà definita in base alla quantità di richieste di collaborazioni che arriveranno ma è necessario che i contributi arrivino tempestivamente in modo di promuoverli correttamente.

 Cosa offre POST:


  • Uno spazio radiofonico libero: oltre alle definizioni editoriali prima delineate ogni collaboratore avrà carta bianca nel gestire il proprio spazio.
  • La diffusione del contributo: ogni collaboratore entrerà a far parte della squadra di POST ed attraverso i canali social della trasmissione e di Radio Flo saranno opportunamente nominati e ringraziati.
  • Un'ambiente famigliare e genuino: POST è fatto con passione, senza velleità e con la gioia di dar spazio alla musica e agli artisti che contano con pochi canali di diffusione.

Nota importante: La partecipazione alla trasmissione è gratuita e volontaria. Nessuno di POST o di Radio Flo percepisce un qualsiasi ritorno economico.



La quinta stagione di POST inizia l'11 Ottobre ed avete tempo fino al venerdì 7 per farvi arrivare le vostre proposte di collaborazione.

Come postulare a diventare collaboratore di POST :

Inviate una mail o un messaggio a changagonzalez@yahoo.com o alla pagina di POST su facebook: https://www.facebook.com/postradioflo/ raccontando chi siete, perché vi interessa collaborare con la trasmissione e di cosa vi piacerebbe parlare.
Se questo primo step ha un riscontro positivo vi chiederemmo di registrare una pillola pilota per capire le vostre capacità dialettiche.

Per qualsiasi altro chiarimento non esitate a scriverci!
La cosa fondamentale è la passione per la musica!
Speriamo ansiosi i vostri messaggi.
A presto!