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martedì 8 gennaio 2019

Void Rot - Consumed by Oblivion: una pillola di nero di marte

(Recensione di Consumed by Oblivion dei Void Rot)


Quando si fa musica necessariamente bisogna fare delle scelte. Molto spesso queste scelte vengono fuori in modo naturale perché corrispondono a quello che si ama dentro all'universo musicale. Di conseguenza anche le tematiche e il modo di trattarle vengono fuori spontaneamente. E la riflessione che mi viene da fare è che risulta molto interessante vedere come percorrendo strade diverse e facendo scelte diverse molto spesso di giunge allo stesso punto. 

Il disco del quale mi occupo oggi è già uscito qualche mese fa ma la "scusa" che mi permette di occuparmene è la nuova edizione in vinile. Si tratta di Consumed by Oblivion, mini LP degli statunitensi Void Rot. Un disco che, anche se corto, è molto massiccio e mi fa riagganciare al concetto del quale parlavo prima. L'energia e la potenza di questo lavoro non ha bisogno di ritmiche impazzite o di scelte sonore estreme. Naturalmente non si tratta neanche di un disco "tranquillo" ma le scelte operate danno come risultato un'ondata d'urto impattante lunga 15 minuti. Questo è un disco oscuro, fatto di quella tonalità che viene definita come nero di marte, cioè il nero più nero che ci sia. E la cosa impattante è che questo livello emotivo è presente in tutta la durata del disco. Non ci sono pause o stacchi, dalla prima all'ultima nota si è vittime, consapevoli o meno.

Void Rot


Ma come viene costruita l'oscurità di Consumed by Oblivion? A livello di genere musicale quello che viene offerto dai Void Rot è death-doom metal. La potenza del death abbraccia le ritmiche sostenute del doom. Per quello non c'è bisogno di esagerazione, di riff troppo elaborati, di cambi costanti di ritmo o di altri artifici. Basta avere le idee chiare e buttarsi, far andare da sola la macchina, come se l'oscurità si trasformassi in un piloto automatico. E la strada da percorrere è una discesa negli inferi. Non c'è luce, solo buio, così buio da non riuscire a far abituare gli occhi. 

Consumed by Oblivion diventa a tutti gli effetti una pillola da ingoiare forzatamente. E lo scopo di questa pillola è quella di affrontare la nostra parte più buia, quella che riesce a trascinarci fino a perdere quello che siamo. Nella musica dei Void Rot non c'è il minimo spazio per luci e spiragli di speranza, perché se così fosse si perderebbe completamente il loro obiettivo, obiettivo che invece riescono a attuare magistralmente.

Visto che questo è un mini LP di solo tre brani scelgo soltanto uno da approfondire.
Questo è il primo brano: Ancient Seed. Tra l'altro è molto utile perché corrisponde perfettamente alla struttura che la band utilizza in tutti i propri brani. Inizia la chitarra da sola, in questo caso con degli arpeggi dissonanti e successivamente si accostano tutti gli strumenti sullo stesso giro prima dell'entrata della voce. Viene anche evidenziata l'idea musicale che la band porta avanti. Questo death-doom che non è ne l'uno ne l'altro. Senza strafare lo stesso veniamo catturati senza alcuna via d'uscita.


Consumed by Oblivion ci ricorda una cosa essenziale, cioè che se si fa finta di non avere dei lati oscuri prima o poi quei lati prendono il sopravento su tutto. Per quello questo mini LP dei Void Rot è bestiale e lascia senza fiato seppur corto e veloce. E' necessario affrontare la parte peggiore per far emergere la migliore.

Voto 8/10
Void Rot - Consumed by Oblivion
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 09.01.2019

giovedì 15 marzo 2018

Rotting Sky - Sedation: in mezzo al rumore, tanta luce

(Recensione di Sedation di Rotting Sky)


Nei giorni nostri diventa sempre più difficile trovare il tempo per buttarsi di capofitto dentro a qualcosa. Questo vale sia dalla parte partecipativa, cioè facendo parte di un progetto, che da quella di ascoltatore o osservatore. Il problema grande di fronte a questo limite è che molto spesso affrettiamo i giudizi alla poche cose che riusciamo ad ascoltare senza riuscir ad avere la dimensione reale e totale di un determinato progetto. Come se ci fermassimo alla lettura di un paio di paragrafi di un libro, escludendo così la possibilità di avere a che fare con un capolavoro. Siamo sempre più multitasking, andando purtroppo a fare tanto in modo superficiale e poco con la giusta attenzione dovuta.

L'idea di un doppio sguardo profondo è quello che c'è alla base di Sedation dei Rotting Sky. Il primo è quello della Sentient Ruin Laboratories che ha avuto la capacità di riscattare un disco interessantissimo che ormai sembrava destinato a non avere lunga vita, a rimasterizzarlo e rilanciarlo con una nuova luce. Questo perché delle copie che originalmente circolavano di questo disco uscito nel 2014 ormai nessuna era più rintracciabile. Ma per spiegare il perché della bontà di questo gesto dobbiamo andare a parlare del secondo aspetto fondamentale di questo disco:
Sedation è un lavoro che nasconde le sue pietre più preziose nel profondo. Fermarsi alle prime impressioni che vengono fuori dalle prime due canzoni è un assoluto errore. Tutta la complessità di questo lavoro viene apprezzata ascoltandolo per intero e avendo a che fare con i contrasti che illuminano l'integrità di questo progetto. E' come tutto lo squilibrio iniziale trovasse il suo perché nella conclusione di questo lavoro, come se tutto il rumore presente smettesse di essere rumore per trasformarsi in musica e luce. Tutto grazie a un'impronta assolutamente personale che governa tutto quanti.

Rotting Sky

Infatti un'altra informazione da tenere assolutamente in conto è il fatto che Rotting Sky è un progetto personale, una one man band, e come di solito capita in questi casi tutto quello che viene dentro a Sedation è un compendio dell'avventura musicale del suo creatore, T. Mesing. E' per questo che questo disco riesce a mettere sullo stesso piano il black metal, il noise, il drone e qualche sfumatura industrial. In un certo modo la formula che c'è dietro a questo disco è quella di dimostrare che ci sono diverse vie per arrivare a uno stesso risultato. La prima parte di questo lavoro è brutale, sporca, quasi oppressiva. La seconda, invece, è ipnotica, è molto più ricercata, sembra quasi essere docile senza mai esserlo per davvero, ma entrambe queste parti hanno un unico grande scopo, quello di imprigionare l'ascoltatore in un vortice di sensazioni, in un fiume che puntualizza uno stato che è tutto tranne quello normale, ma in un certo modo diventa un modo di spronare l'ascoltatore, di farle capire che questo stato di annientamento è qualcosa di permanete e di quotidiano ma non riusciamo a rendercene conto perché è sempre presente e lo digeriamo a piccole dose. Due vie che dimostrano come può essere il nostro mondo, cioè brusco e senza scrupoli o furbo e ammagliante, inseguendo sempre un unico scopo: governarci ed usarci a piacimento. 

In un certo modo la vita è un gioco ma le sue regole non sono chiare fino in fondo, o si rischia d'interpretarle in modo diverso asseconda di chi c'è dietro. Per quello chi è al potere ha capito che questo gioco deve essere portato avanti con le sue proprie regole, illudendo però tutti gli altri, facendoli credere che ognuno è patrone della propria vita quando in realtà non siamo altro che pedine nella scacchiera di qualcun altro. Per riuscire a portare avanti questo piano veniamo sedati in diverso modo.Ecco, questo è quello che, per me, ci racconta questo Sedation che diventa a tutti gli effetti un disco di rivoluzione e di contrasto con la realtà. Il cielo di Rotting Sky sembra più blu che mai ma nasconde il marcio più profondo che c'è.

Avevo già anticipato che questo è un disco che si sviluppa che ha due parti molto diverse e che, per me, tocca il punto più alto ed interessante nella seconda metà.E' per questo che sottopongo ad un piccolo approfondimento la terza traccia di questo disco dove si verifica questo cambio tanto drastico quanto prezioso.
Tyrants of Sedation è il titolo del brano e nei suoi dodici minuti di durata prende delle direzioni impensabili, come se in una singola traccia potessero vivere svariate tracce. E' un brano che parte con un sovraffollamento di suoni, di rumore, di urla e poi.... poi diventa meraviglioso, come se dopo sollecitare al massimo, quando ormai si sono esaurite tutte le forze, si abbraccia un mondo incredibile. Dal noise misto al black metal  si passa al post rock  che sconfina quasi con lo shoegaze e con un drone che genera uno dei paesaggi sonori più intensi di questi ultimi mesi. Un brano capolavoro che racchiude l'essenza di questo lavoro.



Sedation potrebbe sembrare un disco ostico, drastico nella sua potenza sonora che non lascia grandi spiragli aperti, nel suo modo di essere dissacrante di fronte alla realtà che ci tocca vivere. Ma invece è un disco pieno di bellezza, di quella bellezza che è riservata a pochi privilegiati, a quelli che riescono a guardare con occhi profondi. Per fortuna c'è chi si sforza a riportare sempre alla luce dei progetti come Rotting Sky perché sono fondamentali per tutti noi e per chi ama, veramente la musica.

Voto 9/10
Rotting Sky - Sedation
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 09.02.2018

martedì 5 settembre 2017

Leucosis - Liminal: sopravvivere alle tenebre

(Recensione di Liminal dei Leucosis)


Io non so bene quale può essere la maggiore retribuzione che un musicista possa mai ricevere. Non mi riferisco soltanto al punto di vista economico perché, come sappiamo benissimo, ci sono certi generi che vengono fatti per la passione e basta. Penso che di persona in persona questo concetto cambierà ma mi azzarderei a dire che un po' per tutti la capacità di essere un artista seminale dev'essere un bel premio. Sentire nominare il proprio progetto tra le influenze che hanno portato altri gruppi a vivere una propria strada nella musica. Perché vuol dire che dall'aspetto più privato della musica, si passa a quello esterno, alla capacità di stabilire un ponte tra la creazione e l'ascolto. 

Forse è ancora presto per pensare se i Leucosis riusciranno ad influenzare molti musicisti, ma su quello che non c'è dubbio è che loro stessi hanno saputo pescare nella musica dei nomi eccellenti e trasformare queste influenze in un black metal sperimentale che merita uno sguardo più approfondito. Il loro terzo album s'intitola Liminal ed è un concentrato di oscurità e sperimentazione. Prendo dunque questi due mondi e lì metto a confronto. La parte oscura sta nella parte black metal, molto fedele al passato musicale di questo genere, con un certo sguardo verso il lo-fi e la capacità di costruire delle parti schiaccianti come sassi. Ma come succede molto spesso, lo sguardo giusto da dare ad un'intenzione del genere è quello di cercare le melodie che s'insinuano in mezzo al rumore, i giochi di batteria che lasciano degli ampi spiragli ad una dinamicità variabile. Chi conosce il black metal sa che molto spesso sono questi gli elementi che portano ad ammirare profondamente uno dei generi musicali con i fans più fedeli che riescono a prendere la musica come una vera e propria filosofia di vita. La parte sperimentali è, invece, quella che per me ha una valenza maggiore. Sicuramente perché amo la creazione di paesaggi oscuri e surreali, fatti di dissonanze molto ricercate, dell'utilizzo di un'effettistica che sembra non avere limiti e di un'immaginazione che cerca di restituire in musica quello che una mente malata può concepire. Questa parte nella musica dei Leucosis è molto misurata. A tratti prende il protagonismo ma in altri è solo un accenno. Ma quando è presente ci regala dei momenti spettacolari, dove la luce cambia tonalità facendoci scoprire un mondo complesso e nascosto.

Leucosis

Liminal è un disco relativamente corto, perché la sua durata supera di poco la mezz'ora, ma l'impressione che viene ascoltando e riascoltando questo materiale è che sia giusto così, che una durata maggiore non permetterebbe di apprezzare completamente questo lavoro, e che, invece, una durata minore sarebbe una dimostrazione limitata di quello che può essere il discorso del gruppo. Ma in questa mezz'ora, divisa in cinque tracce, due delle quali strumentali e molto corte, i Leucosis ci offrono dei mondi diversi, che prendono vita in epiche creazioni. Ma l'epica non è "gloriosa" o "luminosa", non parla di vittorie o odissee impensabili, no, l'epica di questo disco è devastante, è un'ondata di oscurità che si sovrappone a qualsiasi cosa, è il trionfo di un modo di vedere la vita, dove sembra che l'umanità sia condannata ad una lunga agonia, già in atto. 

E' interessante che questa lettura sia riportata nella musica di quello che si può ascoltare in Liminal. Questo diventa dunque un disco devastante, dove non c'è molto spazio ad una speranza o al dubbio di poter vivere tutto in un altro modo. I Leucosis ci regalano un panorama devastante ed implacabile, un mondo fatto di ombre ma il messaggio è chiaro: per sopravvivere bisogna abituarsi, bisogna abituare lo sguardo all'oscurità e riuscir a scoprire le piccole sfumature che possono significare la salvezza. Infatti questo non è un manifesto dell'oscurità ma una "specie" di manuale di sopravvivenza.



Come scritto prima questo disco è composto da tre veri e propri brani, intrecciati da due intermezzi strumentali, dunque ci butto l'occhio su una delle tracce.
Questa è Manifest, brano di chiusura dell'album. Ho scelto proprio questa traccia perché mi piace il modo che inizia ed il ponte che riesce a stabilire tra le diverse anime del disco. Non è un brano tranquillo ma non è neanche quello più potente del lavoro. Forse, in modo particolare, è quello più "bello". Il modo nel quale le diverse parti si susseguono da l'idea di una narrazione molto effettiva che funziona perfettamente perché il lettore/ascoltatore sulle spine, ignaro di quello che accadrà appena la pagina verrà girata. Un bellissimo disco che da molta personalità a questo interessante gruppo.

Personalmente credo che nella musica è molto facile prendere delle strade semplici. Anche nel metal è così, basta affidarsi a certi preconcetti ed il gioco è fatto. Per quello poi vengono creati degli stereotipi che allontanano certe persone non vicine a determinati generi musicali. Per quello credo che questo Liminal dei Leucosis abbia il diritto di essere ascoltato con molta più calma, perché le strade che prende non sono mai quelle più semplici e scontate, ma c'è una ricerca sonora dentro a quello che si vuole raccontare. Mi piacerebbe sentire ancora più sperimentazione ma questo disco è già molto interessante.

Voto 8/10
Leucosis - Liminal
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 01.09.2017

lunedì 7 agosto 2017

Hell - Hell: dall'inferno alla realtà

(Recensione di Hell dei Hell)


La scelta dei nomi nella musica è sempre un'impresa ardua. Come ho insistito più volte, molto spesso sembra che tutto sia già stato inventato e che c'è ben poco di nuovo da esprimere. Anche questo succede per quanto riguarda il dare un'identificazione a ciascun progetto. Per quello ci ritroviamo, spesso, ad avere delle omonimie che, ormai, in molti casi sembrano essere accettate. Ma per arrivare a quel punto indubbiamente la condizione deve essere quella che una particolare scelta di nome è la soluzione ideale e finale, che è una parola che racchiude tutto il concetto di un progetto musicale.

Intitolare il proprio gruppo Hell è una responsabilità ben grande. Non soltanto perché esiste già una band storica con quel nome ma perché è un nome tutt'altro che banale. E dunque, che cos'è "l'inferno"? Potremmo sbizzarrici elencando un'infinità di risposte ma quella che sembra essere più attinente a questa recensione è quella di chiedersi come tradurre il concetto d'inferno nella musica. In quella linea credo che questo disco, anch'esso intitolato Hell, possa essere una fedele dimostrazione di un'eventuale colonna sonora infernale.
Ma prima d'addentrarci in queste considerazioni bisogna contestualizzare la band della quale oggi vi parlo. Hell è praticamente un progetto solista, di un personaggio statunitense, che si cella dietro alle iniziali M.S.W. La band ha poi un insieme di musicisti che esprimono dal vivo quello che possiamo ascoltare nei quattro dischi registrati fino ad oggi. Un'altra particolarità sta nel fatto che questo disco sia omonimo al primo loro lavoro. Poca fantasia all'ora di cercare titoli o una mossa ben studiata e voluta? Io mi sbilancio per la seconda alternativa. Un po' come facevano i Led Zeppelin nei loro primi dischi anche qua c'è la volontà di non indirizzare eccessivamente l'ascoltatore con un titolo pesante, per quello diventa una scelta obbligata quella di lasciare quella parte sospesa, aperta a qualsiasi eventuale interpretazione. 
Torniamo ad occuparci, invece, di quello che è questo disco e della domanda che è rimasta sospesa. Dal mio punto di vista questo lavoro ha molto d'infernale, diciamo che per un 90% ci catapulta completamente in una concezione sonora di quello che dovrebbe essere l'inferno, ma lascia delle piccole aperture che fanno intravedere qualcos'altro.

Sentient Ruin Laboratories


Come al solito queste aperture si traducono in contaminazioni, sempre preziosi. Nel caso dei Hell il punto di partenza, e dunque la loro musica infernale, proviene dal doom. Un doom suonato in modo d'incrementare quanto più possibile tutto quello che contraddistingue questo genere. Ritmiche stracciate e pesantissime, chitarre che non si avventurano mai al di là delle ottave più basse del registro chitarristico ed un basso che fa da collante a tutto quanto. Metteteci sopra delle voci infernali e la pesantezza, e sofferenza, che dovrebbe contraddistinguere l'inferno viene chiaramente visualizzata. Questo è quello che ci accompagna in gran parte di questo disco, ma, a sorprenderci, ci ritroviamo con due brani finali che si allontanano da questa prospettiva, soprattutto l'ultimo. E' lì che Hell in un certo modo diventa terreno e si collega con le emozioni. Tradotto in musica queste ultime due tracce abbracciano un certo discorso post rock o dark ambient, sempre con una marcata presenza gotica. 

Tutti abbiamo nel nostro immaginario una definizione dell'inferno. Sia fantascientifica o reale è sempre lì, pronta ad accogliere quello che per ciascuno di noi può significare quel concetto. Ma credo che lo sforzo portato avanti nella maggior parte di questo disco è che Hell è una perfetta definizione di quel posto. La genialità, e la bellezza, di questo disco sta nel fatto che quando pensiamo che tutto vada in quella direzione veniamo sorpresi con delle aperture inaspettate, che passano dall'immaginario al reale. Perché, in un certo modo, tutti affrontiamo prima o poi il nostro proprio inferno.

Sentient Ruin Laboratories

Come ho detto, per me questo disco ha due parti molto marcate, quella immaginaria e quella reale. La prima è molto più importante perché ingloba gran parte di questo lavoro, ma io voglio pescare una canzone per parte.
Dunque l'inferno lo troviamo, per esempio, in Helmzmen, traccia d'apertura di questo album. Non c'è dubbio, il doom regna sovrano portandoci a passeggio tra paesaggi che parlano di desolazione, di resa totale, di nessun'uscita possibile.Tutto è schiacciante, tutto cerca di essere drastico quanto drastico è questo brano. 
Per quanto riguarda la parte "reale" credo che Victus è un perfetto esempio. E' il brano più lungo del disco e nella sua prima parte sembra sempre in linea col restante materiale, ma arrivati a metà c'imbattiamo in una linea di chitarra arpeggiata che lascia spazio ad un arrangiamento di corde. E' questa intimità che diventa preziosa, perché non si tratta più d'immaginare quanto di sentire. Brano bellissimo.

E' interessante quello che mi capita spesso mentre scrivo. Parto con una certa idea ma, piano piano che le parole escono insieme al susseguirsi delle tracce, finisco per prendere delle strade abbastanza impensate. Ecco, per me Hell, in un primo momento, era un disco infernale, che non lasciava quasi spazio all'intensità di quest'idea. Ed invece facendo scivolare le parole mi sono ritrovato con un album di due anime, ed è grazie a questa seconda anima che questo disco diventa interessantissimo.

Voto 8/10
Hell - Hell
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 11.08.2017

lunedì 10 luglio 2017

A Stick and a Stone - The Long Lost Art of Getting Lost: perdersi, sempre

(Recensione di The Long Lost Art of Getting Lost dei A Stick and a Stone)


Ci sono piccole grandi rivoluzioni che l'umanità, poco a poco, si è conquistata. Per esempio la tolleranza sessuale e l'accettazione di qualsiasi scelta personale venga presa da ciascuno. Per quello, e grazie anche ai progressi in campo medico, chi nasce con la consapevolezza di non avere il genere sessuale giusto può intraprendere una strada che lo porti ad essere quello che veramente vuole essere. Credo che quelle persone sono veramente coraggiose ed abbiano un bagaglio di esperienze ricchissimo e che molto ci può insegnare.

Perché introduco questa mia nuova recensione parlando dei transgender? Perché uno dei due membri di A Stick and a Stone lo è, e non credo che si tratti di un dato aneddotico e basta. Credo che il sound particolare e ricercato di questa band si nutra del terreno particolare di qualcuno che ha cambiato sesso e che guarda il mondo da un'ottica unica. Il loro disco che sottopongo alla mia lettura è  The Long Lost Art of Getting Lost ed è la terza tappa nella storia di questo gruppo statunitense. La voce e mente di questo progetto risponde al nome di Elliot Harvey e si nota che la sua impronta è fondamentale nel risultato finale. La sua voce sembra più femminile che maschile ma si sorregge in una timbrica unica e molto interessante. Come è anche molto interessante la scelta strumentale che mette in primo pieno il basso e la batteria contando con interventi di violoncello che danno un carisma unico alla musica dei A Stick and a Stone, ricordando quello che viene fatto dagli Amber Asylum. Per capirci meglio posso dirvi che questo è un disco molto elegante, ben curato, di piacevolissimo ascolto dove la solitudine acquista delle tonalità vellutate. 


The Long Lost Art of Getting Lost


Sicuramente lo sforzo musicale della band tende ad abbracciare il mondo più cupo che si traduce in sonorità che hanno qualcosa di doom, qualcosa di metal d'avanguardia e una buona propensione di costruire oscuri, ma bellissimi, paesaggi musicali utilizzando al meglio gli impulsi del dark ambient. C'è qualcosa di molto intimo, di molto sentito in questo The Long Lost Art of Getting Lost. Non c'è alcun bisogno di urlare quello che si sente, basta dare la forza della poesia e dell'immaginario scelto per riuscir a far capire il messaggio. Come indica il suo titolo questo dei A Stick and a Stone è un album per anime solitarie che non sono in guerra col mondo perché hanno capito di poter costruirsi un proprio mondo, fatto di tutto quello che la maggioranza della gente rifiuta. Per quello c'è anche una specie di anti conformismo nella scelta strumentale di questo disco. Più che mai la base ritmica, basso-batteria, fa di collante perfetto a tutto il resto, facendo procedere con salite e discese le strutture musicali della band. A quello si aggiunge la voce unica e particolare di Harvey e gli interventi mirati delle corde. Tre mondi che s'intrecciano con l'intenzione di costruire qualcosa di unico. E ci riescono.

C' è qualcosa da spirito errante dentro alla musica di A Stick and a Stone, qualcosa che universalizza, e quasi divinizza, la loro musica. Quello che fanno non merita di essere qualificato con leggerezza ed urgenza cercando di paragonarlo a cose già sentite. Una cosa che mi ha chiamato molto l'attenzione è che citano tra le loro influenze Lhasa de Sela, strepitosa musicista multiculturale scomparsa prematuramente. Ecco, quella nostalgia universale presente nella musica di Lhasa è la stessa che si può ascoltare e soppesare in The Long Lost Art of Getting Lost. E' qualcosa che va sentito, che s'insinua fino al cuore, perché non è qualcosa di ragionato. Questo disco è uno specchio nel quale soltanto poche persone vedranno il proprio riflesso.


A Stick and a Stone

Due brani da vedere più nello specifico.
Quello che apre il disco e che si chiama Erosion. Curiosamente è forse il brano più energico dell'intero lavoro, anche se per questo non bisogna pensare che sia un brano "tirato". Si apprezza perfettamente l'equilibrio tra le parti dove ogni strumento sa cosa deve fare.
Il secondo brano è Hawk e lo scelgo perché permette di capire la particolarità e qualità della voce. Un brano pieno di pathos dove è fondamentale avere una guida forte e chiare come quella vocale. E' un brano più viscerale, dunque per niente facile.



The Long Lost Art of Getting Lost è l'esempio perfetto di quello che significa costruirsi un mondo a parte da quello convenzionale. Non si tratta soltanto delle caratteristiche del leader della band, o delle tematiche che vengono cantate; è proprio un modo di guardare il mondo con altri occhi, con la particolarità di voler esprimere qualcosa che è al di sopra di qualsiasi convenzionalismo, moda o corrente. Questo è uno di quei dischi che non hanno età, che vanno, e fanno, sempre bene. A Stick and a Stone ci insegnano a perderci, ed oggi quella è forse la miglior cosa che possa capitare.

Voto 8,5/10
A Stick and a Stone - The Long Lost Arto of Getting Lost
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 21.07.2017

Sito Ufficiale A Stick and a Stone
Pagina Facebook A Stick and a Stone

martedì 20 giugno 2017

American - Violate and Control: il mostro siamo noi

(Recensione di Violate and Control degli American)


Sono sempre stato molto sorpreso della quantità di violenza che viene tollerata socialmente. Avere un'arma da fuoco con la quale difendersi sembra essere un diritto irrinunciabile per tante persone. Senza mai pensare che qualcosa del genere comporta tante altre cose, come la possibilità di mettere delle armi in mano di ragazzi che non si rendono conto del peso che hanno. Occhio, il mio discorso non è pacifista ma tende a mettere l'accento su quello che non va nel nostro mondo, su questa benevolenza di fronte a certe attitudini, considerate, ormai, normali.

Ho parlato della violenza perché credo che sia un elemento innegabile, che esiste nell'uomo sin dall'inizio della sua esistenza. E in questo senso mi sembra che la chiave sia quella di riuscir a canalizzare correttamente una pulsione così importante. Dal mio punto di vista la musica è chiave in quella linea. Grazie a lei riusciamo ad avere il controllo, a buttare giù tutta quella energia sia suonandola che ascoltandola.
Non so fino a che punto questi elementi siano presenti nella musica degli American, almeno in modo consapevole, ma il disco del quale mi occupo quest'oggi, intitolato Violate and Control, è un disco che mi suggerisce apertamente questa dimensione. Questo grazie all'aria rarefatta che viene fuori dall'insieme di black metal e noise. Infatti questo è un disco che, volutamente, cerca di essere sgradevole, che non ha alcuna intenzione di lasciare degli spiragli di bellezza. Il risultato è intenso, è un disco granitico che t'investe senza chiedere il minimo permesso. Perché alla fine le cose "naturali" sono proprio così, esistono e basta.

Violate and Control

In questo Violate and Control c'è una voluta ricerca di un sound tosto, sporco, low-fi. Per quello il black metal proposto dagli American è un black metal di scuola americana. Distinzione che non è minore e sulla quale si potrebbero, se non è stato già fatto, scrivere tanti libri. Dalla mia ottica personale la differenza principale la denoto dell'utilizzo diversificato delle fonte d'ispirazione. C'è qualcosa di molto più urbano ed industriale in questo lavoro. E' un disco frutto della parte grigia della modernità, di tutto quello che significa progredire ma che non si dice, di quello che si nasconde sotto un metaforico tappeto con la speranza che nessuno verrà mai a sollevarlo. Per quello i due mondi musicali che confinano col genere principale portato dalla band sono quelli del noise e dell'industrial metal. C'è bisogno di rumore in questo lavoro, perché è il rumore quello che s'incolla a tutto il resto ed insieme creano questa figura orrenda che assomiglia ad un neonato gigante e deforme che si nutre di tutto quello che trova a portata di mano.

Ancora una volta ho a che fare con un disco che in realtà prende una sostanza materiale. Violate and Control è talmente omogeneo da sembrare un elemento della tavola periodica. Questa è la magia della musica, la sua capacità di andare oltre al semplice arte, se mai l'arte può essere chiamato semplice, per diventare qualcosa di concreto. Può piacere o meno ma questo lavoro degli American è ossessivo, presente ed inesauribile.

American

Come detto prima siamo di fronte ad un monolite tostissimo e, di conseguenza, è difficile scegliere un brano piuttosto di un altro ma mi avventuro a sceglierne due.
Il primo è Amorous and Subdued, brano che da un'idea di quello che è la band. Una drum machine ossessiva sulla quale riff oscuri di chitarra costruiscono la base perfetta per lasciare spazio ad una voce indistinta, volutamente coperta dalla parte strumentale, perché dev'essere una sfida ascoltare questi brani, una sfida di comprensione e di empatia verso l'antipatia. Non è un brano scioccante come tanti brani di black metal ma ha quell'acidità tipica della noise.
La seconda è Defecting Ways. Forse questo brano è abbastanza illuminante per quanto riguarda la parte industrial che sento così dentro a questo lavoro. Infatti gran parte della base iniziale viaggia sotto alla programmazione elettronica. Per quello trovo che questo lavoro sia un riflesso molto fedele di quello che io intendo come versante americana del metal.

Nella vita abbiamo un ventaglio di emozioni. Abbiamo aspetti positivi ed altri negativi. Forse la chiave del successo non sta tanto nel riuscir a vivere con quelli positivi ma imparare a aver a che fare con quelli negativi, a dominarli. Per questo Violate and Control mi sembra un ottimo esempio di come riversare la violenza e l'aberrazione in tre quarti d'ora. American è una faccia della medaglia che, anche se si vede molto di meno, esiste e non si deve dimenticare mai.

Voto 8/10
American - Violate and Control
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 23.06.2017



lunedì 8 maggio 2017

Show of Bedlam - Transfiguration: l'orrendo spettacolo della realtà

(Recensione di Transfiguration dei Show of Bedlam)


Per fortuna il nostro rapporto verso la pazzia si è modificato negli anni. Scene raccapriccianti di manicomi gremiti di pazienti trattati come l'ultima feccia della società sono sempre più rare. Verso quei posti c'è ancora tutta una serie di racconti quasi mitologici che parlano di torture, di sperimenti spietati facendo diventare il manicomio uno dei luoghi più terrificanti sulla faccia della terra. Invece di cercare di capire la pazzia l'abbiamo imprigionata, torturata ed obbligata ad avere una normalità che non le aspetta in assoluto.

Show of Bedlam è una band canadese che prende nome da una delle pagine più tristi del rapporto tra la società e le persone mentalmente insane. Nel diciottesimo secolo le persone potevano recarsi al manicomio di Beldlam, Inghilterra, e pagando qualche spiccio potevano entrare nelle celle per stare con i pazienti o assistere a dei veri e propri spettacoli dove sesso e violenza tra i malati erano i principali argomenti. Nel 1814 ben 96000 persone visitarono Bedlam. Transfiguration è il nuovo "spettacolo" della band. Uno spettacolo che in un certo modo capovolge la dinamica che ha portato a scegliere questo nome. La capovolge perché si sente che l'urlo conciso, che qualcuno potrebbe definire "pazzo", è un urlo che tira in faccia la realtà della nostra società, così fiera di essersi evoluta ma così retrograda da non accettare e capire fino in fondo la diversità. Forse anche quella è una forma di malattia mentale, forse l'omologazione è la peggiore peste dei nostri tempi, perché siamo dei burattini che credono di avere una certa libertà ma veniamo usati per alimentare le dinamiche di chi ha in mano in potere. Siamo peggio dei pazzi e dischi come questo servono a dimostrarcelo a farcelo capire.

Transfiguration

Transfiguration è un lavoro che coinvolge una serie di generi dando nascita a delle caratteristiche ben precise. Possiamo dire che il sound dei Show of Bedlam è unico e si nutre anzi tutto di un forte contrasto, molto originale tra la voce femminile e la base strumentale. Musicalmente questo mare di suoni viene alimentato da variopinti fiumi come il doom, lo sludge metal, il post punk ed una dose massiccia di avantgarde metal. Vocalmente, invece, il timbro di Paulina Richards, ricorda figure come Lydia Lunch dando l'impressione di essere stata pescata da un discorso musicale molto più vicino al gothic o alla no wave. L'incontro di questi mondi fa nascere un risultato molto originale, con la potenza avanguardista degli strumenti e la voce stregata. 

Dischi come Transfiguration sono dei lavori che non hanno alcuna intenzione di essere "piacevoli". Di bello ed ottimista c'è ben poco. Per quello funziona così bene. Per quello è come un pugno in faccia che ci scuote dal nostro rincoglionimento. Per quello è necessario. Lo Show of Bedlam non è più un macabro spettacolo al quale si assiste recandosi volontariamente in quel tragicamente celebre manicomio. No, lo show è per le strade, sui social network, dappertutto. I nostri disagi sono diventati normali, per quello un gruppo di bulli che massacra di botte qualcuno non è più un evento raro, per quello le "perversioni" sono all'ordine del giorno facendoci credere che siamo così evoluti da averle inserite nelle nostre routine senza esserci minimamente chiesti se è corretto inserirle. La povertà culturale ed intellettuale viene messa a nudo con questo disco. Per quello tutti dovrebbero ascoltarlo e farsi un paio di domande.

Show of Bedlam

I deliri musicali della band canadese non trovano punti bassi in questo disco ma vado ad approfondire un paio di brani.
Il primo è Blue Lotus, traccia d'apertura del disco. Si tratta di un brano estesissimo, arriva ai 12 minuti di durata e sin dall'inizio mette in chiaro qual è il mondo del gruppo. Dissonanze musicali avanguardiste sono il perfetto tappetto per una voce stregata, acida che lascia spazio a certe registrazioni audio. Trascinante, violento, senza mai essere eccessivo, ed oscuro.
Il secondo è Hall of Mirrors. Ci si addentra nella mente malata, in quelle zone che rinneghiamo di avere. Infatti questo brano da l'impressione di essere un incubo. E' spettrale, ma non spettrale per via di un immaginario dell'orrore. E' spettrale come se fossimo sotto effetto di qualche potente medicinale che ci distoglie dalla verità. 



Transfiguration è un disco perfetto. Ha tutti gli elementi che servono a soddisfare le aspettative di chi ascolta. E' originale, è molto ben suonato ma, soprattutto, ha chiaro dove vuole andare e ci porta proprio lì, direttamente, senza prendere alcuna strada alternativa. Questo secondo disco dei Show of Bedlam è un lavoro che merita una grandissima attenzione perché non delude affatto.

Voto 9/10
Show of Bedlam - Transfiguration
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 12.05.2017


venerdì 28 aprile 2017

Mind Mold - Mind Mold: oltre ai confini, sempre

(Recensione di Mind Mold dei Mind Mold)


Se esiste qualcosa di difficile definizione quella è l'avanguardia. Che cos'è avanguardia e che cosa non lo è? Quali parametri deve avere una qualsiasi opera per essere avanguardista? E' molto difficile dirlo ma la sensazione che viene fuori spesso è che ci si riferisce a qualcosa che è avanti nel proprio tempo, qualcosa che anticipa quello che dovrebbe essere la novità tra qualche tempo. Nel metal l'avanguardia è stata spesso e volentieri usata come un contenitore che fa confluire tutte le cose contaminate di difficile definizione. Ma, a lungo andare, è diventato un genere a tutti gli effetti.

L'opera prima dei canadesi Mind Mold è un EP omonimo e come sicuramente s'intuisce dalla mia introduzione è un lavoro d'avanguardia. 4 tracce e 21 minuti ci permettono di capire a cosa punta questa band e il bersaglio mi sembra molto ben centrato. Dentro alla musica del gruppo coesistono una serie di generi che vengono coniugati in modo di dare una forte impronta personale a questo EP di debutto. Le dissonanze delle chitarre si adagiano sopra ad una base ritmica che ricorda, a tratti, quella del doom metal, creando così l'habitat perfetto per una voce rabbiosa. 

Sentient Ruin Laboratories

E' l'intensità l'aspetto che più traspare di questo Mind Mold. Intensità che acquista una dimensione materiale fatta di qualche sostanza affascinante ma misteriosa. Questo è un disco che incanta ma spaventa. Che sorprende ma crea un certo tipo di ribrezzo. Le chitarre alla Ved Buens Ende hanno il ruolo fondamentale di farci capire che quello che stiamo ascoltando non è qualcosa di scontato o di sentito. Ed è la loro sovrapposizione con una base ritmica solida che dà, come spesso capita, una dimensione terrene a quello che stiamo ascoltando a far venire fuori un quadro unico. Aggiungiamoci qualche altra incursione strumentale molto mirata, come le tastiere nell'ultimo brano Nyx, ed una voce che potrebbe perfettamente appartenere a una band black  o post metal e quello che viene fuori è con chiarezza l'insieme d'intenti musicali dei tre componenti del gruppo. Infatti Mind Mold sembra essere un recipiente che esige di essere alimentato con quante più fonti possibile, ma poi tutto viene processato ed esce fuori qualcosa che è un punto d'equilibrio tra tutto quello che è stato sentito.

Mi piace l'avanguardia. Mi piace perché rispecchia la volontà di evolversi, di dimostrare una e mille volte che c'è tanto altro da dire nel mondo della musica. Per quello questo EP è un piccolo gioiello. Piccolo perché non è altro che il primo atto dei Mind Mold e perché mi da l'impressione che quello che ci sarà nell'avvenire della band sarà interessante e tutto da seguire. Tutto ciò si deduce dalla mentalità che c'è dietro, dalla voglia di osare e di non fermarsi ai confini.


Due brani da approfondire.
Viceregal Inhumation mi ricorda molto quello che è stato fatto dai Ved Buens Ende. Gli arpeggi ricercati di chitarra aprono la pista ad un'intensità unica dove la batteria sembra non voler fermarsi mai, senza però, per quello, trascinare tutti gli altri strumenti. E' questo contrasto ad essere prezioso.
Nyx invece presenta certe aperture che gli altri brani non hanno. Forse è il brano che guarda maggiormente al passato regalando qualche elemento di noise e certi punti d'epicità gotica regalati dalle tastiere. E' il brano più doom di questo lavoro.

Gli EP sono sempre delle arme crudeli perché funzionano un po' come i trailer dei film. Ti buttano dentro ad un certo discorso ma non ti acconsentono fino in fondo a capire tutto. Sai di cosa parla il film ma non sai esattamente come te lo racconta. Non sai se il ritmo è lento o veloce, se la storia scorre e sorprende o è forzata. Per quello rimane una grande curiosità nel sentire un lavoro più lungo dei Mind Mold. Il trailer ha funzionato e si sono presi la mia attenzione.

Voto 8/10
Mind Mold - Mind Mold 
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 28.04.2017

venerdì 7 aprile 2017

Common Eider, King Eider - Shrines for the Unwanted, Respite for the Cast Aside : la bellezza e l'orrore

(Recensione di Shrines for the Unwanted, Respite for the Cast Aside dei Common Eider, King Eider)


C'è musica che non ha strutture. Musica che non insegue gli stessi principi che sono alla base di tante altre creazioni. Musica che deve essere vissuta in modo diverso, che ti deve catturare perché prende un protagonismo totale. Certa musica non può ne vuole essere un semplice sfondo. Quella musica diventa un rituale, e perché il rituale funzioni completamente bisogna buttarsi dentro. Altrimenti è meglio starne fuori.

Ogni volta che mi capita tra le mani un disco di drone cerco sempre di avere la migliore apertura mentale possibile per capire tutto quello che c'è dentro, per entrare in quel micro universo generato dalle tracce di un lavoro del genere. Quello è lo sforzo che mi sono ritrovato a fare con questo Shrines for the Unwanted, Respite for the Cast Aside (che per comodità chiamerò SFTURFTCA), nuovo lavoro degli statunitensi Common Eider, King Eider. Comparato con tanti dischi del genere questo lavoro ha delle caratteristiche uniche che mi hanno sorpreso. E' come se la sostanza che c'è dietro ad ogni creazione di questo quartetto fosse molto più tangibile e materiale che quella di tanti altri gruppi. Ed è una sostanza nella quale s'intreccia e si mescola la bellezza e l'orrore.
Se dovessi paragonare questo disco a qualche altra cosa lo paragonerei con i suoni che si sentono nell'ignoto. Un insieme di bellezza sconosciuta e di follia di fronte a qualcosa che non si è in grado di capire. Per questo questo disco, per me, ha il suono di monumentali creature oscure, che perfettamente potrebbero saltare fuori da un racconto di H.P. Lovecraft. Qualcosa di cosi grande da portare alla follia, a non avere più il controllo su noi stessi.

Shrines for the Unwanted, Respite for the Cast Aside

Prima parlavo non solo di orrori ma anche di bellezza. E' una contrapposizione molto forte, mi rendo conto. Ma è veramente quello che viene fuori. Strumentalmente ci sono dei passaggi di sogno, dove tutto sembra fatato, dove il mondo che si scopre è un mondo di luccichii preziosi, dove i colori, i suoni ed i profumi svelano una parte della natura che non era alla nostra portata. Per quello c'è tanta bellezza in questo SFTURFTCA. Gli interventi vocali, invece, sono l'orrore. Urla improvvise che mescolano disperazione e pazzia, come se i pionieri di queste scoperte perdessero la testa di fronte a questo nuovo mondo. Sono delle urla che hanno la valenza di una bussola scomparsa, dell'incapacità di tornare a quello che si conosce, alle sicurezza della propria casa, intesa come rifugio, come posto sicuro dove essere in pace. 

I Common Eider, King Eider affascinano e spaventano. Sono capaci di catturare l'attenzione dell'ascoltatore, di convincerlo ad oltrepassare questo portale, di farlo sorprendere di fronte alla bellezza dell'ignoto, per poi farli gelare il sangue di fronte all'orrore maggiore: cioè quello di sentirsi perso, senza sapere che strada seguire vedendo che i tuoi simili hanno perso il cenno. Questo Shrines for the Unwanted, Respite for the Cast Aside è un lavoro avvolgente e dissacrante che mette di nuovo in primo piano un quesito fondamentale: bisogna conoscere l'ignoto o lasciarlo lì e basta?

Common Eider, King Eider

Essendo un lavoro di blackened doom è impossibile rifarsi alla normale struttura "canzone". Per lo tanto non vado a pescare alcun brano in particolare ma vi descrivo com'è composto questo LP. Abbiamo di fronte quattro tracce registrate in studio, che variano la loro durata tra i 6 minuti e 40 e i 25 minuti e 37 secondi. Ci sono sfumature diverse tra di loro, e la parte "dissacrante" è quella centrale dell'album. A completare il quadro c'è un'ultima traccia registrata dal vivo a Vienna, lunga più di mezz'ora. In totale il rituale dura 85 minuti.



Forse la mia personale interpretazione di questo disco è assolutamente dissimile a quella che i Common Eider, King Eider avevano in partenza quando hanno registrato questo disco. Ma credo che la magia della musica stia proprio lì, nel fatto che riesce a suscitare sentimenti ed immagini diverse asseconda di chi si trova ad ascoltare. A questo punto sarei molto curioso di sapere cosa provoca a voi questo Shrines for the Unwanted, Respite for the Cast Aside.

Voto 8/10
Common Eider, King Eider - Shrines for the Unwanted, Respite for the Cast Aside
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 07.04.2017

giovedì 30 marzo 2017

Buioingola - Il Nuovo Mare: tuffarsi nelle acque oscure

(Recensione di Il Nuovo Mare dei Buioingola)


Che cos'è il buio? E' una sostanza, uno stato d'animo, è la fine, l'inizio o una tappa transitoria? Ha profumo il buio? E' tangibile il buio? Ci si abitua mai al buio?

Troppe domande che girano intorno a uno degli elementi che hanno dato il via a un numero infinito di composizioni. Il buio vissuto in tanti modi diversi, il buio schematizzato, il buio visto come una risposta provocatoria all'eccedenza di luce, il buio inscrutabile che ancora esiste, quello degli abissi dove, ancora, si conosce ben poco. Sono sicuro che il buio in svariate dimensioni ricopra la musica dei toscani Buioingola. Sono sicuro che s'insinua prepotentemente in ogni singola nota da loro suonata. E sono sicuro che Il Nuovo Mare idealizzato dalla band sia un mare di acque dense ed agitate nelle quali la luce fa fatica ad entrare. Lo sono perché è la musica a suggerirmelo, a mostrarmi un insieme volutamente indefinito dove la dimensione artistica del buio si esalta. Per quello questo disco, che la band "minaccia" di essere il loro ultimo lavoro, è acido, fastidioso per l'assenza di "pace", aggressivo e profondamente oscuro. Ma di fronte a qualcosa di misterioso ci sono due vie: scappare o conoscerle. Per quello per chi su tufferà in questo mare, dopo essersi abituato alla mancanza di luce ci saranno delle sensazioni di grande bellezza, rara e ricercata.

Il Nuovo Mare

I Buioingola sono in tre ma le loro scelte musicali portano ad avere un suono pieno, grosso, massiccio, dove l'elettronica viene a riempire quelli spazi vuoti lasciati volutamente lì. Questo Il Nuovo Mare ha l'aggressività del crust punk e di certi elementi black metal, ha la cadenza deprimente del doom o della new wave decadente, ma ha anche la capacità onirica del shoegaze  o del post punk. Aggiungiamoci la parte industrial, che richiama il lavoro fatto dagli OvO, e il quadro sarà abbastanza completo. Non ci sono confini oltre all'intenzione di muoversi nel buio, alla ricerca di un qualcosa d'impreciso, forse di una via di fuga al luccichio eccessivo che ci bombarda continuamente.

Un disco controcorrente, questo Il Nuovo Mare. Un disco dove i Buioingola fanno confluire pensieri, emozioni e sentimenti in quest'immenso oceano che sembra infinito, pericoloso, inquietante. Ma ricordarci la sua presenza è l'unico modo di andar avanti, bisogna convivere con i propri fantasmi. Anzi bisogna diventarci amici, perché è lì che c'è l'insegnamento e l'arricchimento personale. Per quello quando si rompe quella lastra di ghiaccio e ci si addentra in queste acque gelide si scopre un mondo di rara bellezza, riservato a quei pochi coraggiosi che non hanno sentito il coro d'avvertimenti dissuasivi e hanno deciso di avventurarsi oltre.

Buioingola

Due brani da segnalarvi con piacere.
Il primo è Eclisse. Un inizio doom che ci porteremmo appreso per tutta la durata del brano con un ossessivo suono di campane che sarà la guida del brano. Ma l'abilità del gruppo sta nel contaminare il tutto andando a confinare nei mondo del black metal con certe incursioni industrial.
 Il secondo è il brano di chiusura di questo disco: Il giorno dopo. Oscurissimo e bellissimo, brano dissacrante per via dell'atmosfera intima che riesce a ricreare. Ricorda le prime cose dei Katatonia ma con uno sguardo italiano, qualcosa difficile da definire e che non ha soltanto a che fare con l'aspetto linguistico.



Sarebbe un peccato che Il Nuovo Mare si trasformi nell'ultimo disco dei Buioingola, perché questa loro interpretazione della parte oscura della vita è assolutamente interessante e sorprendente, trovando un riflesso nell'insieme di generi che confluiscono per formare il loro linguaggio musicale. Ma se così fosse bisogna tuffarsi con gusto e senza paura in questo oceano oscuro.

Voto 8/10
Buioingola - Il Nuovo Mare
Sentient Ruin Laboratories
Uscita 31.03.2017