giovedì 12 gennaio 2017

Laser Dracul - Laser Dracul: doom, sudore ed alcool

(Recensione di Laser Dracul dei Laser Dracul)


La forza e la potenza di certi gruppi va misurata oltre alla loro propria storia ed alla capacità di essere ancora attuali dopo tanti gruppi. Sicuramente un metro di misura molto valido e concreto è quello di vedere che capacità di far nascere dei nuovi generi musicali è correlata a questi gruppi. Certe band l'hanno fatto, qualche volta alla distanza di anni, ed oggi esistono dei generi molto definiti che si sono basati nell'eredità di quella band.

Il suono doom/stoner degli svedesi Laser Dracul ha un chiaro ascendente, quello dei Black Sabbath, band, che come poche, è riuscita a creare dei veri e propri eserciti di gruppi che hanno raccolto la loro eredità. La cosa importante è, però, capire come ogni gruppo abbia fatto per dare una nuova lettura ai dittami originali. Nel caso dei Laser Dracul quell'interpretazione si basa nel prendere la parte festosa e "rock&roll" dei Sabbath ed esagerarla. Questo lavoro, che sottopongo al mio analisi, è un demo che la Ván Records ha deciso di re-editare. Una scelta rischiosa perché tutti i demo tendono ad essere eccessivamente grezzi ed imperfetti. Invece, nel casi di Laser Dracul, quello che abbiamo di fronte è un lavoro che ritrova una grande coerenza, perché diventa molto più diretto, spregiudicato e festoso. Infatti è quella la caratteristica che bisogna esaltare su tutte le altre, quella della festività, del divertimento che si genera suonando e che viene fuori attraverso le quattro tracce di questo lavoro. Ma non è un divertimento spensierato e leggero, è un divertimento che sa di film di serie B, di racconti volutamente osceni ed inverosimili che flirtano con tematiche sovrumane. 

Ván Records


Come detto in precedenza il suono di questo disco appartiene a quel stoner figlio delle caratteristiche principali della musica dei Sabbath. Infatti ritroviamo in questo lavoro le stesse chitarre oscure e profonde che non lasciano alcun spazio vuoto. Ritroviamo pure una sessione ritmica trascinante, che sorregge con fermezza tutto il resto. Insomma, un power trio strumentale che non molla neanche per un secondo la dose energetica che viene impresa a tutto il lavoro. L'aspetto doom è invece un po' più marginale, perché tranne qualche piccola sfumatura downtempo non ci sono molti aspetti musicali che ci leghino a quel genere. Sicuramente va più nella parte estetica, che trova terreno fertile nel lato oscuro del mondo, anche se qua, ancora una volta, bisogna fare una precisazione. All'interno di Laser Dracul non c'è traccia di quella depressione densa, marchio di fabbrica dei gruppi doom.

E' proprio il paradosso tra divertimento ed oscurità quello che dona la grazia a questo demo. La musica dei Laser Dracul sa di palchi stretti dove si è così a contatto con il pubblico da non capire più da chi proviene il sudore. E' una musica alcolica, di concerto che inizia a nottata inoltrata e che non verrebbe chiudere mai. E la cosa magica è che tutto ciò è chiaramente apprezzabile in questo lavoro.

Ván Records


Per farvi capire in una dimensione musicale tutto quello che ho illustrato fino ad adesso vi consiglio l'ascolto di due brani.
Il primo è Dancing with Demons. Sin dalle prime note che presentano un bel giro di basso con degli adorni armonici della chitarra è chiarissima la traccia dei Black Sabbath. Il brano si sviluppa poi tra parti energiche e trascinanti ed altre più vicine a quel rock&roll di scuola psichedelica.
Fear of the Priest ci va capire, invece, la parte più festosa della band. Già dal titolo del brano s'intuisce l'intenzione del gruppo. Infatti la canzone è un racconto fantascientifico che ritrova un riflesso quasi logico nella parte musicale. E' più energica e sostenuta del brano anteriore.



I Laser Dracul sembrano aver imparato bene la lezione dei Sabbath. Per quello ripropongono, con una nuova veste, quell'insieme di mistero ed oscurità legato alla spensieratezza lisergica ed alcolica del rock primordiale. Questo demo funziona molto bene perché l'aspetto grezzo accentua ulteriormente quest'intenzione. Ne viene fuori un lavoro interessante senza troppe pretese.

Voto 7,5/10
Laser Dracul - Laser Dracul
Ván Records
Uscita 27.01.2017


lunedì 9 gennaio 2017

The Ruins of Beverast - Takitum Tootem! danzare col fuoco

(Recensione di Takitum Tootem! di The Ruins of Beverast)


Il talento è un dono impressionante. In un certo modo lo è perché permette di collegare, senza alcun ponte le proprie capacità, di qualsiasi genere, con la naturalità. Niente che sia forzato, che abbia bisogno di immani sforzi ma soltanto il piacere di fare quello che si sa fare. Chi ha del talento è veramente fortunato, e se questo talento è molto sviluppato allora siamo di fronte a qualcuno di unico.

Ho sempre nutrito una grande ammirazione verso i veri poli-strumentisti che non soltanto riescono a suonare in grande modo una serie di strumenti ma che, soprattutto, sono in grado di registrare dei dischi dove l'impressione è che ci sia una band dietro e non un'unica figura. Questo è il caso di Alexander von Meilenwald, mente e cuore di The Ruins of Beverast. Mi ritrovo per strada la sua musica perché ho il piacere di parlarvi della sua ultima fatica, un EP intitolato Takitum Tootem! Come succede spesso il giudizio che si può riservare ad un EP è molto diverso di quello che merita un LP, perché gli elementi obiettivi di giudizio diminuiscono drasticamente. Bisogna anche considerare che questo nuovo lavoro consta solo di due tracce ed una di queste è una cover, Set the Controls for the Heart of the Sun dei Pink Floyd, e dunque non è possibile formula una riflessione più approfondita che rimarchi più aspetti. Anche avendo tutte queste premesse bisogna dire che Takium Tootem! è un lavoro pregevolissimo, dove lo spirito psichedelico del brano dei Pink Floyd è onnipresente combinandosi con il particolare atmospheric black metal che è il marchio di fabbrica di The Ruins of Beverast.

Takitum Tootem!


Infatti ascoltare queste due lunghe tracce è come affrontare un rito sciamanico dove la ritmica tribale ha come scopo lo stabilire un portale tra dimensioni diverse. Il lavoro della voce va anche in questa direzione. L'effettistica che ha addosso la trasforma in un nuovo elemento di viaggio astrale. Aggiungiamo a tutto ciò una bellissima presenza del basso, soprattutto nella cover, delle chitarre macinanti e delle tastiere che riescono a dar delle sfumature imprescindibili. Ecco che questo Takitum Tootem! regala delle sensazioni auditive piacevolissime che, purtroppo, finiscono troppo presto.

La musica di questo nuovo EP di The Ruins of Beverast sa di fuoco, di notte, di natura, di stelle, di tempo congelato, è assolutamente antico essendo prepotentemente attuale. Sa di maschere e di facce dipinte, sa di strani movimenti che sembrano di contorsionisti al ritmo della pazzia sonora che viene fuori. L'errore sarebbe pensare che tutto ciò è oscuro, è proibito, è da rigettare. Invece il pensiero dev'essere il contrario. Ci si deve lasciar affascinare da questi suoni e si deve permettere alla nostra mente di viaggiare, quanto più lontano possibile. 

The Ruins of Beverast


Le due tracce dell'EP hanno due colori e due carismi molto diversi.
Takitum Tootem! (Wardance) è, come già indica il suo nome, una danza tribale che sembra invocare dei guerrieri del al di là per combattere una guerra mitica. Ma la cosa interessante è che il focus non sta su questa guerra e sulla violenza che deve suscitare, ma lo è su questa danza, non interessa il "che" ma interessa il "come".
Set the Controls for the Heart of the Sun appartiene a quella categoria di cover che guardano con rispetto reverenziale l'opera originale, ed invece di trasformarla le aggiungono delle caratteristiche che permettano di far propria la canzone, come se fosse parte del repertorio della band. Psichedelica e spaziale ma anche tribale. Il brano è stato preso dal cosmo per essere riportato sulla terra.



Takitum Tootem! è un EP che sicuramente colma la grande funzione che deve avere un lavoro del genere, cioè lasciare la sensazione di poco. E' un lavoro che ci porta irrimediabilmente a chiedere di più, perché le prospettive sono luminose. Aspetterò con ansia un nuovo lavoro di The Ruins of Beverast.

Voto 8,5/10
The Ruins of Beverast - Takitum Tootem!
Ván Records
Uscita 27.01.2017

venerdì 6 gennaio 2017

Dead Limbs - Spiritus/Sulphur: l'insormontabile peso del passato musicale

(Recensione di Spiritus/Sulphur dei Dead Limbs)


Tra tante altre cose che la musica cerca di trasmettere c'è, molto spesso, un trasfondo filosofico. Il riuscir a riversare in note quello che si sente da come risultato un messaggio che, in molti casi, corrisponde al pensiero filosofico di chi c'è dietro alla scrittura di un determinato lavoro. Un modo perfetto per veicolare le proprie sensazioni, visto che pochi linguaggi sono universali come quello musicale.

Quest'oggi per la prima volta andiamo ad occuparci di un disco di una band sudamericana, mancanza abbastanza forte considerando che in quel sub continente la scena metal-alternativa è fioritissima, mossa soprattutto da una grandissima passione. L'onore di questo piccolo "avvenimento" aspetta ai brasiliani Dead Limbs e allo loro opera prima chiamata Spiritus/Sulphur
Io ho vissuto quasi metà della mia vita in Sud America. Ho visto i miei primi di concerti metal da quelle parti, e ho anche suonato in qualche embrione di band che poi a trovato più o meno successo. Quando facevo quella vita era tutto molto diverso di come sono le cose attualmente qua, in Europa. I soldo erano molti di meno, ci si arrangiava a provare in sale improvvisate con strumenti spesso fatiscenti. Ma c'era un grandissimo entusiasmo e soprattutto il concetto di "cover" era praticamente inesistente se non per suonare qualcosa per "riscaldarsi". Sicuramente in questi anni molte cose saranno cambiate e sarà molto più semplice, ed economico, sviluppare una passione del genere.
Ma non mi perdo più tra i miei ricordi e riflessioni e mi focalizzo su questo lavoro. Spiritus/Sulphur è un disco che suona molto "europeo". La musica creata dai Dead Limbs è un black metal di chiara scuola Agalloch, band statunitense con chiare sonorità che la avvicinavano ai paesi nordici. Vale a dire un black metal che viene volutamente contaminato con aspetti molto più ambient, a tratti vicini al doom ed in qualche circostanza vicini al post metal. Ma oltre al discorso musicale è anche interessante capire cosa viene cantato dalla band, che con questo lavoro ha cercato d'incentrare il suo discorso su un racconto mitico-filosofico che ha come chiava la ricerca di una dimensione oltre umana. 

Dead Limbs


Musicalmente Spiritus/Sulphur è un lavoro con luci ed ombre. Certe ricerche sonore sono veramente piacevole e molto ben riuscite. C'è una grande coerenza tra la storia raccontata e la parte musicale, che s'impregna di diversi stati d'animo. Infatti sono le parti più "sperimentali" o "ambientali" ad aver catturato il mio interesse ed un gran piacere nell'ascoltare quest'opera prima dei Dead Limbs. La pecca, però, dal mio punto di vista, sta nella scelta sonora di gran parte del restante riparto musicale. C'è una sonorità che ricorda molto il low-fi dei primi gruppi black metal anni 90 e il ricorso a certe strutture musicali che vedono l'utilizzo di assoli di chitarra sempre di quei anni danno un tocco anacronistico un po' pesante perché superato. Infatti questo disco sarebbe, sempre secondo il mio umile punto di vista, un lavoro molto più interessante se il sound fosse molto più attuale e se si abbandonasse l'idea di dare spazio agli assoli, almeno in quel registro.

Infatti questo Spiritus/Sulphur è un disco di contraddizioni. E' intrinseco di parti bellissime, molto piacevoli e ben suonate che poi si scontrano con certe scelte formali un po' antiche. Do il beneficio del dubbio, visto che si tratta di un disco debutto, e attendo di ascoltare ulteriori lavori di questo trio brasiliano per capire se ci sarà uno sviluppo nella direzione, che io ritengo, giusta. Intanto questo lavoro è un bel lavoro, per via delle idee che ha dietro e dell'originalità di molte di queste parti.

Golden Age è il primo brano che riscatto da questo lavoro. E' la traccia d'apertura del disco e si presenta molto molto interessante. E' trascinante e l'armonizzazione vocale iniziale fa aspettarsi un lavoro denso di oscurità che avanza sicuro e diretto. Infatti sarebbe molto bello che la band insistesse di più nell'utilizzo di voci pulite, perché il contrasto che si crea è ricco e complesso. Certi passaggi di questo brano ricordano i primi Katatonia.
Il secondo brano che voglio sottoporvi è Monolith of Deceived Hollows. Sebbene sia molto presente come sonorità lo sforzo musicale di gruppi di vent'anni fa il risultato è molto bello. E' un brano che riesce a dipingere dei paesaggi sonori molto definiti. Dunque un salto nel passato ma fatto bene, e in dose come questa è benvenuto.



Spiritus/Sulphur soffre molto del peso della musica che appassiona questi tre musicisti brasiliani. Per quello fa convivere delle idee belle ed originali, e molto ben riuscite, con cliché sonori antichi. E' un peccato perché quella parte "antica" sovrasta quella più originale che invece merita tantissimo. Detto questo sicuramente chi è nostalgico di un certo sound o di certi gruppi del passato troverà pane per i suoi denti in questo primo disco dei brasiliani Dead Limbs, perché questo è un buon lavoro che si fa ascoltare con curiosità ed interesse. Una buona prova iniziale che può solo crescere.

Voto 7/10
Dead Limbs - Spiritus/Sulphur
Northern Silence Productions
Uscita 27.01.2017


mercoledì 4 gennaio 2017

Árstíðir Lífsins - Heljarkviða: dentro alla più epica battaglia

(Recensione di Heljarkviða degli Árstíðir Lífsins)


Uno dei misteri più grandi dell'umanità è quello della vita dopo la morte. Ogni cultura ed ogni religione hanno il proprio punto di vista, più o meno simile, ma la concezione dell'esistenza di qualcos'altro oltre al passaggio terreno sembra essere un punto sul quale tutti concordano. Ci sono anche delle scuole di pensiero molto più razionali che non concepiscono in modo alcuno l'esistenza oltre terrene. Non sono in grado, e non pretendo neanche di farlo, di dare delle risposte a questo mistero ma m'interessa affrontare questa tematica per la sua forza creativa che ha portato tanti artisti a dare la propria interpretazione.

Árstíðir Lífsins nascono come una band che mette insieme musicisti islandesi e tedeschi, uniti dall'intenzione di dare nuova vita all'anziana letteratura norrena ed al suo arte in un modo sofisticato. Hanno al attivo un bel po' di materiale e l'opera che oggi vado a raccontarvi è la loro ultima novità discografica: un EP intitolato Heljarkviða.
La prima cosa da sottolineare è che, anche se si tratta di un EP, la sua durata è pressoché simile a quella di tanti album. Troviamo soltanto sue brani ma la durata complessiva di questo disco è di 40 minuti. 
Brani monumentali, dunque, com'è monumentale l'argomento che motiva questo disco. Cioè la vera e propria odissea di un guerriero vichingo, ucciso in una terribile battaglia, che lo porterà a fuggire dall'Helheim per tornare nella terra di Mezzo. Involontariamente questa sua iniziativa provocherà la più grande battaglia norrena chiamata Ragnarök.
Per portare avanti questo racconto mitologico i Árstíðir Lífsins si sono basati in una serie di poesie nordiche dando così vita a questo Heljarkviða.

Ván Records


Musicalmente l'insieme di elementi che formano parte di questo EP è un bel mix di generi imparentati. L'impronta più evidente è quella del folk/black metal ma il concetto musicale dei Árstíðir Lífsins è molto più complesso. Per quello non mancano delle strizzatine d'occhio al pagan metal o ad una linea molto più atmosferica. Il risultato è molto ben concepito, perché la stessa monumentalità cantata ritrova nella musica una nuova potenza che ingrandisce molto di più l'epicità del racconto. C'è spazio per diversi momenti, momenti d'introspezione, di opprimente consapevolezza del proprio stato di morte e anche per altri momenti dove questo magnanime conflitto si verifica, brutale ed irrazionale. La scelta di giocare con diversi registri di voce aumenta la dimensione visiva di questo disco, perché sì, siamo ancora una volta di fronte ad un disco dove la musica acquista delle caratteristiche fisiche.

Per chi si addentrerà nella musica di Heljarkviða ci sarà il profumo del sangue versato sul campo di battaglia, ci sarà il freddo della neve che cadrà addosso ai corpi disseminati in massa. Ci sarà un senso di desolazione quando tutto sarà finito. Ecco il perché questo EP dei Árstíðir Lífsins merita e tanto. Perché va oltre al racconto in terza persona con un grande distacco. Questo disco ci fa, in qualche modo, vivere quello che viene raccontato, diventando così un'esperienza molto intensa.

Ván Records


Visto che sono due i brani, entrambi di 20 minuti di durata, che compongono questo lavoro non selezionerò uno dei due ma mi soffermerò alla grande coerenza che gli unisce. Ci sono motivetti ricorrenti che si ripetono in entrambe le tracce. Per le caratteristiche di questo lavoro era anche possibile, e assolutamente non sbagliato, avere una traccia unica perché già, di per sé, l'evoluzione narrativa dentro a questi brani ci disegna delle parti chiaramente riconoscibili. 



Heljarkviða compie perfettamente il suo scopo. E' un disco che permette di conoscere e di avvicinarsi alla mitologia norrena in un modo molto vivace. Non è sbagliato paragonarlo ad una grande produzione epica cinematografica dove si mantiene una grande coerenza con una storia importante riuscendo a renderla ancora più interessante e viva. Per lo tanto non si tratta dell'ennesimo lavoro che esalta i tempi passati ma ci da una prospettiva molto tangibile di un conflitto mitologico. Tutto confluisce nella stessa direzione: quella di metterci al centro della scena. Obiettivo raggiunto.

Voto 8,5/10
Árstíðir Lífsins - Heljarkviða
Ván Records
Uscita 27.01.2017


lunedì 2 gennaio 2017

Twinesuns - The Empire Never Ended: bentornato signor Dick

(Recensione di The Empire Never Ended dei Twinesuns)


Quando la musica diventa materia generalmente viene utilizzata per la costruzione di vere e proprie creazioni artistiche interdisciplinare. Non importa molto di cosa si parla, in quanto a genere, ma di quello che arriva ad ognuno. Importa la capacità di stabilire quel contatto fitto tra musicista ed ascoltatore. Quando ci addentriamo in questo mondo siamo proprio in una direzione molto diversa di quello che, comunemente, viene considerato musica. Cadono le strutture, il concetto di melodia, l'individuazione, ed esaltazione, di un aspetto unico che caratterizza quello che si sta ascoltando. Ma se si ha la capacità di tuffarsi dentro a questo genere di musica, molto probabilmente si vivrà delle esperienze illuminanti. 

La prima recensione del 2017 viene riservata ad un trio tedesco chiamato Twinesuns che ci regala un disco monumentale del nome The Empire Never Ended. Mettiamo, però, le mani davanti per mettere in guardia l'ascoltatore curioso che si avvicinerà a questo lavoro. La musica dei Twinesuns è una complessa costruzione di trame sonore utilizzando tre strumenti ed un sacco di effetti. Gli strumenti in questione sono due chitarre elettriche e un sintetizzatore Moog. E', pertanto, molto ricercato il risultato che salta fuori dalle lunghissime sette tracce che formano questo The Empire Never Ended. Assenza di batteria ed un utilizzo tutt'altro che "convenzionale" degli strumenti appena descritti sono alla base del drone metal di caratura cosmica e fantascientifica che la band porta avanti. Dunque, se siete amanti delle melodia che s'incastrano nel cervello, di brani cantati o di sezioni ritmiche affermate statevene alla larga, dopo pochi minuti questo disco vi sembrerà scritto in un linguaggio del quale non riconoscete neanche mezza parola. Se, invece, amate l'effetto lisergico della musica e cercate di ricreare l'atmosfera perfetta per viaggiare con la musica allora dovete assolutamente ascoltare questo disco.

The Empire Never Ended


Ancora oggi si dibatte tantissimo su cosa avrà portato uno scrittore maestoso come Philip K. Dick a scrivere la Trilogia di Valis. C'è chi parla di un atto di pazzia, c'è, invece, chi dice che con questi tre ultimi libri questo grande autore statunitense abbia voluto esprimere il suo proprio pensiero in merito alla religione. La verità, forse, non verrà mai a galla ma per tanti lettori assidui, come me stesso, questi tra libri rimangono delle opere impressionanti, intrinseche di una complessità uniche, figlie di una mente brillante. Non è un caso, dunque, che i Twinesuns abbiano scelto proprio questa trilogia come fonte d'ispirazione di questo lavoro. Ma la loro lettura è molto interessante, perché il loro contributo non è quello di raccontare strumentalmente quello che è stato narrato in questi libri. No, il loro sforzo è quello di cercar d'interpretare tre stati mentali del proprio Dick: la pazzia, il contatto con Dio e l'interminabile ricerca della verità. Per farlo si avvalgono di una certa capacità di progettare cosmicamente quello che capita nella mente di un personaggio così complesso. Per quello i loro brani sono pieni di rumori cosmici che assomigliano al suono delle stelle. Echi lunghissimi, riverberi ampi, sovrapposizioni di armonici su loop ossessivi. Perché è importante scovare ogni angolo della mente.

L'opera di Dick era piena di simboli mistici che trovano una coerenza nelle proprie pagine. Sembrava un compromesso abbracciato dall'autore per esprimere il suo punto di vista sulla religione. The Empire Never Ended va ancora più in là. Ha il vantaggio della musica, del fatto che sia così universale da non essere associata per forza a qualcosa di concreto, soprattutto se ci muoviamo dentro alle dense acque del drone metal. Grazie a ciò la musica dei Twinesuns diventa una fantascientifico ed affascinante viaggio dentro alla Trilogia di Valis ma, nello stesso tempo, anche dentro alla mente, delirante o brillante, o entrambe nello stesso momento, del suo creatore. 

Twinesuns


E' difficile individuare qualche traccia in particolare di questo lavoro, perché è l'insieme quello che diventa coerente. Ascoltare il disco intero è come guardare per completo un capolavoro della fantascienza e consigliare solo qualche canzone sarebbe come consigliare qualche scena e basta, vale a dire qualcosa che effettivamente può rimanere più impresso ma che non da la dimensione completa e totale dell'opera. Faccio, però, uno sforzo ed estrapolo due canzoni.
La prima è Simon the Magus, brano d'apertura di questo disco. Sin da subito viene messo in chiaro qual è il lavoro della band. Cioè, utilizzo di effetti in modo prioritario per guidarci in questo viaggio fatto da fraseggi reiterativi sui quali si dispongono tutti questi colori. Forse questo è il brano che più richiama il lavoro dei Sunn O))).
Il secondo brano da porre alla vostra attenzione è Going Through Life With Eyes Closed, e se ve lo segnalo è perché è l'unica traccia dove oltre a gli strumenti è anche apprezzabile una traccia vocale, che non si distoglie minimamente dall'intenzione sonora della band, cioè regalare nuove dimensioni sonore. 



The Empire Never Ended rappresenta una chiave di lettura ambiziosa, perché cercare di tradurre in musica gli stati mentali di qualcuno non è semplice. Ma dentro a questa complessa trama di rumori nascosti, primitivi ed assordanti si capisce perché la Trilogia di Valis è come è. C'è qualcosa d'inquietante dentro a questi suoni, perché sembrano sfuggire dal nostro controllo e quindi dalla nostra comprensione. Ma c'è anche qualcosa di affascinante, perché ci guidano dentro ad un viaggio unico dove nulla è scontato e dove noi stessi ci troviamo a rispondere a certe domande fondamentali. 

Voto 8/10
Twinesuns - The Empire Never Ended
Pelagic Records
Uscita 27.01.2017

venerdì 30 dicembre 2016

Top 10 album 2016

Alcest


Per l'ultimo post dell'anno ho deciso di misurarmi con quello che è stato questo 2016 a livello musicale. Andando oltre al fatto, detto e ribattuto infinite volte, che è stato un anno nefasto per via di tutte le morti celebri, devo dire che a livello personale mi ha regalato un sacco di spunti bellissimi. Un esempio su tutti: l'aver deciso di aprire questo blog e ritrovarmi sommerso di musica di altissima qualità riscontrando una risposta positivissima sia nei lettori che negli stessi gruppi recensiti o intervistati. 
Slittare questa classifica non è stato semplice e per farlo ho scelto di includere soltanto degli LP, lasciando fuori dei validissimi lavori come Can't you Wait, ottimissimo EP dell'islandese GlerAkur. Un'altro aspetto fondamentale è stato quello della distanza temporale. Come vedrete il primo in classifica non è un album che ha ottenuto il voto più alto quando l'ho recensito, ma ulteriori ascolti hanno determinato la sua bellezza infinita meritevole di questo, umile, riconoscimento.
Augurandomi che il 2017 sia ancora più fiorito a livello musicale, approfitto di ringraziarvi per questi sei mesi meravigliosi, i primi nella giovane vita di Lettere dall'Undergound
Ma adesso, senza ulteriori indugi, andiamo a scoprire questa Top 10 album 2016.


Your Wilderness

  • N°10 The Pineapple Thief - Your Wilderness
Un disco elegantissimo, costruito con una grande carica emotiva che utilizza la musica come veicolo ed arriva al cuore dell'ascoltatore. 
(la recensione completa la trovi qui)


Drama

  • N°9 Ornaments - Drama
Unico album italiano presente in questa personale classifica. Un disco ambizioso che offre una nuova lettura ricca di prospettive moderne di un'opera maestosa. La conferma di una band che non ha nulla da invidiare a tanti gruppi stranieri.
(la recensione completa la trovi qui)


The Fall of Hearts

  • N°8 Katatonia - The Fall of Hearts
Quest'anno ci ha regalato dei nuovi lavori di mostri sacri dell'underground musicale come gli Opeth, i Neurosis, i Gojira o Devin Townsend Project, ma nessuno è stato in grado di regalarci un disco da porre nella cima delle proprie carriere discografiche. Nessuno tranne i Katatonia. The Fall of Hearts rappresenta il loro punto più alto in quanto a complessità creativa senza mai perdere, però, la propria impronta.
(la recensione completa la trovi qui)


Requiem for Hell

  • N°7 MONO - Requiem for Hell
Un'opera epica che non ha bisogna di parole. Un viaggio epocale che in realtà si svolge dentro di ognuno di noi. La capacità onirica dei MONO viene esaltata da questo disco che trova spazio, anche, per dei regali musicali.
(la recensione completa la trovi qui)


Memento Collider

  • N°6 Virus - Memento Collider
E' stato il primo disco che ho recensito su questo blog. Il ritorno di una band unica che ha dato, ancora una volta, il meglio di sé in questo album. Complesse trame che solo i Virus riescono a tessere dando nuova linfa al avantgarde metal.
(la recensione completa la trovi qui)



Mariner

  • N°5 Cult of Luna & Julie Christmas - Mariner
Unico disco presente in questo elenco a non essere stato recensito in questo blog perché era uscito qualche mese prima della sua apertura. I contrasti presenti in questo disco danno una spazialità incredibile arricchendo tutti gli artisti impegnati in questo lavoro. Nuovi orizzonti per il post metal.


Contrapasso

  • N°4 Seven Impale - Contrapasso
Un gruppo che ha un background musicale che non sembra di questi tempi ma che aggiunge di tutto alla propria musica. Brani complessi che si snodano con una logica messa in piedi dalla band e, dunque, impossibile da replicare. Un disco pieno di talento.
(la recensione completa la trovi qui)


Realms

  • N°3 Darkher - Realms
Il primo LP di quest'artista inglese è uno dei regali più meravigliosi di questo 2016. Un disco intrinseco di una bellezza oscura che ti conquista senza lasciar via d'uscita. Una voce meravigliosa che incanta portandoci a spasso tra la nebbia musicale della sua band.
(la recensione completa la trovi qui)

Samen

  • Nº2 öOoOoOoOoOo - Samen
Geniali sin dalla scelta del nome della band. Un disco che è molto di più di un insieme di canzoni ma che dev'essere vissuto come un'esposizione d'arte. Una metafora della vita e della complessità dell'esistenza. Imprescindibile.
(la recensione completa la trovi qui)


Kodama

  • N°1 Alcest - Kodama
Quando avevo recensito questo disco il mio voto era stato alto ma non il più alto di tutti. La magia è scattata successivamente quando i brani presenti in Kodama s'insinuavano improvvisamente nei più dispari momenti. Gli Alcest hanno costruito un album perfetto che emoziona in un modo unico. Un mix di nostalgia onirica e di profonda intimità che viene celebrato. Un inno ed una pietra miliare del blackgaze per i tempi futuri.


Per darvi una dimensione sonora di questa classifica ecco questo video riassuntivo. Buon 2017 a tutti!!!!










mercoledì 28 dicembre 2016

Wolvennest - Wolvennest: dentro al vortice infinito

(Recensione di Wolvennest dei Wolvennest)


C'è una poetica molto particolare nei primi film dell'orrore. Come la tecnologia non consentiva grandi effetti speciali e l'impatto visivo si basava solo sul bianco e nero era fondamentale che qualcos'altro arrivasse allo spettatore lasciandolo incollato alla poltrona con la voglia di sapere cosa sarebbe successo sullo schermo. I filmati dell'epoca ormai sono iconici, e gli interpreti dei personaggi storici di quella "prima ondata" dei film dell'orrore sono passati alla storia. C'era del romanticismo, e la concezione di quello che doveva "spaventare" era legata a tematiche surreali, a mostri solitari vittime di un passato traumatico. Nulla a che vedere con l'attuale concezione di questo genere cinematografico.

La musica dei belgi Wolvennest è assolutamente in linea con la storia di quel cinema. E' una musica così visiva da suggerirci, senza alcuno sforzo, quell'immaginario bianco e nero, costruito su una narrativa romantica, di essere solitari ed incompresi che si scontrano con l'ignoranza della società. Ma dentro a questo bellissimo disco debutto c'è molto altro ancora. Wolvennest è un lavoro ipnotico che pesca molto dalle acque del krautrock. Prendendo, dunque, un taglio psichedelico che confina con l'oscurità. Cioè una cosmologia misteriosa, fatta d'ignoto. Per quello la loro musica viene associata ai primi gruppi di black metal norvegese. Ma questa comparazione si ferma solo a quest'aspetto perché musicalmente c'è ben poco da accostare a quel genere. 

Ván Records


Sono cinque le tracce che costituiscono questo disco omonimo. Tutte di imponente lunghezza, tra i sei minuti ed i venti, si sviluppano come la trama di uno dei film precedentemente citati. Misteriose, poetiche, cosmiche. In ausilio a quest'intenzione c'è la parte elettronica, forse quella più marcatamente anni 70, che contestualizza il discorso musicale dei Wolvennest. Il resto degli strumenti hanno il ruolo di creare dei veri e propri vortici sonori ce catturano l'ascoltatore senza lasciar alcuna via di scampo. Come uno di quelli mostri romantici che piano piano accerchiano la propria preda fino a non farla fuggire. E', appunto, la presenza di questi "vortici" la parte più interessante della musica della band. Lunghissimi loop fanno confinare tanti discorsi musicali. C'è del post rock, del doom, della new wave, del rock psichedelico ma nessuno in modo così importante da sovrastare gli altri o da mettere da parte la vera intenzione musicale della band. Su questa costruzione ossessiva della musica la voce trova terreno fertile per comportarsi in diversi modi. Per quello certi brani sono cantati con un tono stregato ed altri vengono recitati con l'intenzione di ricreare una voce che viene da lontano nel tempo. 

Il vortice sonoro. Quella è sicuramente la miglior definizione della musica che troviamo in questo Wolvennest. L'estrema lunghezza dei pezzi non pesa affatto perché è un rituale necessario. E' un bombardamento di motivetti oscuri che piano piano s'impossessano della nostra attenzione tralasciando tutto il resto. Ecco, siamo dentro al vortice. Ma dove ci porta questo vortice? Nell'ignoto, nei racconti senza tempo di luce tenue al calar del sole, di ombre che danzano col vento capriccioso e di strani luccichii indecifrabili. Al risveglio non è possibile sapere se quello che si è vissuto era reale o un semplice sogno. 

Ván Records


Mi tengo due brani da approfondire per voi.
Il primo è quello d'apertura di questo disco. Intitolato Unreal conquista l'ascoltatore sin dalle prime note. I synth psichedelici che danno l'ingresso al brano ci fanno capire sin da subito in che acque ci stiamo addentrando. In un certo modo è il brano più new wave dell'intero lavoro. La voce è squisita e lega perfettamente con la base strumentale intrinseca di quell'immaginario gotico puro, autentico e non esagerato. Ottimo brano.
Il secondo che vado a illustrarvi si chiama Out of Darkness Deep. E' la canzone più lunga del lavoro, supera i venti minuti, e la cosa pazzesca è che dopo l'intro molto ambientale ed oscura si basa sullo stesso loop strumentale. Potrebbe sembrare pesante, monotono e noioso ed invece non lo è per niente. Perché sopra a questa costruzione ciclica appaiono e spariscono sfumature. Le piccole variazioni nei giri danno un movimento piacevolissimo. Voce e chitarra giocano sfidandosi il protagonismo. Infatti questa è l'unica canzone ad avere un assolo di chitarra, assolutamente in linea con l'estetica del gruppo, quindi non virtuoso, non eccessivo ma molto curato e psichedelico. 20 minuti leggeri leggeri.



Potrei azzardare a dire che assistere ad un concerto dei Wolvennest diventerebbe un rituale collettivo guidato dalla band sul palco. Lo dico perché la loro musica ha quella forza. Ti cattura e non ti lascia, ti porta dove dice lei e tu sei un viaggiatore così assuefatto da non opporre alcuna resistenza. E' magia pure, e non sono in tanti a riuscirci. Cosmico, oscuro e squisito.

Voto 9/10
Wolvennest - Wolvennest
Ván Records
Uscita 27.01.2017