giovedì 8 giugno 2017

Wederganger/Urfaust - Split: assomigliarsi per essere diversi

(Recensione di Split di Wederganger/Urfaust)


Mi piacciono i gruppi che dimostrano capacità di adattamento. Mi piacciono i gruppi che hanno chiaro quello che stanno facendo e fanno di tutto per rendere meglio il quadro. Mi piace quando si crea un'unità d'intenti e si va dritto nella direzione desiderata. Sono tutte cose che non sono per niente scontate perché certe band scelgono di non mettersi mai in discussione, di rimanere immobili, precludendosi, così, a nuovi orizzonti.

Per seconda volta da quando esiste questo blog mi occupo di uno Split, e uno dei due gruppi che ne fanno parte era già protagonista del primo split. Mi riferisco agli olandesi Wederganger dei quali vi avevo parlato in concomitanza con l'uscita del loro lavoro insieme ai, sempre olandesi, Kjeld (potete leggere la mia recensione qui). In questo caso questo nuovo disco gli affianca ad una rispettabilissima band, sempre olandese, che ha bisogno di ben poche presentazioni, cioè gli Urfaust. Di loro, invece, vi avevo parlato in concomitanza con l'uscita dell'ultimo LP, intitolato Empty Space Meditation (la recensione è qui).
Facendo un gioco abbastanza banale posso dire che prima di ascoltare questo disco aspettavo che i due brani degli Urfaust fossero molto più interessanti di quelli dei Wederganger. Mi basavo su quello che avevo ascoltato e conoscevo da entrambe le formazioni. Ed invece, dopo soltanto il primo ascolto, la mia premonizione si era completamente ribaltata. E non perché la parte degli Urfaust fosse inferiore ai loro standard. No, il motivo è che i Wederganger sorprendono regalando due brani splendidi. Non soltanto presi individualmente ma anche nel contesto generale di questo disco. Infatti grazie a questo contributo viene fuori un lavoro prezioso, coerente, con un'unità d'intenzioni che non disdegna di esaltare le differenze tra entrambi i gruppi.

Wederganger/Urfaust

Come mondo sonoro siamo in pieno al black metal ma entrambe le band regalano la loro propria interpretazione del genere. Quella dei Wederganger è più magnificente, in un certo modo epica. Quella degli Urfaust è più sofferta, infernale e viscerale. Per quello ha anche una dimensione molto più lo-fi che suggerisce qualcosa di molto più sentito, immediato e spontaneo. La cosa particolare è che sembra che in questo Split gli Urfaust abbiamo insistito per la loro via, per il loro modo di essere. Invece nel caso dei Wederganger c'è un adattarsi ai compagni d'avventura, senza che tutto ciò significhi rinunciare alla propria personalità. Anzi, quest'apertura, almeno per come la vedo io per quello che conosco la band, è un'apertura splendida che regala un tocco originale e molto ben portato a termine.

La cosa interessante degli Split è che quando vengono concepiti nel modo giusto sono un'opera che cresce grazie ai contributi delle band che ne prendono parte, dando come risultato qualcosa di molto diverso a un disco di una band unica. Questo split è uno di quei esempi. Anche se ci sono parecchie differenze tra entrambi i gruppi sembra che tutto vada nella stessa direzione con delle sfumature preziose. Sia i Wederganger che gli Urfaust vengono fuori ingranditi da questa novità discografica.


Sono quattro i brani che costruiscono questo disco. Io seleziono uno per band.
Per i Wederganger il brano è il primo di questo lavoro, cioè Heengegaan. Ritmicamente è schiacciante come una marcia infernale. Regala un brano oscuro e contundente, dissacrante ed ipnotico.
Per gli Urfaust la mia scelta va su Zelfbestraffingsten Denz En Occulte Raabsels. E' l'inferno che canta. Sembra un portale verso gli abissi. Guidati da una melodia dalla quale non possiamo fare a meno ci addentriamo in questo mondo. Non c'è tempo ne spazio per scappare. 

Questo Split trionfa. Trionfa perché riesce a compiere con tre cose importanti. La prima è quella di essere un'opera coerente ed originale, la seconda è che fomenta i due gruppi partecipanti, e la terza è che è fottutamente oscuro. Gran bello il giorno che Wederganger e Urfaust decisero di unire le forze.

Voto 8,5/10
Wederganger/Urfaust - Split
Ván Records
Uscita 09.06.2017

mercoledì 7 giugno 2017

Trojka - I Speilvendthet: la coerenza di un universo scelto

(Recensione di I Speilvendthet dei Trojka)


Sappiamo che i gusti nella musica sono assolutamente soggettivi e, fino a dove so io, non ci sono fattori particolari che stabiliscono una preferenza piuttosto di un'altra tranne, aggiungo io, l'ignoranza. Invece qualcosa che generalmente si presenta è che l'età gioca un certo ruolo nel valutare, o rivalutare, certi generi. Generalmente si dice che da adulti si riesce ad apprezzare una certa musica più cervellotica e complessa. Si arriva fino al punto di avere uno stile musicale chiamato AOR (Adult Oriented Rock) ma non è l'unico genere che va apprezzato in modo diverso asseconda dell'età.

Naturalmente l'introduzione di questo pezzo non ha un valore assoluto e può contare con illustri eccezioni che decretino la decadenza della "regola" appena esposta, ma sono sicuro che la musica dei norvegesi Trojka ritrova dei maggiori consensi dentro ad una certa generazione che va oltre i 25/30 anni. Questo perché lo spettro musicale sul quale si muove la band è molto più vicino ai generi che piacciono a quelle generazioni, cioè prevalentemente un rock progressivo che flirta con il jazz ed il pop. Il disco del quale mi occupo quest'oggi si chiama I Speilvendthet ed è il debutto discografico della band. E' un lavoro cantato in norvegesi che mette insieme tutti i generi che ho descritto prima. Un disco molto elegante, ricercato e molto ben suonato, all'altezza di tanti altri lavori di rock progressivo.

I Speilvendthet

Il miglior modo di capire cosa c'è dietro a questo I Speilvendthet è quello di paragonarlo con certi artisti che hanno molte cose in comune con i Trojka. Per quello andando ad ascoltare con cura questo disco mi è impossibile non farmi venire alla mente la musica di due grandi progetti: i Genesis e Neil Morse. Naturalmente sarebbe riduttivo fermarsi soltanto a questi due nomi ma sono molto riflessivi di quello che troviamo in questo disco. Anche qua bisogna essere precisi perché questi due progetti hanno vissuto diverse tappe e non tutte sono presenti nella musica dei Trojka. Diciamo che quello che è stato preso dalla band norvegese è l'eleganza del suono che diventa molto amicante e mai ostico. Forse qua torniamo al concetto generazionale, al fatto che questa scelta stilistica colleghi la musica del gruppo ad una certa età anagrafica che cerca una profondità in un certo tipo di suono che non sia mai invasivo. 
Un altro appunto importante da fare è quello del formatto della band, composta da tre musicisti che suonano basso, tastiere e batteria. Infatti il protagonismo armonico e melodico viene riservato alle tastiere, che giocano senza problemi espandendo i confini della band. Su questa base si adagia comodamente una voce che lavora perfettamente in linea con tutto il resto.

I Trojka vengono da Bergen, Norvegia, e in quest'avventura di scrivere questo blog mi sono ritrovato a stupirmi per la notevole quantità di band che si muovono intorno al rock progressivo, provenienti tutte quante da questa città. Non ho gli strumenti necessari per parlare di un caso o quant'altro ma è molto interessante vedere il fermento musicale di quel posto, avendo a che fare con progetti di qualità ma che, nello stesso tempo, si differenziano nelle loro scelte sonore. I Speilvendthet è un nuovo esempio di una bella scena che progetta la Norvegia come una terra fertile dentro al rock progressivo.

Trojka

Siamo giunti al momento dei consigli d'ascolto, e dunque pesco due brani da questo disco.
Il primo è Et Spill. Inizia con dei virtuosismi che mettono in chiaro sin da subito lo spirito progressivo della band ma lo sviluppo regala delle melodie che si conficcano facilmente in testa.
Il secondo è Mat for Tanke e qua si sente anche la presenza molto presente degli Emerson, Lake and Palmer. Infatti le tastiere si divertono ad espandersi. E' un brano che si sviluppa orizzontalmente col gusto di giocare con tanti generi lasciando anche spazio all'intervento di un sax.


I Speilvendthet è un lavoro virtuoso ma non spaccone. E' pop in quanto a che è costruito su una serie di melodie che funzionano perfettamente ma non è assolutamente commerciale. E' un disco coraggioso ma che ha il suo coraggio non nella sperimentazione ne nell'aggressività, ma bensì nel toccare diversi generi senza mai accomodarsi in una formula certa. Già per questi motivi i Trojka hanno costruito un disco interessante.

Voto 8/10
Trojka - I Speilvendthet
Apollon Records
Uscita 09.06.2017


lunedì 5 giugno 2017

Ghost Toast - Out of This World: evadere ovunque, ma evadere

(Recensione di Out of This World dei Ghost Toast)


L'evasione è uno stata mentale al quale tutti dovremmo avere diritto. Evadere è andare a toccare le vette più alte che la nostra mente riesce ad immaginare. Tutti vorremmo fare delle cose diverse da quelle che facciamo in certi momenti ed è la nostra mente a portarci in quei posti unici. C'è chi è così bravo da trasformare l'evasione in arte e ci da la capacità di vivere una nostra propria evasione grazie alla loro guida. Non bisogna mai smettere di evadere, d'immaginare altri mondi, di sognare ad occhi aperti.

Out of This World

Sin dall'inizio di questa nuova recensione dico che Out of This World è un disco meraviglioso, molto ben concepito e molto concreto. Un disco assolutamente non semplice da comporre e quanto meno da apprezzare fino in fondo. Questo è il terzo lavoro degli ungheresi Ghost Toast ed è il loro primo disco edito da una casa discografica, in questo caso la Inverse Records, dopo due prime registrazioni auto-prodotte. Ed è una fortuna che questo lavoro riesca a contare con una platea più ampia perché sarebbe un vero peccato che la musica di questa band rimanesse privilegio di pochi ascoltatori. Lo è perché questo disco è una perfetta proiezione di quello che significa scrivere fantascienza trasformandolo in musica. Ma il loro sforzo artistico va anche oltre. Non si tratta soltanto di individuare certe storie, alcune molto famose, e tirar fuori dei brani strumentali che riproducano l'atmosfera o la storia. No, lo sforzo della band è doppio, perché da una parte pescano l'aspetto che secondo loro rende più particolare la storia, o ricreano nuove storie collegando molti aspetti, per poi lasciare in mano all'ascoltatore la costruzione di un nuovo immaginario suggerito dalle note che ascolta. Insomma, è un interpretare e rimescolare le carte per dar nascita a qualcosa di nuovo, molto ben fatto. 

Out of This World


E' indubbio che per fare tutto ciò servono delle capacità strumentali e creative molto spinte ed è proprio quello che succede con i Ghost Toast. Il margine di influenze che confluiscono in questo Out of This World è così ampio da sembrare inesistente. Posso dire che la definizione che la stessa band si attribuisce è di experimental strumental progressive rock e sicuramente è abbastanza esaustiva di quello che si può ascoltare in questo disco. Sono costanti e numerose le contaminazioni sonore che vengono usate come pezzi di questo puzzle complesso. Per quello ci sono incursioni elettroniche, etniche, metal e di altri tipi. Per quello ogni brano sembra un racconto indipendente che necessita dei giusti adattamenti per rendere al meglio il quadro complessivo. Si potrebbe dire che la band ha lo spirito dei gruppi progressivi anni 70, e di conseguenza delle influenze marcate del free jazz, ma sarebbe solo vero fino ad un certo punto. Infatti si capisce che il gruppo è una aspirapolvere che ha messo dentro a sé tutta la musica degli ultimi 40 anni al meno. Ma la loro capacità camaleontica di adattarsi a quello che raccontano è spettacolare. 

Out of This World


Ascoltando questo disco più volte mi sono venuti in mente i Liquid Tension Experiment ma c'è qualcosa in più nella musica dei Ghost Toast, ed è che la loro capacità strumentale non è mirata a dimostrare quali virtuosismi sono in grado di compiere. Nel caso di questo Out of This World quello che viene fuori è una creatura pronta a mutare, a cambiar pelle e a toccare certi confini lontanissimi soltanto per raccontare al meglio quello che hanno in mente, usando solo i loro strumenti. L'evasione è assicurata ed è una garanzia.

Ghost Toast

Visto che c'è un costante movimento tra brano e brano diventa riduttivo analizzare poche tracce, perché nessuna e tutte, allo stesso tempo, riescono ad essere rappresentative di tutto il lavoro. Per quello è un po' crudele fare quello che sto per fare, ma le mie due scelte hanno a che fare con i brani che più mi hanno lascito un qualcosa. Questi brani sono:
Gordius. Brano ritenuto dalla band come il più complesso del disco, in tale modo che anche la loro spiegazione diventa assolutamente complessa. Forse è il riflesso dell'umanità, delle nostre decisioni irrazionali, delle pazzie improvvise che vengono fuori. Per quello è un brano spumeggiante, deciso, intenso ma che cambia improvvisamente in modo inatteso. Uno dei brani più metal di questo lavoro.
Kaia. Un universo che mette insieme l'essenzialità della terra, di quel che siamo, della nostra natura, ma anche della nostra infanzia, di quella tappa dove l'innocenza prevale su tutto il resto, e di conseguenza si è più vicini alla madre natura. E' un brano ipnotico ed etnico, dove la band dimostra la capacità di costruire mondi sonori.


Out of This World è un lavoro molto ben fatto. E' un disco che ha un background chiaro e fortissimo. E' un disco che può piacere a tanta gente perché in tanti si possono rispecchiare nei suoi brani. E' monumentale, è intimo, è di altri mondi ma è anche così essenziale da raccontare la nostra casa, il nostro mondo. Creo che i Ghost Toast meritano lo spazio adatto che renda giustizia a la loro capacità musicale immensa.

Voto 8,5/10
Ghost Toast - Out of This World
Inverse Records
Uscita 07.06.2017

sabato 3 giugno 2017

Postvorta - Carmentis: dalle crepe entra l'epica

(Recensione di Carmentis dei Postvorta)


Non c'è evoluzione senza passato. Non c'è uno sguardo futuro senza sapere cos'è successo precedentemente. Non c'è vita senza una base. Per quello la musica ci sorprende continuamente con la dicotomia passato-futuro. Una costante evoluzione ci regala continuamente nuovi generi ma se guardiamo come sono costruiti, e da cosa prendono spunto, ci ritroviamo con un quintale di tracce del passato. Per quello la musica ha anche un fondamentale ruolo di divulgazione, perché porta a nuove generazioni degli spunti storico e culturali che entrano molto meglio che non in aula di classe. Per quello la musica dovrebbe essere un patrimonio molto più tutelato.

Oggi vi parlo una interessante band italiana, per niente nuova al panorama underground. Si tratta dei Postvorta che danno spazio a parlare di loro grazie al loro terzo album Carmentis. C'è da dire che come, purtroppo, capita spesso questa band sembra raccogliere molti più consensi fuori dal territorio nazionale, ma questa è una battaglia insormontabile. Il giorno che gli italiani scopriranno il livello delle band che animano il panorama underground musicale ci sarà una piccola rivoluzione. Collegato a questo discorso non c'è da sorprendersi se questo nuovo disco conta con un paio di collaborazioni internazionali. Ma andiamo adesso più nel profondo cercando di capire che cosa c'è dentro a questo nuovo disco. Come al solito le definizioni sono un po' leziose e non sempre rendono il quadro della situazione ma possiamo dire che i Postvorta si muovo prevalentemente nella landa desolata del post metal. Nel loro caso c'è anche uno sguardo più cupo con rispetto a nomi saldi di questo genere. Infatti è questo monocromatismo grigio quello che è dominante nelle sei tracce della loro nuova fatica. Ma se questo vi fa pensare ad un disco piatto vi sbagliate di grosso, infatti Carmentis è molto dinamico e ci dimostra infinite vie di quello che è quel grigio dominante. 

Carmentis

Perché il grigio? Perché è l'insieme di bianco e di nero, come se entrambi i colori si cercassero ed avessero bisogno l'uno dell'altro. Per quello anche se la prevalente emotiva di questo disco è molto cupa ci sono delle piccole crepe dalle quali si filtra una luce così nuova da sembrare violenta.Musicalmente questo si traduce nell'idea di un disco molto drastico, dove la band avanza in blocco attraverso quest'oscurità che non è altro che un paesaggio riflesso di quello che si sente. Ma se Carmentis fosse solo quello secondo me non avrebbe tutti i meriti che ha. Per quello a rompere quell'oppressione presente ci pensano una serie di intervalli misurati e tranquilli, dove si respira e, per chi ama cercare la bellezza nell'oscurità, si viene molto appagati. Spazio dunque che si giostra tra due mondi quasi opposti nelle estese composizioni musicali dei Postvorta. Per quello questo disco sembra essere composto di tre capitoli, che nello specifico sono i tre brani centrali, che si sviluppano in lunghi minuti, attraversando in questo modo tante sfumature. Infatti come succede con tanti dischi post metal c'è una capacità narrativa che si traduce in musica ed è possibile sentire fedelmente quello che viene raccontato, con momenti rabbiosi, altri strazianti ed altri di piccoli lumi di speranza.

In un certo modo, e anche se musicalmente sono due dischi lontani, sento che questo Carmentis ha dei tratti in comune con un altro disco italiano recente. Parlo dell'ultimo capolavoro degli Ornaments, Drama, dove la storia mitologica straziante veniva interpretata musicalmente con grande maestria. Ripeto che i mondi sono lontani, soprattutto perché gli Ornaments sono prevalentemente strumentali, ma c'è in comune la forza narrativa di una storia molto sentita e di un'epicità quasi mitologica. Questo nuovo disco dei Postvorta ha quella altezza che non è sempre facile da raggiungere.

Postvorta

La struttura di questo disco si basa su due brani che aprono e chiudono il disco con l'unico ruolo di essere intro ed outro, ed in mezzo tre brani di importante durata sviluppano l'intero lavoro.
Di questi tre io pesco uno: Colostro. Come dicevo prima è la dinamica a far grande questo disco, dinamica che si vede nella successione di momenti musicali, nella creazione di veri e propri scenari dentro ai quali poi la narrazione prende piede. Ed è quello che succede fedelmente in questo brano. La prima parte serve a capire dove siamo, cosa vivremmo e come la vivremmo. Gli intrecci musicali di basso e chitarre sono bellissimi e quando il brano esplode per prima volta tutta la tensione si rompe. E' lì che bisognava arrivare. Devo dire che ascoltando ripetutamente ci sono dei paragoni interessanti che vengono fuori, come quello con i Heretoir dei loro ultimo album The Circle.


Carmentis è intenso. E' un disco sentito con idee molto chiare che regala una notevole nuova visione da parte dei Postvorta al mondo musicale che possiamo inglobare come post metal. Come ho detto in altri punti di questa recensione c'è un lavoro narrativo non indifferente che guida questi brani attraverso la loro estesa strada, e fare un lavoro del genere non è roba semplice. Questo è un disco all'altezza di tanti altri interessantissimi lavori usciti nell'ultimo periodo.

Voto 8,5/10
Postvorta - Carmentis
Third I Rex
Uscita 14.05.2017

venerdì 2 giugno 2017

Sapata - Satanibator: il calore viene da dentro

(Recensione di Satanibator dei Sapata)


Il calore non è un fattore che dipenda soltanto dalle condizioni climatologiche. Il calore è energia, energia che si brucia. Il calore è sudore. La musica è calore. Per quello anche nelle notti più fredde di un inverno la giusta musica suonata nel giusto posto può sciogliere qualsiasi tipo di gelo. Quando si crea quell'onda di calore che va dal pubblico fino ai musicisti ormai non importa più di chi è il sudore. Si crea un ambiente unico dove il calore sovrasta qualsiasi cosa.

Nel caso dei finlandesi Sapata è indubbio che la loro musica cerchi quell'intensità unica che si trasmuta in un certo tipo di calore. Un calore che ha a che fare con l'energia messa dentro ad ogni loro canzone ma anche alle tematiche che vengono fuori dalla loro musica. Un tocco di proibito, di misticismo, di pagano ma anche di divertente, di quella sensualità che hanno le cose nascoste. Satanibator è il loro primo sforzo discografico e compie molto bene con eventuali aspettative. Questo è un disco che funziona perché è pieno di energia, perché si muove dentro a quel doom primordiale che sconfina con lo stoner. Insomma, questo disco è una locomotrice che non ha alcuna intensione di fermarsi alle stazioni del suo percorso. A capitanare tutto quanto abbiamo una voce femminile che non si disdegna assolutamente ad essere la parte visiva di questo gioco. Infatti è la voce quella che aggiunge una serie di elementi legati alla sensualità senza mai abbandonare l'energia che c'è dietro.

Satanibator

La musica dei Sapata ha quell'impronta che l'avvicina tranquillamente a gruppi come i Black Sabbath. Il loro è un rock che confina con certi aspetti del metal. Come universo principale la band si muove nel doom ma come dicevo prima bisogna pensare a quello primordiale, quello che è venuto fuori negli anni 70. Dunque non quel genere depressivo basato sull'oscurità e la depressione ma quell'altro dove il protagonismo viene riservato a quel mondo psichedelico che gioca con l'occulto, con un certo tipo di esoterismo ancestrale dove le ombre sono tanto importanti quanto le luci. Per quello molti aspetti di questo Satanibator ci riportano indietro nel tempo. C'è tanto spazio a quelle metriche ipnotiche, ad una voce piena di personalità che sembra calzare perfettamente nel ruolo che le aspetta. Musicalmente c'è molto di rock anni 70, c'è quello spirito del rock spensierato, anticonformista e lontano dalle costrizioni sociali. Per quello il sound di quest'album ci riporta indietro e ci fa venire in mente certe voci eccellenti del rock al femminile. 

Satanibator sa di fuoco, sa di notte, sa di sudore e di immagini che non sappiamo se sono veridiche o frutto della nostra immaginazione. E' quello l'universo scelto dai Sapata. Un mondo di sensualità e di strani rituali che ti catturano senza lasciar spazio ad una via di fuga. Le canzoni di questo disco vanno venire sete perché sono piene di quel calore che è figlio di un momento unico, di quello che accade quando le luci si accendono e si prende coscienza di essere nella realtà e non in un sogno.

Sapata

Prendo due brani che mi sembrano abbastanza utili per illustrare l'intero lavoro.
Gobi dimostra qual è lo spirito che attraversa la musica di questa band. C'è tantissima energia ed un'oscurità presentissima senza essere opprimente. Per quello questo brano sa di proibito, di statue pagane che alla luce di una torcia sembrano animate.
MDD è tremendamente sensuale. Per quello nasce sotto una ritmica ipnotica sulla quale una frase di basso ci porta verso questo rito. Voce e chitarra si lasciano un all'altro il protagonismo giocando su una parte psichedelica che sembra venire da molto lontano. Molto bello.


Come sempre la musica diventa patrimonio dell'umanità. Per quello non c'è da sorprendersi se una delle terre più fredde al mondo, come quella finlandese, da nascita ad un progetto così caldo come i Sapata. I loro brani sono pieni di quell'energia irrefrenabile che diventa assolutamente coinvolgente. Per quello Satanibator è un disco che ti obbliga a ascoltarlo con grandissima attenzione, perché in un certo modo non ti lascia via di scampo.
Io, adesso, vado a bere.

Voto 8,5/10
Sapata - Satanibator
Inverse Records
Uscita 02.06.2017

giovedì 1 giugno 2017

Völur - Ancestors: attraversare il tempo per ammagliare

(Recensione di Ancestors dei Völur)


Sin dall'inizio dell'umanità la musica è stata fondamentale. Non c'è cerimonia rituale che non abbia un accompagnamento musicale, non c'è cultura che non abbia riversato nella musica le proprie intenzioni, i propri sogni, i propri modi di attraversare la vita. Per quello certi generi sembrano venire di tempi molto remoti e ci aiutano a cercar d'immaginare quello che era vivere tanti secoli fa. E' la magia della musica. La sua capacità di evocazione diventa universale e preziosa, perché poche altre cose riescono ad ottenere gli stessi risultati.

Ancestors

I Völur sono fottutamente interessanti per tante cose diverse. Da una parte per la musica che fanno, musica dove confluiscono tanti elementi come il folk, il doom ma anche una serie di elementi di non semplice definizione che fanno della loro musica una creatura che attraversa i tempi lasciando dietro di sé un alone di mistero. Ma sono anche tremendamente interessanti perché sfuggono dagli schemi normali che possono avere dei gruppi del genere. Per quello il loro trio musicale utilizza tre strumenti che prendono un'infinità di pieghe facendo sì che non si senta assolutamente la mancanza di altri strumenti. Questi sono basso, violino e batteria, ai quali viene aggiunta un paio di voci, maschile e femminile, che costruiscono il mondo della band. Per riuscir ad apprezzare il loro lavoro ho oggi il piacere di parlarvi di Ancestors, loro primo LP.  Questo lavoro ha il sapore del tempo, della natura e di tutti gli oppressi che nel corso della storia per un motivo o l'altro sono stati obbligati a reprimere la propria vita. Per quello questo disco sembra essere un urlo viscerale lunghissimo. Ma andando in fondo a questo urlo arriva la comprensione di realtà diverse che possono insegnare tanto a qualsiasi persona.

Ancestors

Composto solo da quattro lunghissime tracce, Ancestors è un disco che non sta mai statico, che attraversa con un'impressionante naturalità le ampie distese di desolazione umana. E' un disco cupo e nostalgico che ha la grande qualità di scavare così in fondo da tirare fuori la bellezza dalle sue note. Il sorprendente utilizzo del basso e del violino danno un tocco unico alla musica portata dai Völur. Il loro non è semplicemente un doom rigoroso, non è neanche soltanto un folk metal ancestrale e non può essere incanalato come un dark ambient che funziona egregiamente. No, la loro musica è tutto quello e niente di tutto ciò. Anzi tutto bisogna dire che è una musica sentitissima, sofferta, ipnotica e coinvolgente. E' una nebbia che ti circonda sussurrandoti all'orecchio delle parole che vengono da lontano. E per prendere quella forma quello che serve è non limitare assolutamente l'utilizzo dei propri strumenti al modo più consueto. Per quello tutti gli effetti usati sui due strumenti di corda danno nascita ad una nuova materia sonora che è quella che la band usa per mettere in piedi le proprie creazioni.

Ancestors

I Völur hanno un'altra grande qualità ed è la loro delicatezza. Non eccedono mai in quello che fanno perché sarebbe inutile e banale. Sanno come fare quello che devono fare e lo fanno molto bene. Ancestors è un disco che attraversa lo spazio tempo come chi fa un salto da una parte all'altra del marciapiede. Per quello il loro soffio è ancestrale ma non puzza di vecchio, anzi, profuma di avvenire. Per quello sembra di ascoltare musica nata secoli fa suonata con la tecnologia di oggi. Per quello la parola "limite" sembra essere completamente cancellata dal loro vocabolario. Quello che ascoltiamo in questo lavoro è una necessità, una profonda intenzione di raccontare qualcosa senza preoccuparsi da strutture o preconcetti. Questo è un fiume in piena e guai a fermarlo.

Völur

Tutti i brani che compongono questo disco si chiamano "Breaker of....." (completando il titolo con diversi sostantivi o concetti). Infatti questo è un disco di rottura, rottura verso il presente, pieno d'ingiustizie, rottura verso il passato, che qua viene raccontato con una visuale narrativa, rottura verso le fondamenta dei generi praticati dalla band, perché nulla suona fedele a come dovrebbe essere ma è una "ribellione" voluta. Io ho scelto un brano per farvi capire incontro a cosa ci si addentra ascoltando questo disco.
Il brano in questione è Breaker of the Oaths e si capisce perfettamente la versatilità della band, che utilizza i propri strumenti in modi così dinamici da non riconoscerli sempre. Sembrerebbe che ci fosse una chitarra qua e là ed invece sono il basso ed il violino. Sembrerebbe un brano "tranquillo" ed invece esplode alla fine, a far capire che nulla è scontato nella musica della band.


La cosa bella della musica è che non esistono i limiti. Ci sono formule che definiscono più o meno i generi ma sembra che quelle formule siano fatte per essere rotte, ed è proprio quello che i Völur fanno. Non hanno alcuna intenzione di essere incastrati in un genere specifico ma, piuttosto, voglio essere un'eterea sensazione che attraversa il tempo come un rapace in volo attraversa il vento. Ancestors è un disco emozionante e sorprendente, e solo per quello merita un grande ascolto.

Voto 9/10
Völur - Ancestors
Prophecy Productions
Uscita 02.06.2017

mercoledì 31 maggio 2017

SikTh - The Future in Whose Eyes? + Intervista a Mikee Goodman: il trionfo di un disco umile

(Recensione di The Future in Whose Eyes? degli SikTh + Intervista a Mikee Goodman)


L'intesa che si crea tra un artista ed il suo pubblico non ha a che fare soltanto con le proprie canzoni e con quello che possono rappresentare per chi le ascolta. Ci sono tanti altri livelli nei quali si crea un rapporto unico che porta a determinare che la musica sia uno dei maggiori tesori che si possano mai abbracciare. E qua non si tratta della disponibilità di un artista o della sua vicinanza al suo pubblico. Parlo di tutta un'altra serie di cose che ti rendono un artista una presenza necessaria, fondamentale ed irrinunciabile. E' lì che scatta la magia. 

The Future in Whose Eyes?


Per la prima volta da quando scrivo questo blog, oltre a cercar di raccontarvi un nuovo disco, vi porto le parole di una delle menti di questo lavoro. Per quello questa recensione diventa una creatura ibrida dove le parole di Mikee Goodman ci aiuteranno a capire cosa significa per lui e cosa arriva all'ascoltatore di questo The Future in Whose Eyes?, disco che marca il ritorno discografico degli inglesi SikTh. 
La prima cosa da dire è che questo nuovo lavoro viene visto dallo stesso Goodman come il migliore fatto fino ad adesso. Mi spiega che questo è perché sente che c'è un insieme di generi messi insieme che fanno di questa nuova opera quella più completa ed interessante fino ad adesso, quella più esaustiva. Dai miei primi ascolti colgo una visione abbastanza oscura di quello che può essere il mondo futuro, un mondo schiavo della tecnologia; Mikee mi dice che non è un disco profetico ma fantascientifico, un disco che cerca di raccontare una storia che non deve per forza essere il nostro avvenire ma che effettivamente immagina la presenza pesante della tecnologia che si sovrappone a qualsiasi forma di umanità. 
Oltre a questa visione abbastanza oscura spicca la dimensione visiva di questo disco, che acquista delle vere e proprie caratteristiche di un film, con frammenti narrativi e con uno sviluppo narrativo che fa venire in modo spontaneo una serie di immagini che ci portano a montare un nostro proprio film mentale. Mikee Goodman dice di essere contento di vedere che viene fuori questa dimensione, e quando li chiedo quanto sia importante la parte visiva, visto che oltre ad essere un cantante è anche un regista ed un fotografo, dice che è molto importante, che l'immagine c'è sempre, e deve esserci sempre. 

Sikth

La musica di The Future in Whose Eyes? segue i sentieri tracciati dagli SikTh dove tech metal, progressive metal, math core e djent trovano ampio spazio intrecciandosi in una creatura indefinita che non è alla ricerca di alcuna definizione, anzi, quanto più aperta è, meglio è. Mikke Goodman dice che in più questo nuovo lavoro ha una parte psichedelica, che forse diventa la chiave in questo lavoro, dando ancora di più l'impressione di essere di fronte ad un film che ci catapulta in una dimensione assolutamente diversa per quanto riguarda tempo e spazio. In tutti casi il leader degli SikTh non nasconde la sua preoccupazione di fronte al mondo odierno, dove l'odio sembra essere tangibile e respirabile, portandoci a questi confronti orribili dove vince il terrore (quest'intervista è stata realizzata qualche settimana prima dell'attentato di Manchester). Affrontando anche un'altra tematica recente dice che la Brexit è una fregatura anche se c'è l'incognita assoluta di sapere come sarà il mondo da quando diventerà effettiva. Mi gira la domanda e mi chiede cosa ne penso io e come si vive in Italia riaffermando che è una sconfitta per tutti. Forse per quello questo disco è un disco che immagina un mondo inesistente ancora più terribile, per altri motivi, dal nostro, un mondo che è un'incognita, e per quello è necessario che tutti gli elementi musicali degli SikTh giochino anche con la parte psichedelica, perché non sono una bolla di cristallo ma una storia come ce ne possono essere tante altre, ma, aggiungo io, quando si creano dei scenari così è perché ci sono delle verità nascoste.

The Future in Whose Eyes?


Mikee Goodman è un personaggio veramente in gamba, qualcuno che non ha l'interesse di centrare esclusivamente il discorso su se stesso o sulla sua band, qualcuno che anche se ha fatto molta strada non si da arie inutili. Per quello parlare con lui è stabilire una conversazione affabile dove vengono fuori delle storie interessanti, come l'umiltà di Adrian Smith degli Iron Maiden, che, a detta di Goodman, ha dato degli ottimi consigli per The Future in Whose Eyes? oltre a perdersi in chiacchierate sul Watford, squadra del cuore di entrambi. Cosa può centrare tutto questo col nuovo disco degli SikTh? Qualcosa di molto interessante, cioè la capacità di dare la dimensione giusta a quello che è fare musica nel modo nel quale la band fa musica. Questa è un'opera che non ha l'ambizione di cambiare il mondo o di dettare nuove linee guide nella musica. E' "semplicemente" un disco fatto con la passione di sapere che quello che sta venendo fuori è bello, è ben riuscito e rappresenta un passo in avanti dentro ad un percorso. E' questa "umiltà" quello che fa grande questo disco, perché non vuole essere altro che quello che è: una narrazione molto vivida di un mondo inesistente. 

The Future in Whose Eyes?


Parlando sempre con Mikee viene fuori che i brani che compongono questo disco sono nati in una specie di collage dove ogni membro della band aggiungeva qualche idea fino a trovare il punto giusto, e da questo disco voglio pescare due brani che funzionano molto bene, sia all'interno del disco che separatamente.
Il primo è Vivid. Sorprende, anche nel caso della band non può essere considerata come una sorpresa, la capacità strumentale, il modo di dare protagonismo ad ogni elemento della band. Viene fuori un'altra delle caratteristiche principali degli inglesi, cioè l'intreccio di due voci maschili, deliranti dentro a quell'accavalcarsi estasiato.
Il secondo è Golden Cuffinks. In un certo modo è molto più "melodico" del precedente senza mai perdere le caratteristiche proprie del disco e della band, dimostrando che un disco ben fatto vive diversi momenti d'intensità e d'emotività. 

Sikth

Altri punti che ho toccato con Mikee Goodman sono stati quelli dell'artwork del disco, affidato a Meats Meier, che rispecchia perfettamente le idee della band avendo costruito un'opera monumentale. 
Abbiamo anche parlato delle sue collaborazioni musicali, che vedono, tra altri, degli intrecci con Bat for Lashes o il prima nominato Adrian Smith. Il criterio usato da Goodman per fare qualcosa ha a che fare, molto spesso, con l'amicizia. E' per quello che collabora in un brano dei Bat for Lashes, visto che Natasha Khan è fidanzata con uno dei suoi migliori amici e col chitarrista degli Iron Maiden c'è un'amicizia che viene da lontano e che va oltre alla musica. 
Parlando dei live ho chiesto se c'erano dei posti dove preferiva suonare. Mi ha detto che suonare a casa è sempre un'emozione unica e ha ribadito qualcosa detto altre volte, cioè che il pubblico italiano e quello spagnolo sono i più caldi, raccontando che l'ultima volta che hanno suonato in Spagna insieme ai Trivium il livello sonoro del pubblico era più alto di quello dell'amplificazione! 
Parlare con lui è stato un vero piacere.


Tirando le somme di questo The Future in Whose Eyes? c'è da dire che gli SikTh sono tornati in grandissima forma. La loro musica sembra nata da una concezione quasi psicotica dove c'è un accavalcarsi di materiale, dove c'è un sacco di pienezza. Infatti la loro concezione di quello che è la dinamica ha un modo molto diverso da quello di tanti altri gruppi. Si svuota e si riempe insieme, perché tutto e tutti sono protagonisti. Quando si gioca con queste caratteristica è molto più difficile avere il controllo assoluto di quello che si fa ma questo disco non esce mai dai bordi dando lezione di come si costruisce un'opera maestosa ma umile allo stesso tempo. 

Voto 8,5/10
SikTh - The Future in Whose Eyes?
Millennium Night
Uscita 02.06.2017