mercoledì 15 febbraio 2017

Ghost Iris - Blind World: un mondo ceco pieno di colori

(Recensione di Blind World dei Ghost Iris)


L'evoluzione è il motore che muove il mondo. Grazie ad essa progrediamo e compiamo dei veri e propri salti da gigante. Anche la musica vive in eterna evoluzione. Di anno in anno nascono nuovi generi dalle ceneri di altri e sono un riflesso di quello che succede a scala globale, sia musicalmente che culturalmente.

Ghost Iris

Lo djent come genere musicale è uno dei sinonimi dell'evoluzione nella musica metal. E' un nuovo passo dentro i tecnicismi ossessivi che caratterizzavano certi generi. Con grande velocità una serie di gruppi si sono posizionati subito nell'avanguardia di questa, relativamente, nuova creatura. Dalla Danimarca arrivano i Ghost Iris, fedelissimi esponenti di questo genere, che con il loro secondo disco, intitolato Blind World, danno una dimostrazione di forza, di qualità, ma anche, e forse è l'aspetto fondamentale, di grande originalità. Sono gli orizzonti ampi quelli che acconsentono di avere un lavoro dove la parte tecnica non si sovrappone al resto, dove le variazione al tema che potrebbe sembrare fondamentale regalano delle canzoni fresche, piacevoli e moderne.

Ghost Iris

Dicevo che i Ghost Iris devono essere, inizialmente, accostati ad un discorso musicale tech-metal/djent. Questo perché le loro creazioni sono ricche di tecnicismi virtuosi di chitarra e il resto della band sembra sostenere quest'intenzione. Ma c'è molto altro, ed è proprio quando la band contamina quella direzione con generi che a tratti non appartengono al metal che viene fuori una serie di pregevolissimi esempi. E' lì che entra in gioco la voce, molto versatile da costruire delle linee in growl ed altre assolutamente pulite e melodiche. Sono quelle piccole strizzatine d'occhio ad un certo genere di pop che regala un contrasto molto interessante perché conficca i brani di questo Blind World nella testa dell'ascoltatore. E finisce che tutta la band prende queste nuove direzioni, a volte funkeggianti, a volte post metal, a volte pop, a volte epiche. C'è anche l'ausilio di una voce femminile, che ricorda quella di Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, che fa crescere ulteriormente lo spazio nel quale si muove la band.
Blind World


Un ventaglio di sensazioni, di colori, di sfumature, questo Blind World più che essere ceco abbonda di colori senza mai cadere nella reiterazione. I Ghost Iris ci riescono proprio lì dove tanti gruppi analoghi sbagliano. Sanno cambiare, sanno aprire gli orizzonti, sono aperti a tutto quello che può dare una nuova luce. Per quello questo disco viene divorato senza troppi problemi.
Ghost Iris

Due brani da segnalarvi su tutti.
Il primo è Pinnacle, brano che sorprende per le infinite direzioni che prende. A tratti è funk, a tratti è un fiume in piena d'energia. Prevalentemente cantato con voce pulita è molto ben riuscito. 
Time Will Tell è, invece, un lavoro che sorprende per le aperture. Inizia con un disco molto tecnico, con ritmiche ricercate e poi, verso metà brano, prende tutta un'altra piega. Diventa molto melodico, diretto, in un certo modo "facile". E' il primo brano che vede la presenza di una voce femminile. Tra l'altro si tratta della canzone più lunga di tutto questo lavoro.



Blind World è moderno. Vive dentro ad un contesto musicale impensabile fino a qualche anno fa. Questo potrebbe essere molto accomodante, molto semplice. Invece i Ghost Iris hanno la forza e l'onestà di mettere nel loro calderone tutto quello che frulla nelle loro teste. Per quello in questo lavoro si sentono sfumature del passato, con passaggi di death metal melodico, linee vocali che potrebbero tranquillamente sembrare pop, giochi strumentali "rubati" al post metal e molto altro. Ed è proprio in questa costruzione che si aprono nuovi orizzonti. Via i purismi, benvenute le contaminazioni.

Voto 8,5/10
Ghost Iris - Blind World
Long Branch Records
Uscita 17.02.2017

lunedì 13 febbraio 2017

Derby Derby - Love Dance: l'amore non è altro che un ballo eccezionale

(Recensione di Love Dance dei Derby Derby)


Scientificamente la definizione di rumore è abbastanza chiara. Il rumore è qualcosa di fastidioso. Ma artisticamente non è per forza così. La costruzione d'interi brani usando saggiamente il rumore è un talento e quello che viene fuori è qualcosa di molto originale. Il rumore può essere esterno, può essere qualcosa che viene aggiunto alla musica, ma può anche essere creato intenzionalmente con qualche strumento. Sia come sia il rumore è una risorsa. 

Oggi vi parlo dell'opera prima di un trio francese chiamato Derby Derby. Fedeli esponenti di quella musica esperimentale che la Francia continua a regalarci, si presentano con Love Dance, disco tanto interessante quanto di nicchia per una serie di elementi che vi illustrerò. Anzi tutto bisogna segnalare che questo lavoro è composta da un unica lunga traccia che si divide nelle due parti contenute nel titolo, cioè l'amore (love) e il ballo (dance).
Quando mi è arrivata l'email promozionale di questo lavoro, avendo letto il titolo ed essendomi imbattuto nella copertina rosa pesca il mio primo pensiero è stato: "ma perché hanno scritto proprio a me". Senza farmi portare da alcun pregiudizio ho avviato quest'unica traccia e la risposta mi è stata molto chiara: questo Love Dance è perfettamente in linea con i dischi più esperimentali che ho avuto il piacere di raccontarvi.

Derby Derby


Vi dicevo che i Derby Derby sono un trio. Per capire la natura di questo loro lavoro di esordio bisogna, da una parte, capire quali sono gli strumenti suonati da questi musicisti e vedere come vengono suonati. La parte ritmica è affidata al connubio basso batteria che in questo Love Dance lavorano ossessivamente in loop. Il basso è minimale, ripetitivo, monocorde. La batteria è ciclica e, in modo quasi impercettibile, aggiunge piccole variazioni che espandono e contraggono quel ciclo nel quale si sviluppa la musica della band. Per finire c'è l'aspetto più interessante, il terzo strumento è la tromba. Non qualsiasi tromba, è una tromba che non suona come una tromba. E' l'utilizzo anticonvenzionale di questo terzo elemento quello che da l'unicità a questo lavoro. Anche qua siamo di fronte a ossessivi tappetti rumorosi che armonizzano ricercatamente diverse linee dello stesso strumento, ed è su questa costruzione sonora che frasi appaiono e spariscono capricciosamente. Una scelta molto interessante perché espande gli orizzonti di quello che normalmente conosciamo come utilizzo dello strumento a fiato.

Com'è l'amore e il ballo per i Derby Derby? Sono collegati tra di loro? La risposta ha la seconda domanda è sì, e va in parte a rispondere anche la prima domanda. L'amore e il ballo in questo Love Dance sono un rito, un incantesimo che ti cattura e non ti molla. Entrambi sono un qualcosa che ti fa evadere dalla normalità, dalla routine e che ti proiettano in un'altra dimensione. Come tesi non è assolutamente sbagliato, perché le cose che ci ricordiamo per sempre sono le cose eccezionali. Forse quello è lo scopo di questo lavoro, farci vivere delle cose eccezionali.

Derby Derby


Come detto in precedenza un'unica traccia ci guida attraverso quest'intero lavoro, senza mai stacchi ma modificando, improvvisamente, l'intenzione ritmica, e di conseguenza i giochi di tromba. Questo ci fa capire che siamo di fronte ad un disco di drone e di musica esperimentale. Love è molto più ossessiva, è meno compassata, è sembra costruire un rifugio sonoro che ci corteggia per l'intera durata di questa parte. Dance invece è contorta, è tribale, sono dei corpi posseduti che danzano incoscienti del movimento che li porta d'avanti.



E' sempre giusto precisare che lavori come questo Love Dance non sono pensati per un pubblico ampio e potrebbero risultare anche fastidiosi per qualche ascoltatore. Ma per chi ama buttarsi di capofitto in una dimensione sonora unica questo disco garantisce un bellissimo trip. Fa piacere ritrovare gruppi come Derby Derby che ti fanno evadere, e vi garantisco che quando a musica finisce l'atterraggio è brutale.

Voto 8,5/10
Derby Derby - Love Dance
Ormo Records
Uscita 09.02.2017

sabato 11 febbraio 2017

Labirinto - Gehenna: energia brasiliana al post metal

(Recensione di Gehenna dei Labirinto)


Uno degli aspetti essenziali all'ora di registrare un disco è quello della ricerca sonora. Riuscire a dare la dimensione giusta a quello che si sta registrando non è assolutamente semplice ed il lavoro di un bravo fonico e/o di un bravo produttore può fare la differenza. La filosofia che c'è dietro dovrebbe essere quella d'ingrandire quanto più possibile l'intenzione sonore di una band, capendo con chiarezza che cosa si cerca di fare. La musica è piena di esempi di dischi che sono diventati maestosi grazie ad un accurato lavoro in fase di registrazione.

I brasiliani Labirinto lo sanno perfettamente. Per quello, nella loro prima tappa di registrazione del loro ultimo album, Gehenna, si sono ritrovati a registrare le tracce di chitarra sulle scale di emergenza del palazzo dello studio di registrazione. La loro ricerca aveva come finalità quella di riuscire ad avere il riverbero giusto che donasse la giusta spazialità alle chitarre. Peccato però che dopo qualche giornata di lavoro il mixer si distruggesse dovendo, così, rimandare la fine dei lavori ad un'altra sede ed in un altro momento. In tutti i casi questo incidente di percorso non ha pregiudicato la buona riuscita di questo lavoro, anche perché la band ha collaborato strettamente con Billy Anderson, famoso produttore che ha messo la sua firma su certi lavori dei Melvins, dei Neurosis, dei Fantômas, o dei Swans

Gehenna


La domanda interessante che mi viene spontanea è quella di sapere se si capisce, in qualunque modo, che questa band viene dalla gigantesca nazione sudamericana. Adesso la lascio in sospeso ma ci tornerò sopra. A questo punto è importante circoscrivere questo lavoro. Partiamo dunque inglobandolo dentro ai due generi maggiormente rappresentati in questo Gehenna. Questi sono il post metal ed il post rock. Di conseguenza quello che abbiamo di fronte è un lavoro dove i Labirinto mettono con chiarezza sul loro piatto dei pregevoli brani strumentali mossi dalla voglia di ricreare dei veri e propri paesaggi sonori pieni di epicità. Epicità che viene fuori dai titoli, e dunque dalle linee guide dei dieci brani presenti in questo dischi. Storie bibliche o mitologiche da raccontare con la musica.

Andando nel profondo bisogna chiedersi che cosa ha di più, o di meno, questo lavoro con rispetto a tanti altri esempi di dischi di post metal e post rock. Ascoltando Gehenna salta fuori con una certa facilità la risposta: la rabbia. Ma non qualsiasi rabbia, quella presente in questo disco dei Labirinto è una rabbia tramandata di generazione in generazione. E' una rabbia piena di potere, di quel potere che solo la natura o la misticità riesce a regalarti. Questo è un lavoro che non lascia spazio alla tranquillità, perché anche quando ci sono delle parti più ambientali si sente una grande tensione. E' un LP pieno di energia dalla prima fino all'ultima nota. Per quello è molto coerente con quello che la band ha cercato di comunicare. 

Labirinto


Come consiglio all'ascolto ho selezionato due brani.
Il primo si distoglie dalla linea epica storico religiosa del resto del disco. S'intitola Aung Suu e racconta musicalmente le vicende della nota attivista birmana, vincitrice del premio Nobel alla Pace. E', forse, il brano più dinamico dell'intero disco, uno dei pochi dove c'è del respiro tra le parti più grintose.
Il secondo brano che vi consiglio è Q'yth-El. Grazie a questa canzone possiamo apprezzare un altro aspetto fondamentale nella musica dei brasiliani, che deferisce da quella di altri gruppi dello stesso genere. Questo è la grande importanza data al lavoro delle tastiere, che riescono a riempire significativamente i brani, dando un'impronta che distoglie un po' quella caratteristica "post". 



Ho posto una domanda che cercherò adesso di rispondere. La domanda era se c'era qualcosa nella musica dei Labirinto che avesse un'impronta così particolare da poter dire che c'è del Brasile nelle loro creazioni. La risposta non è semplice ma è sì, in questo Gehenna c'è un tocco primitivo, istintivo e naturale che ricorda l'imponenza della natura e della storia legata a quel paese. C'è una rabbia istintiva, un'energia spontanea che hanno delle caratteristiche comuni con l'essenza del Brasile. Per quello bisogna ascoltare questo disco, perché regala piccole grandi sfumature che potevano nascere solo lì.

Voto 8,5/10
Labirinto - Gehenna
Pelagic Records
Uscita 10.02.2017

mercoledì 8 febbraio 2017

Dread Sovereign - For Doom the Bell Tolls: old school a tavola

(Recensione di For Doom the Bell Tolls dei Dread Sovereign)


La bellezza della musica è che il suo potere oltrepassa certi aspetti e s'insinua completamente nella vita di chi sceglie di ascoltare un certo genere. Il cambiamento è drastico perché si abbraccia una serie di aspetti culturali che impongono una certa mentalità di fronte al mondo. Non sono gli unici cambiamenti, c'è anche quello fisico, quello che ascoltiamo è quello che dimostriamo agli altri. Deve bastare uno sguardo per capire a che "tribù" appartiene la persona che abbiamo di fronte.

I Dread Sovereign sono molto onesti all'ora di presentarsi. Dicono, senza mezze misure, che la loro intenzione non è reinventare nulla ma semplicemente quella di fare "del sano buon doom metal". A dimostrazione di tutto ciò oggi vi sottopongo alla vostra lettura, e al vostro ascolto, il loro secondo LP, il cui titolo è già tutto un programma: For Doom the Bell Tolls
Per chi segue più o meno assiduamente questo blog, saprà che in genere prediligo i lavori che permettono di vedere nuovi spiragli dentro alla musica. Saprà pure che le fotocopie mal fatte di generi del passato mi irritano un po', tanto che tendo a scartarli a priori senza neanche recensirli. Nel caso dei Dread Sovereign mi è successo qualcosa di particolare, ed è che, sebbene la band viva in un periodo musicale lontano da quello attuale, è riuscita a costruire un disco che mi ascolto con piacere apprezzando certi aspetti molto ben riusciti. Dunque riconosco che questo trio irlandese è riuscito a comporre un disco di grande originalità seppur mantenendosi in un'estetica musicale remota.

For Doom the Bell Tolls


For Doom the Bell Tolls è chiaramente un disco doom ma di quel doom portato avanti da band come Venom o Saint Vitus, cioè un doom che si basa soprattutto su un immaginario oscuro e non tanto su quel aspetto depressivo di lunghe ritmiche trascinate. Infatti questo è un disco che scivola in avanti senza alcun problema dando testimonianza di una bella varietà di canzoni. Anche questo è un aspetto fondamentale, perché una pecca di tanti gruppi di quel genere sta proprio nell'eccessiva similitudine tra tutti i brani. Nel caso dei Dread Sovereign questo non accade ed ogni canzone è diversa regalando anche dei momenti che fanno pensare al metal fine anni 70 e inizi anni 80.

La cosa divertente dell'evoluzione della musica è che quello che in passato poteva sembrare blasfemo, scandaloso e scorretto con gli anni diventa una specie di caricatura. Per quello For Doom the Bell Tolls è un disco che diverte più che scioccare. I Dread Sovereign si trovano molto comodi a recitare queste parti, che sembrano estrapolate da qualche vecchio film degli anni 80 dove i metallari rappresentavano l'oscuro, il proibito, la cattiveria. 

Dread Sovereign


Come detto in precedenza i brani che si trovano in questo lavoro hanno una grande varietà ed io ne ho selezionati due da approfondire per voi.  
Il primo è Twelve Bells Tolls in Salem. Forse uno dei brani più puramente doom di questo lavoro. E' anche la canzone più lunga del LP ed il lavoro di tastiera e delle campane riescono a dipingere lo scenario tetro e cupo nel quale si svolge tutto quanto. E' un brano di grande impatto che permette di capire l'intenzione della band.
Il secondo è The Spines of Saturn. Anche questo ha una durata notevole, quasi otto minuti, ma contrariamente al brano appena descritto, è meno "puro" anche se l'estetica musicale rimane quella del passato. E' un brano che avanza spedito e che si snoda senza difficoltà seppur ha una durata importante. Bellissimo il lavoro della base ritmica, basso e batteria, che riesce a portare questo treno sui binari giusti. Molto azzeccato il lavoro di effetti sulla voce che regala una dimensione psichedelica al brano.

For Doom the Bell Tolls è una specie di manifesto del passato musicale di uno dei generi che ha tracciato tutta una linea importante dentro del metal. Il suo intento è proprio quello, cioè riportare alla luce gli elementi che hanno caratterizzato il doom primordiale. E' un esercizio nostalgico ma, è qua sta la grazia, anche fresco, perché il lavoro dei Dread Sovereign è quello di approfondire quella strada senza mai pensare di percorrerne un'altra.

Voto 8/10
Dread Sovereign - For Doom the Bell Tolls
Ván Records
Uscita 03.03.2017

lunedì 6 febbraio 2017

Arduini/Balich - Dawn of Ages: fare quel che siamo

(Recensione di Dawn of Ages di Arduini/Balich)


L'importanza del nome proprio non è minore. Spesso e volentieri ci rifuggiamo dietro a pseudonimi o mettiamo dei nomi che inglobano un progetto determinato invece di utilizzare il nostro nome. Per quello, quando si decide di mettersi completamente in gioco, l'utilizzo del nome proprio diventa molto importante, una sfida da vincere assolutamente.

Oggi vi parlo di un nuovo progetto che prende nome da due dei loro componenti, Victor Arduini, membro dei celebri Fates Warning, e Brian Balich, cantante degli Argus. La loro unione nasce con la voglia di esprimere una grande libertà compositiva senza voler essere, forzatamente, accostati ad un genere in particolare. Il loro Dawn of Ages è il risultato che oggi mi capita di sottoporre ad un analisi più approfondito.
Parto dunque dalla premesse fondamentale che sembra muovere questo lavoro, cioè la libertà assoluta in termini di vincoli musicali con un genere o l'altro. Nello specifico a questo dico viene data l'etichetta di essere un lavoro di doom progressivo, cioè due mondi che sembrano dialogare sempre di più com'è successo di vedere in questo stesso blog, dove in altre occasioni vi ho parlato di dischi di questo genere. La definizione è abbastanza azzeccata anche se, con grande chiarezza, rimane l'evidenza che questo lavoro naviga su acque classiche e non regala molti spunti innovativi. Questa potrebbe sembrare una critica ma non necessariamente lo è. Dobbiamo partire dal presupposto che i due personaggi dietro a questo disco hanno un percorso abbastanza definito dentro ad un certo genere di musica e questo nuovo gruppo non ha alcuna intenzione di allontanarsi da quella terra conosciuta e vissuta. Per lo tanto è sbagliato aspettarsi chissà che rivoluzione sonora ma dentro a quello che conosciamo del percorso musicale di questi due personaggi viene fuori un disco interessante, ben costruito e con dei frammenti molto piacevoli. 

Dawn of Ages


Musicalmente bisogna partire da un'altra premessa. Arduini/Balich è un trio, che oltre ai due personaggi nominati precedentemente, vede impegnato il batterista Chris Judge, ma gli strumentisti in realtà sono solo due, Arduini e lo stesso Judge. Questo si traduce nel fatto che questo sia un disco molto studiato e costruito non tanto in sala prove quanto in studio. Dunque, anche se i componenti della band sono tre Dawn of Ages è un lavoro molto ricco di arrangiamenti e di linee di chitarra e basso. Anzi, il peso musicale ricade significativamente su Arduini che sembra trovare pane per i suoi denti. Per quello l'aspetto progressivo è molto presente, con lunghe ed articolare composizioni. Invece per quanto riguarda la parte doom le caratteristiche proprie di quel genere che possiamo sentire in questo disco hanno a che fare con una scelta sonora di ritmiche trascinate e chitarre suonate a basse frequenze. Ripeto che questi due mondi convivono prendendo la linea più classica dei due generi, per lo tanto molte caratteristiche di questo lavoro ci riportano indietro nel tempo, specialmente per il timbro vocale di Balich e gli assoli di chitarra di Arduini.

Dawn of Ages è un disco che traduce l'entusiasmo musicale di due musicisti navigati ce hanno voluto rendere omaggio alla musica che è stata importante nel loro percorso musicale. Per quello non ci sono preclusioni e questo lavoro gioca con una serie variopinta di elementi provenienti da più mondi, ma, anche per quello, il risultato finale ha un'impronta molto classica, a testimoniare qual è la provenienza di Arduini e Balich.

Arduini/Balich


Sin dalle prime note di The Fallen diventa molto chiaro tutto quello che ho cercato di raccontarvi a parole. E' la prima traccia di questo lavoro ed il protagonismo, in tutta la prima parte, ricade sulla chitarra, voce portante del brano. La ritmica è quella doom ma la successione di parti, che lievitano questo brano a più di dieci minuti, hanno la classica caratteristica del rock progressive. La voce richiama senza difficoltà tanti cantanti classici del hard rock e dell'heavy metal.
Nella versione vinile di questo lavoro sono state incluse tre cover. Le prime due vedono come protagonista dei brani dei Black Sabbath e degli Uriah Heep. Ma dal mio punto di visto è la terza cover a essere quella più interessante. Si tratta di Wolf of Velvet Fortune di Beau Brummel, personaggio considerato come il primo dandy della storia. Parlo, dunque, di un brano classico che prende una piega moderna e molto interessante grazie a questa riuscitissima cover.



Tirando le somme questo Dawn of Ages è un lavoro che ritroverà buoni consensi tra gli ascoltatori nostalgici che sentono che il passato musicale è stato il periodo più glorioso del metal. Non solo troverà consensi ma piacerà parecchio, pure, perché è un disco che mescola le carte in modo di essere originale. Invece per chi ricerca un suono moderno e non digerisce tanto certe strutture classiche, questo disco non è quello giusto. Però, sia come sia, si nota che Arduini e Balich si sono divertiti e sono molto contenti col risultato finale. Quello è fondamentale. 

Voto 7,5/10
Arduini/Balich - Dawn of Ages
Cruz del Sur Music
Uscita 24.02.2017

venerdì 3 febbraio 2017

Heretoir - The Circle: lo specchio della vita

(Recensione di The Circle degli Heretoir)


La vita è un ciclo. Un ciclo nel quale ballano insieme tante realtà, tanti esseri, tante esperienze. Un ciclo che cambia di volta in volta ma che finisce ed inizia sempre nello stesso modo. Tutto è un cerchio che a un certo punto si completa, si chiude e diventa perfetto nella sua rotondità. La Terra è tonda, imperfetta ma tonda, il Sole è tondo. Esaltiamo i cerchi forse anche senza rendercene conto.

La prima impressione che viene fuori ascoltando The Circle degli Heretoir è che questa band tedesca abbia voluto fare le cose alla grande. Non è un caso se sono passati cinque anni dal loro precedente LP. Non è un caso se hanno chiesto l'ausilio di Neige degli Alcest come ospite vocale, non è un caso se la realizzazione della copertina di questo disco è stata affidata a Fursy Teyssier, leader dei francesi Les Discrets. Tutto sembra indicare che con questo disco gli Heretoir hanno voglia di conquistarsi un posto dentro l'olimpo della vertente più emotiva del metal. E sì, bisogna parlare di emotività perché quella è la linea comune che lega questo pregevolissimo lavoro. The Circle ha le sue fondamenta nel post rock ma le sue estensioni sonore lo portano a toccare tante altre realtà musicali come il blackgaze, il post metal e quella nuova vita del metal progressivo che si allontana dai tecnicismi puri per mettere in prima persona l'emotività. Tutto questo lasciano certi spazi alla grinta del black metal. Come al solito, quando i presupposti sono questi il risultato finale generalmente prende due vie, o quella del polpettone indigesto, dove le creazioni musicali sembrano un collage senza capo ne testa, o la stesura di un nuovo prodotto unico ed originale. Nel caso dei Heretoir la via è la seconda.

The Circle


Per farvelo capire meglio bisogna, ancora una volta, partire dalla motivazione che ha portato questa band tedesca a comporre questo disco. Come indica il nome dell'album, The Circle, è un disco esistenziale che c'invita a riflettere sulle nostre vita, sulla nascita, la morte e la rinascita. Per farlo gli Heretoir sembrano denudare le proprie anime in queste undici tracce che costituiscono questo lavoro. Mi azzardo, dunque, a dire che questo disco avrà preso vita partendo da un'idea e dal processo che l'ha resa musica. Dunque musica messa a disposizione di un concetto e non viceversa. 

Musicalmente quello che comporta un ragionamento del genere è che le risorse da mettere in gioco non sono mai abbastanza. Per quello in questo The Circle convivono molti mondi. Per quello si passa senza problemi, e con naturalità, da parti black metal ad altre post rock, passando dal progressive metal. Perché? Perché la vita è così, è bella come una trama sonora post rock, è crudele come una ritmica sfrenata di black metal ed è complessa, e a tratti incomprensibile, come una parte di metal progressivo. In questo disco, dunque, si racchiude tutta la complessità della vita, tutto il bagaglio di esperienze, di gioie e di tristezza, di bellezza e di abominio che si può ritrovare nella vita di ogni essere umano. Questo disco è un'altalena di emozioni ed è molto bello che sia così.

Heretoir


Sicuramente ritrovare nella musica tutti gli elementi che fanno parte della vita non è un'impresa facile. Alla fine ognuno ha le sue proprie convinzioni, i propri gusti, i propri scopi e le proprie paure. Personalmente non so, perché non mi sono mai soffermato a pensarlo, come suonerebbe la mia vita, ma qualcosa posso dirla: la coesistenza di emozioni e di mondi sonori che convivono in questo The Circle si avvicina molto alle mie personali sensazioni. E' un disco con momenti toccanti, altri tremendamente grintosi, altri oscuri, altri luminosi. Gli Heretoir hanno costruito uno specchio nel quale più di qualcuno troverà il proprio riflesso.

Per darvi un'idea più fedele di come suona quest'album immaginate di prendere certi aspetti dei Novembre, degli Alcest, degli Anathema, dei God is an Astronuat, dei Katatonia e dei Cult of Luna. Mettete tutto insieme, la creatura che ne esce ha il nome di Heretoir.
Vi consiglio due brani.
Il primo è Golden Dust. Canzone che parte con un atmosfera a metà strada tra il post rock ed il blackgaze. Il suo successivo sviluppo gioca sia con quei generi che con il metal targato Anathema o Katatonia.
La seconda raccomandazione va a The Circle (Omega). Più grintoso del brano segnalato precedentemente è la chiusura perfetta del disco. In un certo modo dimostra perfettamente qual è l'insieme di idee musicali che convivono in questo disco.

In precedenza vi ho detto che sembra che le ambizioni degli Heretoir sembrano essere molto alte. Il risultato che viene fuori ascoltando questo The Circle è molto positivo perché c'è quel qualcosa che t'invita a riascoltare diverse volte un determinato lavoro. Sicuramente, dopo cinque anni, il loro ritorno è molto ben riuscito. Il cerchio è stato chiuso

Voto 8,5/10
Heretoir - The Circle
Northern Silence Productions
Uscita 24.03.2017

mercoledì 1 febbraio 2017

Rückwater - Bonehead: benvenuti al rück & roll

(Recensione di Bonehead dei Rückwater)


Che cos'è il rock & roll? Sembra e, sicuramente, questa è una domanda stupida, scontata. Ma mi serve per parlare di tutto quello che va oltre al semplice genere musicale, per altro molto vasto. Il rock & roll è cultura, è moda, ma è anche una filosofia di vita. Ecco, quello è il punto che m'interessa. Vivere in modo rock & roll sembra voler vivere di giorno in giorno puntando tutto al divertimento, godendoci la vita fino in fondo. Per quello piace tanto questa filosofia e ci sono tanti "addetti".

Bonehead

Nel caso dei Rückwater la loro filosofia viene chiamata in un altro modo. Loro vivono la vita in modo rück & roll, chiaro adattamento al loro nome e al mondo nel quale si muovono. Infatti questo trio finlandese naviga indisturbato le acque del rock & roll spaziando tra generi e reminiscenze sonore di diverse epoche, anche se, guardando più approfonditamente, sono gli anni a cavallo tra i 90 e i primi 2000 a fare da padrone. Per quello il loro Bonehead, terzo EP in sei anni di carriera, è un compendio di musica dinamica ed universale. Loro si definiscono come una band di alternative stoner rock ma in realtà c'è molto altro.

Bonehead

Come detto in precedenza, lo svolgimento di Bonehead non ha una sola direzione, anche se l'impronta stoner è quella più marcata. I suoi brani si muovono indisturbati attraverso il rock che faceva da padrone una ventina d'anni fa. Per quello ci sono piccoli indizi che ci parlano di grunge, altri che ricordano l'hard rock e certi sperimenti, molto graditi, che si muovono invece nella direzione di un psych rock che confina con certi aspetti post rock.
Rückwater tengono a precisare che le loro registrazioni sono in presa diretta, perché ci tengono a che arrivi tutta l'energia che, da buon power trio, riescono a sprigionare. Senz'altro questa energia arriva e non lascia indifferente l'ascoltatore. C'è molta coesione e voglia di divertimento nelle tracce di questo lavoro.

Bonehead

Dunque il rück & roll, cioè una lettura moderna, musicalmente parlato, di quello che è lo spirito rock che ha trasformato la cultura popolare degli ultimi 70 anni. Per quello i Rückwater ricordano sonoramente dei gruppi come i Foo Fighters, i Queens of the Stone Age, ma anche gli Audioslave, i Soundgarden o i Pantera. Gruppi che differiscono molto come risultato finale ma che hanno, nel profondo, questo spirito rock che potremmo definire come un spirito rock 2.0.
Pertanto la grazie di questo Bonehead sta nell'evidenziare questa unione d'intenti che ha lasciato un'impronta salda in questi tre musicisti.

Rückwater

Delle sei tracce incluse in questo EP vi lascio un paio che permettono di capire abbastanza fedelmente quello che c'è dentro a questo lavoro.
La prima è Once More with Feeling. Brano che risponde a tutti i presupposti di quello è lo stoner rock. Ritmiche sostenute, grandissima compattezza sonora e uno sguardo distaccato della realtà, pensando al divertimento. Infatti è un brano che fa divertire.
Il secondo è Flame Doesn't Cast a Shadow. La canzone più lunga dell'EP è una bella chiusura. Nei suoi 9 minuti di durata riesce a ricreare delle atmosfere molto piacevoli che hanno un gusto psichedelico che esplode, e monopolizza, la seconda parte del brano. Sa anche di post rock e quest'apertura sonora della band è molto bella e gradita.


E' lo stesso concetto ad essere la forza e la debolezza di questo Bonehead. E' quel compendio di generi a far sembrare che, da una parte, ci sia un'insieme di elementi sonori che, coniugati, creino lo spettro sonoro sul quale fluttuano i Rückwater, ma questo stesso insieme fa prefigurare una certa dispersione dentro al messaggio della band, come se ci fosse un impeto a strafare, a mettere sullo stesso tavolo un menu troppo variegato. Sarebbe bello che il loro punto di partenza venisse contaminato da quelle aperture sonore, in quel modo di sarebbe una proposta molto originale ed interessante.

Voto 7/10
Rückwater - Bonehead
Secret Entertainment
Uscita 24.02.2017