venerdì 15 luglio 2016

Pain of Salvation - Remedy Lane Re:visited : Si può migliorare un capolavoro?

(Recensione di Remedy Lane Re:visited dei Pain of Salvation)


Gli elementi che vengono messi insieme quando si registra un disco sono sempre tanti e le variabili che s'intrecciano fanno la differenza tra un capolavoro ed un bel disco. Le scuole di pensiero che riguardano la registrazione sono tante e molto spesso differiscono di musicista in musicista. C'è chi ama la fedeltà assoluta e vuole che ogni disco suoni come quando i brani vengono suonati dal vivo. C'è, invece, chi trova nello studio di registrazione una nuova possibilità da far crescere i brani, di dare tutte le sfumature che può offrire il lavoro di un bravo tecnico del suono. Prendere posizione è un esercizio un po' inutile perché penso che la fedeltà di un lavoro dipenda dall'idea originale. Nelle mie esperienze di registrazione, che non sono tante, ho avuto a che fare con diverse filosofie ed i risultati finali non sempre mi hanno soddisfatto. 




Chissà che è passato per la testa dei Pain of Salvation quando hanno deciso di re-mixare il loro capolavoro assoluto. Quel Remedy Lane del 2002 che presentò a scala globale la band svedese che come caratteristica principale è riuscita a mettere insieme la progressività musicale con un'emotività cupa di una bellezza sconcertante. 
La risposta sembra venire fuori dal sodalizio tra il gruppo di Daniel Gildenlöw e l'ingegnere del suono Jens Bogren. Sodalizio nato dopo la pubblicazione di questo disco per interesse dello stesso Bogren. E' così che Gildenlöw, dopo un po' di tempo, ha deciso di affidargli il lavoro di remix del disco.

Il caso di Remedy Lane è particolare, perché in origine si trattava già di un disco che suonava molto bene. C'era un grandissimo equilibrio tra gli strumenti e la voce e, all'occorrenza, ogni membro trovava il suo momento di protagonismo. Stiamo, tra l'altro, parlando di un disco "vecchio" di 14 anni e anche se la tecnologia ha dato dei passi in avanti non si può dire che ci sia stata una rivoluzione così importante da giustificare un nuovo approccio al lavoro chiuso. In questo senso rimane abbastanza chiaro che quello che doveva fare il buon Bogren non era tanto un lavoro di "pulizia" o di "miglioramento" ma doveva, semplicemente, dare quel qualcosina in più che arricchisse ulteriormente questo grande disco senza, in alcun caso, stravolgerlo. L'intento è completamente riuscito ed ascoltando questo Remedy Lane Re:visited si possono apprezzare quei "ritocchi" che vanno in linea con il messaggio del disco. Sono interventi mirati che ingrandiscono la forza narrativa di questo lavoro, accentuando quell'ambiente cupo raccontato nelle tredici tracce.




Forse aver fatto "solo" questo lavoro era poco e per stuzzicare ancora di più i fans della band i Pain of Salvation hanno deciso che ci fosse un secondo disco intitolato Re: live. Già come indica il nome si tratta di album live ma la particolarità sta in due cose. La prima è che è lo stesso Remedy Lane suonato nello stesso ordine della versione in studio. La seconda è che non si tratta di una registrazione fatta nel periodo successivo all'uscita del disco ma dell'esibizione del gruppo al ProgPower USA Festival del 2014.
Non è il primo disco live pubblicato dalla band e dunque si sapeva già della loro massiccia qualità dal vivo. Della loro fedeltà e del loro virtuosismo. Questo disco ne è la conferma. Emergono fuori le individualità del gruppo che mettono in risalto che oltre a  Gildenlöw la chiave del successo degli svedesi è rappresentata dal resto della band. Strumentalmente non c'è alcuna sbavatura e c'è anche spazio per qualche variazione sui brani originali che dotano di pathos un live sentito. Vocalmente si ha l'impressione che la band conta con due o tre cantanti che potrebbero perfettamente essere dei frontman. Qua, a differenza di quello che capita nel disco di studio non è Gildenlöw ad essere la voce principale in tutti i brani ma in paio di punti lascia il microfono.
Come ultima informazione utile bisogna ricordare che il leader dei Pain of Salvation rischiò seriamente la vita contraendo una malattia rarissima della quale riuscì a rimettersi nei primi mesi di quel 2014.




In questa recensione naturalmente non vi abbiamo descritto in modo approfondito questo Remedy Lane perché questa nuova uscita non modifica affatto il lavoro originale e quello che ci interessava fare era risaltare il lavoro di remix e la performance live. In quel senso c'è da dire che, per quanto riguarda la parte re:visited, il disco si arricchisce di sfumature che lo rendono ancora più intenso; invece la parte re:lived esalta le notabili capacità del gruppo di suonare con una fedeltà encomiabile, con un'energia contagiosa creando un show case bellissimo. Naturalmente, però, rimaniamo con la bocca asciutta in attesa del nuovo disco d'inediti, del quale si conosce già il titolo: In the Passing Light of Days. Riuscirà ad essere all'altezza di questo capolavoro?

Voto 8,5/10
Pain of Salvation - Remedy Lane Re:visited
Inside Out Music
Uscita 01.07.2016

Sito Ufficiale Pain of Salvation
Pagina Facebook Pain of Salvation

mercoledì 13 luglio 2016

Airbag - Disconnected: L'eredità raccolta

(Recensione di Disconnected degli Airbag)


L'eredità è un concetto interessante. Musicalmente possiamo associarla alla capacità di lasciare un'impronta così viva che diventa l'elemento essenziale di un gruppo. Qualcuno potrebbe parlare di copia, ma in molti casi è una reinterpretazione di un concetto unico.
L'eredità è diversa dall'influenza perché diventa l'elemento principale dentro alla musica di un gruppo. L'influenza, invece, è un'aggiunta che si mescola con tanti altri elementi.

Oggi ci occupiamo dei norvegesi Airbag e del loro quarto disco: Disconnected. Se abbiamo fatto delle premesse è perché qua siamo di fronte ad un esempio tangibile di eredità e non di influenza. Le sei tracce di questo nuovo lavoro potrebbero, perfettamente, essere state, nella loro totalità o in modo parziale, delle canzoni scritte dai Pink Floyd, dai Marillion o dal buon Steven Wilson, sia da solista che con i suoi Porcupine Tree. Credo che avendo nominato questi artisti sia molto semplice capire in che mare stiamo nuotando. Le acque sonore che ci circondano sono quelle di quel progressive rock elegantissimo, curato, impeccabile. Dunque acque calme ma bellissime. Acque che permettono di apprezzare un fondale ricco.





Il rischio, e ci rendiamo che quando si scrive musica si va, sempre, incontro ai dei rischi, è quello di non riuscire a scovare l'originalità. Insomma, in un primo ascolto disinteressato questo Disconnected potrebbe sembrare un bel lavoro di taglia e cucito dove le stoffe utilizzate sono quelle dei gruppi precedentemente nominati. Soprattutto perché certi elementi richiamano fortemente aspetti di quei gruppi. La voce è un incrocio interessante tra quelle di Steve Hogarth e di David Gilmour. Gli assoli di chitarra e le tastiere sono, invece, di marcata scuola pinkfloydiana. E' impossibile non farsi venire in mente questi mostri sacri mentre le canzoni scorrono. E' d'obbligo, dunque, chiamare in soccorso il concetto iniziale di questa recensione, cioè quello dell'eredità. Grazie ad essa tanti gruppi mostruosi sono nati e hanno contribuito alla crescita della musica. Senza i Pink Floyd sicuramente ci saremmo sognati i Porcupine Tree, i Dream Theater o gli Anathema. Per quello gli Airbag riescono a regalarci un disco coerente, bello, elegante e piacevolissimo. Un disco da mettere in repeat senza paura di stancarsi.

Andiamo, adesso, ad illustrare tutti gli altri elementi che vengono fuori ascoltando con cura questo Disconnected. La prima cosa che salta fuori è che come intenzione lirica e musicale è un disco che possiamo accostare perfettamente a quel capolavoro dei Porcupine Tree chiamato Fear of a Blank Planet. Ad adunare questi due lavori c'è la tematica che è quella della società attuale, degli obiettivi personali che ci impone e di quanto sia frustrante non raggiungerli. Non solo, entrambi i dischi hanno un tocco di solitudine, di malinconia, di consapevolezza di essere diversi. Questi due lavori sono dei dischi che porterebbero perfettamente a capire che tempi viviamo e che la vita social ci ha regalato un'orrore infinito: siamo pieni d'amici virtuali e, allo stesso tempo, vuoti da quelli reali.



Musicalmente abbiamo tracciato le linee principali di questo lavoro, ma è buono "condire" questo piatto segnalandovi quelle sfumature che vengono fuori. In certi punti questo Disconnected prende certe pieghe di post rock stile Sigur Rós, in altri ci ricorda l'aspetto progressivo dei grandi Archive, una delle principali band del trip hop, e per finire la title track del disco include una linea di batteria che sembra quasi un omaggio ai Tool e ai, già molto citati, Porcupine Tree.

Se vi volete avvicinare cautamente al disco vi consigliamo la terza traccia Slave, brano che da l'idea della solitudine e dell'intimità che regnano come mood di questo lavoro. L'altra canzone da sottolineare è proprio Disconnected che con i suoi tredici minuti snoda un brano degno dei Pink Floyd.




Gli Airbag sono riusciti a sfornare un disco ipnotico che cattura l'ascoltare. Sono riusciti a scrivere un disco allo stesso tempo attualissimo e senza tempo. Sono dei fedeli eredi dell'intelligenza del progressive rock, cioè quel genere che, con eleganza, racconta i paradossi dell'umanità. E' un bellissimo lavoro.

Voto 8,5/10
Airbag - Disconnected
Karisma Records
Uscita 10.06.2016

Sito Ufficiale Airbag
Pagina Facebook Airbag

lunedì 11 luglio 2016

Astronoid - Air: La spensieratezza della prima volta

(Recensione di Air degli Astronoid)


Si sa, spesso il troppo stroppia. Si sa, quando capiti in mezzo ad un'onda che ti travolge è difficile capire cosa c'è in quella massa d'acqua mescolata con la sabbia e chissà con quante altre cose. Ebbene, il disco del quale andiamo a parlarvi quest'oggi gioca col rischio di essere eccessivo, di non lasciare spazio ai dettagli. Diciamo bene che gioca con questo rischio perché a tratti è così ma in altri momenti regala dei momenti veramente piacevoli ed originali.

Oggi vi parliamo del primo LP degli statunitensi Astronoid intitolato Air. 
Per chi ha letto altre nostre recensioni sicuramente è chiaro che spesso ci piace cercare i dualismi o le opposizioni dentro ai dischi che ascoltiamo. Questo Air ne ha uno fondamentale. E' un disco "leggero" come vuole indicare il suo nome per via dell'energia e della vitalità trasmessa dalle nove tracce di questo lavoro. Elementi che sono presenti soprattutto nelle armonizzazioni vocali di tutte le canzoni. Allo stesso tempo, però, è un disco pienissimo e, quasi, pesante per via della quantità di note suonate dagli strumenti che completano la formazione.




Il rischio che corrono gli Astronoid è molto vasto, perché, presi singolarmente, ogni riparto del gruppo suona qualcosa che potrebbe venire fuori da svariatissimi generi. Le voci, per esempio, sono quasi delle voci dream pop, perfettamente immaginabili su una base strumentale che non ha nulla a che fare col resto degli strumenti. Le chitarre, invece, denotano le forte influenze del black metal e non solo, certe sfumature ricordano tanti bravi chitarristi del metal old school e del death metal anni 90. La basse ritmica è martellante, un fiume in piena che richiama il technical death metal e il black metal scuola Dimmu Borgir.
La domanda rimane una: ma tutti questi elementi messi insieme suonano bene?

Prima di rispondere citiamo quello che il gruppo stesso manifesta come unico scopo: scrivere musica bella. Assolutamente generico ma utilissimo per giustificare le scelte. Anche se la band esiste dal 2012 ricordiamo che questo è il loro primo LP. Questo significa che la loro strada deve ancora snodarsi attraverso tanti paesaggi e, nella musica, quello è l'unico modo di crescere e di trovare la propria dimensione. In altre parole questo lavoro riflette le personalità di ogni componente offuscando un po' l'insieme. Sembra che ogni membro della band stia facendo non soltanto quello che fa meglio ma anche quello che ama di più. Mossa onestissima e validissima ma pericolosa.




Adesso possiamo rispondere alla domanda che abbiamo posto due paragrafi fa. La risposta, e qua sta il grande pregio del gruppo, è sì, questi elementi così dispari suonano bene insieme. Non soltanto, sono un'ondata di originalità, sono uno sforzo, conscio o meno, di comunicare qualcosa di nuovo.




Le premesse sono molto interessanti e l'augurio è che gli Astronoid continuino a sfornare dischi perché quest'insieme, da loro nominato dream thrash, deve essere definito meglio perché ha tutte le potenzialità di diventare un genere seguido, del quale loro possono essere i pionieri. 

Voto 7,5/10
Astronoid - Air
Blood Music
Uscita 10.06.2016

Pagina Bandcamp Astronoid
Pagina Facebook Astronoid

sabato 9 luglio 2016

Dischi d'ascoltare (almeno) una volta nella vita: Ænima dei Tool

(Recensione di Ænima dei Tool)


Negli anni 90 il metal andava molto forte e, per la prima volta, iniziò a essere un genere in espansione esponenziale. Non si parlava più di heavy metal o di thrash metal ma di anno in anno i sub-generi diventavano sempre di più facendo storcere il naso ai puristi. 

I miei veri primi approcci ai Tool avvennero nel 98. Ho un'immagine fissa: all'università c'era un ragazzo che veniva spesso e volentieri con la sua felpa del gruppo. L'illustrazione stampata sul tessuto raffigurava una chiave inglese, modificata in modo da assumere una forma falica, in posizione verticale, sulla quale si leggeva il nome della band. In quei anni andava alla grande il crossover e il nu metal, due generi che, personalmente, non prediligevo. Il pregiudizio e l'ignoranza mi portarono a pensare, per un bel po', che i Tool fossero dei fedeli "rappresentanti" di quei generi, e per quello gli tenevo un po' "alla larga". Sicuramente le insistenze degli amici e l'osservazione di qualche loro video mi portò a cambiare idea.




Ænima è stato il loro primo disco che acquistai nel 99 a New York. L'edizione statunitense del loro cd era veramente originale e fantastica. Sia la copertina che parte del libretto erano lenticolari, cioè, davano l'impressione di muoversi in 3D se si prendeva il disco in mano e lo si muoveva. Non vedevo l'ora di tornare a casa e di ascoltare quel disco, insieme a tutta una serie di cd acquistati.

Il primo ascolto fu devastante. Quello che usciva dalle casse del mio stereo era una roba che non avevo mai sentito prima. Era metal senza utilizzare neanche minimamente gli elementi caratteristici del genere. Era progressivo senza essere una musica "cervellotica". Era alternativo ma trenta secondi d'ascolto dimostravano che la preparazione musicale dei quattro di Los Angeles era inarrivabile per qualsiasi altro gruppo alternativo. Era crossover come "anima" e non come genere. Era psichedelico senza che ci fossero tracce di quel rock psichedelico anni 60 e 70. 
La cosa più interessante è che tutti quelli elementi confluivano in un risultato unico ed inuguagliabile. Erano i Tool e basta. Non potevi paragonarli a nessun altro gruppo, perché lì dove il paragone nasceva subito si spegneva.




 Ænima è un disco di protesta verso tutti i tabù imposti dalla società. E' un disco arrabbiato ma è di una poetica incredibile. Pensando a Los Angeles mi viene facile il paragone con Bukowski che percorrendo le strade ed i peggiori angoli di quella città trovò l'ispirazione per le sue storie. Anche i Tool sembrano pieni di Los Angeles, della falsità che si respira per le sue strade, dei limiti del corretto che, molto spesso, non coincidono con i limiti dell'osceno. Questo disco è un urlo di liberazione. E' uno schiaffo in faccia è tutto converge in quella direzione. Parole e musica sono indivisibili e si rafforzano a vicenda. Non solo,
 Ænima è un disco di un'intelligenza assurda perché pesca dalla realtà gli elementi che servono ad accentuare il suo scopo. Per esempio la registrazione del comico Bill Hicks, che introduce l'ultima, meravigliosa, traccia del disco, quel Third Eye ipnotico, psichedelico e grintoso. La voce di Hicks parla della relazione tra la droga e la musica, facendo intendere che l'assunzione di sostanze proibite abbia aiutato alla creazione di tanti capolavori musicali. Qualche moralista potrebbe urlare allo scandalo, definire i Tool come una band di drogati. Invece l'ascoltatore intelligente capirà la provocazione ed ascoltando il resto del brano si renderà conto che l'intento della band è quello d'illustrare i limiti mentali che abbiamo, la nostra "cecità". 
Un altro esempio viene dato dal brano Message to Harry Manback, che utilizza una registrazione lasciata in una segreteria telefonica. Le parole sono offensive, metà in inglese metà in italiano, sono minacciose ma vengono montate su un tappeto di pianoforte di una malinconia squisita. Una contraddizione geniale che fa pensare a quanto sia inutile e triste arrabbiarsi in un certo modo.




I dischi successivi dei Tool prendono una linea molto più spirituale. Questo Ænima, invece, ha un equilibrio perfetto tra il corpo e lo spirito. E' fisico e astratto allo stesso tempo. 

Vorrei tralasciare un analisi più "tecnico" della parte strumentale o della voce perché credo che la cosa che più importa è l'impatto del disco; ma una cosa bisogna dirla. Ænima compierà 20 anni ad Ottobre di quest'anno ma ha un suono attualissimo e non è un azzardo dire che, tra altri 20 anni, continuerà a suonare attuale. Questa è la magia dei Tool. Questa unicità è preziosa, è fondamentale, è una bombola d'ossigeno sempre pronta. Per quello l'attesa infinita che ci stano regalando prima di pubblicare qualche materiale nuovo fa tanto male, perché i dischi che hanno sfornato fino ad adesso sono troppo pochi.

Queste parole cercano di essere un invito all'ascolto di questo disco, perché ci sono dei dischi che DEVONO essere ascoltati al meno una volta nella vita. Se non ne avete ancora avuto modo Ænima è lì, pronto a regalarvi 77 minuti d'illuminazione. 

Voto 10/10
Tool - Ænima
Volcano Records
Uscita 01.10.1996

Sito Ufficiale Tool
Pagina Facebook Tool

giovedì 7 luglio 2016

Lacuna Coil - Delirium: il Coraggio di Rischiare

(Recensione di Delirium dei Lacuna Coil)


Il coraggio, nella musica, è un fiore tanto raro come prezioso. E' molto più semplice percorrere strade conosciute e sicure che addentrarsi in sentieri bui e sconosciuti. Il coraggio non sempre paga perché spesso significa un punto di rottura con certi fans più "conservatori". Esempi di coraggio ce ne sono tanti e qualcuno, col tempo, si è rivelato un buco nell'acqua.

Delirium dei Lacuna Coil è un esempio di coraggio. E' un disco coraggioso perché è quello più forte e tosto dell'intera discografia della band italo-statunitense. E' coraggioso perché rompe con la tendenza di "ammorbidirsi" della band di Cristina Scabbia. Ed è intelligente. E' un disco molto ben pensato perché mantiene invariato lo spirito del gruppo, cioè la contrapposizione delle due voci, quella della Scabbia e di Andrea Ferro, ma lavorata ancora meglio. La parte femminile è melodica, incantevole, a tratti virtuosa. La parte maschile è grintosa, violenta, forte. Nulla di nuovo, direbbe qualche fan della band, ed invece sì che c'è una novità, perché sia la Scabbia che Ferro tirano fuori il meglio delle loro capacità. Due esempi chiari sono la title track, dove il registro vocale è forse il più alto dell'intera discografia della band, e The House of Shame, dove il growl maschile è apprezzatissimo e s'incastra perfettamente con la parte strumentale. 




Un'altro concetto essenziale di questo lavoro è quello delle contraddizioni. Graficamente la band ha scelto il colore bianco come elemento ricorrente, presente, per esempio, nei vestiti scelti dai cantanti. Grande contraddizione perché questo è sicuramente il disco più "nero" della band. La contraddizione è anche presente nelle parti vocali che vi abbiamo già illustrato. Sembra, quasi, che la band abbia scelto di muoversi su quella linea sottile che divide la genialità dalla pazzia, giocando anche col titolo del disco.

Strumentalmente si sentono legami col passato. Molti passaggi ricordano quello che, forse, è il miglior disco dei milanesi, quel Comalies del 2002, ma con una nuova lettura, molto attuale. Dobbiamo pensare che sono passati ben 16 anni tra questi due dischi e tante cose sono cambiate nel frattempo. Parte della freschezza di questo suono è dovuto alla partecipazione di tre chitarristi-amici della band: Marco Barusso, Mark Vollelunga dei Nothing More, e Myles Kennedy degli Alter Bridge. Ma un'altra parte è sicuramente dovuta alla solidità ritmica garantita dal tandem Coti-Zelati, bassista e produttore del disco, e Blake Folden, batterista di una sicurezza encomiabile.




Prima vi abbiamo parlato di House of Shame e di Delirium, due tracce che sono consigliatissime perché esaltano al meglio la nuova strada intrapresa dalla band. Possiamo aggiungere a queste due canzoni una terza traccia che si trova nella versione deluxe. Si tratta di una nuova cover, ricordiamo in particolare modo le reinterpretazioni di Enjoy the Silence e di Losing my Religion. Questa volta i Lacuna Coil, prendono il coraggio di reinterpretare Live to Tell, di Madonna. Scelta pericolosa ma che funziona perfettamente, perché la band pesca gli elementi fondamentali della canzoni, e li lascia immutati, per poi reinterpretare gli altri, per esempio la linea vocale.




Fa molto piacere ascoltare la voglia di rischiare in questo nuovo disco. Come abbiamo detto all'inizio, il rischio non è sempre benvenuto ma l'impressione che viene fuori ascoltando questo Delirium è che la scommessa dei Lacuna Coil avrà un esito positivo. Preparate i vostri armadi: quest'anno tocca vestirsi di bianco. 

Voto 8,5/10
Lacuna Coil - Delirium
Century Media
Uscita 27.05.2016

Sito Ufficiale Lacuna Coil
Pagina Facebook Lacuna Coil

lunedì 4 luglio 2016

The Jelly Jam - Profit: Profeti o Approfittatori dei Supergruppi?

(Recensione di Profit dei The Jelly Jam)


Il concetto di super gruppo ha delle radici profonde che sanno di leggenda. Se pensiamo ai gruppi degli anni 60 e 70 che rispondevano a quest'appellativo sicuramente ci vengono in menti nomi eccelsi e dischi fondamentali dello sviluppo del rock.
Negli anni, in più di qualche occasione, si è cercato di emulare quell'affascinante dinamica mettendo in piedi dei gruppi con dei componenti di tante band eccellenti riuscendo, qualche volta, a fare dei lavori all'altezza delle aspettative. 
Il problema è che, ad un certo punto, c'è stato un abuso di quest'appellativo sperando, magari, che soltanto il fatto di mettere insieme musicisti celebri garantissi un successo economico e mediatico. La colpa non può essere attribuita esclusivamente ai musicisti o alle case discografiche ma deve essere distribuita tra la stampa e gli ascoltatori. 
L'impressione che viene fuori è che, quando nasce un super gruppo, l'asticella sia molto molto alta ed è più facile deludere che riempire le aspettative. 




Quest'oggi parliamo di The Jelly Jam, un super gruppo perché vede impegnati due nomi celebri, quello di John Myung dei Dream Theater e Ty Tabor dei King's X. A completare la formazione del gruppo c'è un altro musicista di tutto rispetto: il batterista Rod Morgenstein. Il conflitto essenziale, e sul quale azzardiamo che i componenti della band si troverebbero d'accordo, è che più di un super gruppo questa band è un beside project, cioè un gruppo che nasce come alternativa a quella dei gruppi "titolari" di ognuno di questi musicisti. La conferma a questa tesi viene data dalla discografia di questo trio, che originalmente era un quartetto grazie all'aggiunta di un nome eccellente: Derek Sherinian. In quattordici anni d'esistenza sono quattro i dischi sfornati, qualcuno a lunga distanza da quello precedente. Noi, oggi, ci occupiamo dell'ultimo.




Profit è un lavoro concettuale e, stando alle parole di Tabor, la sua stesura ha visto un grosso lavoro di composizione dopo il quale i tre musicisti hanno scelto i brani che legavano meglio insieme e rendevano l'idea, dietro questo lavoro, al meglio.
Le dodici tracce del disco hanno come filo conduttore il consumismo e il ritmo di vita odierno. E' una forte critica che si cella dietro alla storia sviluppata nelle canzoni.

Andiamo adesso all'aspetto fondamentale, quello del risultato finale. Le premesse sono buone. Abbiamo tre grandi musicisti, abbiamo un storia interessante ed attuale. Invece questo Profit si rivela un disco timido. Un disco che spicca il volo ma che non raggiunge mai la quota ottimale. A tratti sembra di ascoltare qualche lavoro dei Porcupine Tree, ma, mentre i dischi della band del signor Steven Wilson sono variopinti e sorprendenti, questa fatica dei The Jelly Jam diventa troppo prevedibile. A tratti si apprezzano tracce di un altro beside project, gli OSI, che originalmente vantavano di contare con una line-up pazzesca (Kevin Moore, Sean Malone, Mike Portnoy e Jim Matheos), ma quei accenni più sperimentali naufragano presto lasciando solo il sentore in bocca. 



Giunti qui il punto di domanda è se i limiti di gruppi come questo stiano nell'aspetto temporale e nell'impossibilità di passare abbastanza tempo in sala prove per approfondire la personalità della band. Perché questa è l'impressione che viene fuori da questo lavoro. Sicuramente proficuo, ma forse sarebbe stato meglio pensare di più alla qualità che alla quantità.

Con queste parole non vogliamo dire che Profit sia un brutto album o che non meriti ascolto alcuno ma sembra un disco facile, sfornato senza troppo pensarci affidandosi alle proprie qualità dei musicisti.

Voto 6/10
The Jelly Jam - Profit
Music Theory Records
Uscita 27.05.2016

Sito Ufficiale The Jelly Jam
Pagina Facebook The Jelly Jam

sabato 2 luglio 2016

Katatonia - The Fall of Hearts: Quando la nostalgia diventa progressiva

(Recensione di The Fall of Hearts dei Katatonia)


In quell'universo chiamato musica è inevitabile fare costantemente dei paragoni tra i gruppi. Molto spesso ci muoviamo con quella cattiva abitudine di trovare, a tutti i costi, la similitudine tra un gruppo o l'altro. Anche la minima sfumatura diventa automaticamente una scusa per accostare una band con un'altra. 

Ebbene, con i Katatonia questo è un esercizio inutile. Si può pensare quanto si vuole. Si può guardare con una lente d'ingrandimento ma i Katatonia suonano come i Katatonia e basta. Questo è il complimento maggiore che possiamo fare a qualsiasi gruppo e, sicuramente, i fans della band svedese celebrano questa caratteristica. Per quello questo The Fall of Hearts è stato abbracciato con grande entusiasmo, assolutamente meritato come illustreremo adesso. 



Il decimo album di studio del gruppo di Jonas Renkse è il giusto equilibrio tra il sound che li ha resi celebri e la direzione che presumibilmente hanno deciso d'intraprendere. Come sempre la nostalgia la fa da padrone. Nostalgia che viene fuori nei testi delle dodici tracce di questo nuovo lavoro ma, anche, nell'insieme sonoro che è un marchio di fabbrica della band. La novità è in realtà una mezza novità, perché l'aspetto progressivo si era, ormai, manifestato da tempo nelle strutture delle canzoni che il gruppo componeva. La differenza è che in questo lavoro c'è un approfondimento in questa direzione. Una direzione che non si rifà a qualcun altro, che non porta su una strada già percorsa. E no, perché i Katatonia hanno l'immensa capacità d'interpretare con grande personalità questa caratteristica. La loro parte progressiva si basa nel come si sviluppano le proprie canzoni, nel modo di ritrovarsi, volta per volta, con dei cambi inattesi ma di grande coerenza. Quello che fa la band è avvalersi della libertà, e della complessità, del rock/metal progressivo e metterlo in funzione delle loro intenzioni musicali. Sono loro ad usare il genere e non il genere a catturarli come invece sembra di essere successo con qualche loro gruppo amico, un esempio su tutti: gli Opeth.



The Fall of Hearts è un disco dalle molteplici letture. E' un disco che lascia subito una forte impressione, che porta al ascoltatore a ricordarsi dei brani, se non di tutti di diversi. Ma con ogni ascolto successivo è un disco che regala nuove sorprese. Non c'è uno strumento che non meriti di essere ascoltato con cura: la batteria del nuovo entrato Daniel Moilanen è strepitosa, ricca di ritmiche complesse e di una dinamicità che dovrebbe essere d'obbligo in ogni batterista; il basso di Niklas Sandin sicuramente non spicca come gli altri strumenti ma fa da collante perfetto fra ritmo, melodia ed armonia; le chitarre di Anders Nyström e del altro nuovo innesco, Roger Öjersson, continuano con la grande tradizione chitarristica dei Katatonia, cioè riuscir ad avere due linee assolutamente diverse che dialogano perfettamente tra di loro; la voce di Renkse conserva il suo timbro unico che fa parte delle unicità del gruppo; e, per finire, le tastiere sunate da Renkse e Nyström sono dosate con molto gusto, presenti e protagonisti nei punti giusti, di riempimento quando è di dovere, inesistenti quando la compattezza della band non le chiama in causa. Da applaudire l'innesco delle percussioni che dotano di gran freschezza e grinta i brani dove sono presenti. 




Consigliare un brano piuttosto che un altro, in questo caso, diventa molto difficile. Difficile perché tutto il disco viaggia ad un livello molto alto e dunque sono le soggettività quelle che possono creare un legame maggiore con un brano o l'altro. Per quanto ci riguarda nominiamo due brani che, forse, ci hanno lasciato qualcosina in più. Il primo è Old Hearts Falls, imprevedibile, esplosivo, ricercatissimo. Il secondo è Last Song Before the Fade, un brano intenso che sicuramente si avvicina a diversi periodi musicali dei Katatonia. Una nota a parte va a Vakaren, brano presente solo in qualche edizione speciale, che vi segnaliamo perché è il primo brano nella storia del gruppo a essere cantato in svedese.

 E' interessante vedere come tanti di questi gruppi, che hanno iniziato il proprio percorso musicale nel doom/black metal/death metal, nel tempo hanno sempre abbracciato di più le sonorità progressive, ma interpretandole con personalità. Questo The Fall of Hearts è la conferma dell'intelligenza e della saggezza di Renkse e compagnia. E' un disco al quale, non solo, è difficile fare appunti negativi, ma che rappresenta uno dei momenti più alti nella discografia della compagine svedese. A questo punto bisogna dire che il suo ascolto è consigliatissimo. 

Voto 9/10
Katatonia - The Fall of Hearts
Peaceville Records
Uscita 20.05.2016

Sito Ufficiale Katatonia
Pagina Facebook Katatonia