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domenica 23 luglio 2017

Dethrone the Sovereign - Harbingers of Pestilence: il DNA del 2000

(Recensione di Harbingers of Pestilence dei Dethrone the Sovereign)


Uno degli sforzi maggiori che qualsiasi artisti si ritrova ad effettuare è quello di distinguersi dal resto dei gruppi. Trovare la propria strada non è mai semplice ed è un processo che molto spesso necessita di molto tempo. Ma c'è, invece, chi ha una capacità così grande di concepire della musica che non ha nessun vincolo con cose esistenti, o, piuttosto, questo vincolo non è così forte da essere tra le caratteristiche più note del gruppo. Infatti non c'è niente di peggio che essere etichettati da "il gruppo che assomiglia a...." o "quelli che hanno un suono molto simile a....". Insomma, è un duro lavoro dove la creatività deve fluire libera.

Oggi vi parlo di una band statunitense chiamata Dethrone the Sovereign, che dopo due EP in una travagliata storia, che ha portato alla band ad avere una conformazione che sembra definitiva, soltanto nel 2015, ci presenta il loro primo LP intitolato Harbingers of Pestilence. C'è da dire che per essere il primo vero lavoro diretto ad un ampio pubblico questo disco è molto ben riuscito. Sorprende l'insieme di elementi messi insieme, elementi che cercano la realizzazione dello scopo principale del gruppo, cioè riuscir a distinguersi dagli altri gruppi nel panorama musicale metal. Per quello sorprende molto come confluiscano delle idee che temporalmente appartengono a molti momenti diversi. Certi suoni ricordano il metal progressivo degli anni 90 ed altri legano la loro musica al tech metal di questi anni. Infatti la band sembra essere una specie di contenitore dove trova spazio tutto quello che i suoi musicisti amano. C'è anche da dire che l'impronta di metal americano è molto molto presente e lo si nota nel fatto che i brani che compongono questo disco sono molto diretti e non accennano a perdersi tra i rami. Per quello i brani sono concreti e decisi, prerogativa che cozza con l'idea primordiale di quello che è il metal progressivo.

Harbingers of Pestilence

Vale dunque la pena approfondire quello che possiamo ascoltare in questo Harbingers of Pestilence. Come dicevo c'è un forte contrasto tra quello che originalmente era la musica progressiva e quello che fa la band. Se prima avevamo dei brani con sviluppi lunghissimi e brani molto strutturati nel caso dei Dethrone the Sovereign tutto è molto più diretto ed asciutto. C'è sempre questa volontà di dare uno sviluppo orizzontale ai brani disdegnando gli schemi più tradizionali della "forma canzone" ma è tutto energico, forte, diretto, una sovraccarica d'informazione. Per quello ciascun minuto di questo disco ha un sacco di note che s'intrecciano in ritmiche impazzite. Per quello anche la voce ha la stessa urgenza di vomitare un mare di parole in modo energico, perché diventa fondamentale l'impatto. C'è da sottolineare il virtuosismo messo in campo da tutti i musicisti, dove il riparto chitarristico, come succede molto spesso, si giostra il protagonismo con la voce. Il riparto ritmico è sempre pronto, invece, a sorreggere questa mastodontica costruzione sonora. Ma se c'è una caratteristica fondamentale che serve a differenziare il lavoro della band da quello di tanti altri gruppi che potrebbero intraprendere un lavoro simile, ecco che chiamo in soccorso le tastiere. Infatti gli interventi dei synth è molto interessante perché cavalca senza alcun problema una quarantina di anni di storia della musica. Per quello abbiamo dei momenti assolutamente moderni, che infatti si aggiudicano perfettamente il nominativo di modern metal, ed altri dove le tastiere utilizzano un background classico, a tratti sinfonico, creando un contrasto bellissimo col resto della parte strumentale.

Mi piace molto riflettere sull'evoluzione di certi generi. Per esempio credo che una ventina di anni fa sarebbe stato impensabile poter definire di progressivo un disco dove la maggioranza dei brani hanno una durata che si aggira intorno ai quattro minuti. Ed invece è proprio così, la musica dei Dethrone the Sovereign può considerarsi perfettamente una fedele mostra di quello che è il progressive metal odierno. Harbingers of Pestilence è un disco che riflette perfettamente quello che è la nostra società, il nostra modo di vivere frenetico e sovraccarico d'informazioni.

Dethrone the Sovereign

Ci sono tre brani che, dal mio punto di vista, spiegano perfettamente quello che possiamo ascoltare in questo disco. Questi sono:
Era of Decepcion part I e part II. Due brani che aprono questo disco e che permettono di capire perché la musica della band si distanzia da tanti altri gruppi che nuotano più o meno nelle stesse acque. E' questo disegno di contrasti, quest'idea che suggerisce un passato musicale che poi esplode ed approda in un discorso musicale molto diverso, perché il contrasto nella musica di questo gruppo non lavora soltanto su aspetti dinamici ma anche sui suggerimenti temporali che originano i diversi suoni. Ma come di regola fissa di tutto questo disco tutto è dinamico, urgente e veloce.
The Eternal Void. Anche qua siamo di fronte ad una serie di contrasti che potrebbero ricordare certe cose fatte con maestria dagli immensi Cynic, band che ha avuto un influenza immensa nella concezione di questo nuovo modo di fare metal progressivo. Dopo quest'intro molto ricercata il brano esplode avendo in tutti i casi un tocco molto interessante grazie al lavoro sinfonico delle tastiere, che aiutano a trasportare tutto in una direzione diversa da quella che si potrebbe immaginare. 


Si nota l'energia dei Dethrone the Sovereign, si nota quella voglia immensa di dire la loro in un campo che sembra ancora molto fertile. E la cosa interessante è che con questo Harbingers of Pestilence abbiamo a disposizione un modo di capire non soltanto le nuove direzioni del progressive metal ma anche, e di conseguenza, di quello che è la nostra società, dove è molto più facile avere accesso alla tecnologia, all'informazione, a tutta una serie di stimoli, che in certi casi diventano anche eccessivi. La musica di questo disco va decodificata perché contiene un sacco d'informazione, e capirlo fino in fondo è molto utile.

Voto 8/10
Dethrone the Sovereign - Harbingers of Pestilence
Famined Records
Uscita 28.07.2017

giovedì 1 dicembre 2016

As A Conceit - Frown Upon Us: oltre all'energia c'è tanto altro.

(Recensione di Frown Upon Us dei As A Conceit)


Nella musica è sempre più difficile trovare esempi di quello che è "attuale". Il tempo scorre così velocemente che quello che in un istante sembra nuovo un attimo dopo è completamente superato. Viviamo in un costante bombardamento di generi nuovi che nascono dalle ceneri ancora fumanti di qualche altro genere che dava l'impressione di essere "nascente". 

Per quello è molto difficile dire cos'è nuovo e cosa non lo è ma penso che possiamo definire i As A Conceit come una band che riflette perfettamente il significato di "nuovo". Il loro primo LP, intitolato Frown Upon Us, è un bel compendio tra generi e sottogeneri del metal e dell'hardcore. C'è un'impronta chiara che ci riporta a questa seconda decade dei duemila, ed è la sonorità massiccia che viene fuori come risultato finale. Infatti questo disco prende dall'harcore quell'energia inesauribile che regala una tracklist frenetica che non permette quasi di fiatare tra un brano e l'altro. La grazia, però, della musica di questa band veneziana sta nelle contaminazioni sonore che provengono piuttosto dal metal. Le ritmiche frenetiche si intrecciano con delle chitarre che potrebbero tranquillamente essere pescate dal djent e per un nostalgico come me è anche netta la presenza di elementi di death metal melodico evoluto negli anni per arrivare al risultato di quest'oggi.

Frown Upon Us


Non sono solo questi gli elementi presenti in questo lavoro dei As A Conceit. Frown Upon Us gioca molto con i contrasti che si creano tra l'energia strumentale e la voce, prevalentemente hardcore, ed altri elementi molto originali. Un esempio su tutti e il mirato utilizzo di cori costruiti con tante voci che riescono a dare l'idea di freschezza, di un certo tipo di festività di grande coinvolgimento tra musicisti e pubblico. Infatti è facile immaginare l'energia che la band mette sul palco e delle risposte che cerca nel pubblico, imprescindibile in questa specie di "rito". Sono molto piacevoli, d'altro canto, le linee di chitarra pulite e molto spaziali perché riescono a regalare un aspetto più ambient alla concretezza del suono della band veneziana.

La musica dei As A Conceit è un fiume in piena che travolge e ti porta dove vuole. E come fa il fiume con l'acqua lo stesso effetto fa la band con il suono. Frown Upon Us è una barriera sonora che ti cattura e ti illude di avere pochi minuti di respiro nelle parti, poche, più lente ed intime per poi catapultarti in mezzo ad un evento unico dove è meglio lasciarsi andare e non opporre alcuna resistenza. 

As A Conceit


Per farvi un'idea di quello che si trova in questo disco vi consiglio d'ascoltare le seguenti tracce:
La prima è Boneheads. In questo brano si racchiudono tanti elementi specificati prima. C'è un intro ambient, uno sviluppo assolutamente energico ed un intermezzo corale.
La seconda è Autunno. E' un brano strumentale al quale si aggiunge una registrazione vocale e permette di evidenziare l'anima più "gentile" della band capace di costruire paesaggi sonori interessanti.



Frown Upon Us regala un lavoro molto energico, che andando oltre la superficie, svela una complessità interessante costruita con elementi che non trovano un collegamento logico e diretto, e questa è la grande forza di questo lavoro, perché ci regala un disco molto originale. I As A Conceit sono riusciti a creare una loro personalità, cosa non semplice ne immediata. 

Voto 7,5/10
As A Conceit - Frown Upon Us
Famined Records 
Uscita 02.12.2016

venerdì 11 novembre 2016

Galactic Pegasus - Phantom of the Hill: questo è il metal oggi

(Recensione di Phantom of the Hill dei Galactic Pegasus)


La nostra mente è affascinante. Spesso viene detto che non riusciamo ad utilizzarla in tutta la sua potenzialità. Un aspetto sorprendente è quello dei ricordi e della capacità di farci tornare indietro nel tempo grazie a qualche impulso esterno. Basta quel lampo e dei ricordi che ormai erano completamente sotterrati riemergono. 

Questo processo mentale mi è capitato ascoltando il primo LP dei canadesi Galactic Pegasus che s'intitola Phantom of the Hill. Mi sono bastati pochi minuti per farmi riaffiorare alla mente un gruppo che una quindicina di anni fa mi piacque parecchio per l'originalità del proprio genere. Parlo degli svedesi dei Gardenian, autori, per quanto ne so, di due pregevolissimi dischi. La cosa particolare è che il biglietto di visita di entrambi i gruppi è abbastanza diverso. Mentre i Gardenian basavano la loro musica su un death metal melodico sulla falsa riga degli In Flames, aggiungendoci degli elementi "sintetici", i Galactic Pegasus si presentano come una band di metalcore progressivo con delle aggiunte di uno dei generi più in voga di questo periodo: il djent. Non è l'unico appunto da fare in questa comparazione. Sebbene sono diversi gli elementi che creano questo collegamento temporale tra i due gruppi ci sono altrettante cose che appartengono ad ogni gruppo. Le sonorità dei Galactic Pegasus sono estremamente moderne e non si limitano a pochi elementi. E' così che, partendo dal metalcore progressivo, sono costanti, ma ben ponderate, le incursioni in altri generi come l'elettronica, qualche passaggio post rock e qualche strizzatina d'occhio verso il death metal melodico prima accennato. 



Phantom of the Hill è un bel lavoro per via della sua dinamicità. I suoi brani sono abbastanza diversi tra di loro anche se uniti da un'impronta indelebile. La pesantezza delle chitarre distorte, la voce growl e le ritmiche molto ricercate piene di stacchi e di sincope sono una costante che all'occorrenza lascia spazio alla voce pulita e a dei momenti di rilascio dove arpeggi di chitarra o synths si divertono a creare dei piacevoli tappeti sonori. C'è da dire che questo è un disco che denota un gran lavoro di studio, anche per via della programmazione di batteria e synths, e si sente. Si percepisce una certa "freddezza" dettata da questa tipologia di registrazione ma la cosa interessante è che quest'aspetto non diminuisce affatto questo lavoro ma regala una dimensione più moderna ed in linea con i conflitti personali che vengono cantati in quest'album. In altre parole questo disco potrebbe essere una colonna sonora perfetta dei nostri giorni.

Sta proprio nell'ultima affermazione la chiave di lettura di questo disco. I Galactic Pegasus sono un compendio molto fedele dello stato attuale di una parte importante del metal. La musica rappresenta l'evoluzione di certi generi che, per fortuna, sono cambiati col corso degli anni. Non solo, c'è anche da ringraziare che il concetto di "purezza" ormai è superatissimo. Più che mai fare musica significa, almeno dal mio punto di vista, spalancare le porte a quanti più impulsi provengano da diverse direzioni, sia musicali che tecnologiche. In Phantom of the Hill questo si sente. E' un disco che "nasce" nel metal dei primi duemila per stendersi e "rubare"  delle belle soggezioni di altri generi senza essere un processo macchinoso ma regalando nuovi orizzonti sonori.



Homecoming è il primo brano che vi consiglio. Inizia con una bella sfumatura djent che lascia poi spazio ad un bel dialogo tra voce growl e quella pulita. Ed è la voce principale ad essere molto protagonista, molto teatrale.
The Fault Line è un altro brano che mi è piaciuto particolarmente. Sicuramente grazie alle parti strumentali che, per certi versi, ricordano i grandi Cynic, per poi prendere una piega che richiama tanto il melodic death metal dei prima nominati Gardenian ma aggiungendoci una lettura moderna e progressiva.



Phantom of the Hill è il primo LP dei Galactic Pegasus ed è stato preceduto da un paio di EP ma rappresenta il loro vero primo biglietto da visita, anche perché da una dimensione più da band che da progetto di pochi singoli. E' un ottimo lavoro perché ci fa capire che le potenzialità della band sono molto alte. C'è un bellissimo compendio di generi suonati molto bene che danno nascita ad un discorso musicale originale e coerente. Denota che i musicisti che ci sono dietro a questo Phanton of the Hill hanno masticato tanta musica ed hanno voglia di buttare qualsiasi muro che possa limitare i loro processi creativi. Una prova molto onestà e ben riuscita.

Voto 8,5/10
Galactic Pegasus - Phantom of the Hill
Famined Records
Uscita 18.11.2016